mercoledì 16 dicembre 2015

Consigli per non rovinare il Natale ad un lettore


Una guida economica (o quasi) per restare incolumi dinnanzi la Grande Impresa di fine anno: non rovinare il natale ad un lettore. 
Sì, sto parlando con voi. Mendaci creature convinte che basti una spruzzata d'inchiostro e una rilegatura per far contento chi ama leggere. Non è così. Manifestiamo il nostro diritto di rimostranza. Allora, partecipate anche voi alla campagna: salva un lettore da un abominevole regalo natalizio. Per dire NO a Fabio Volo e Paolo Coehlo. Per la libertà d'indignazione, per il diritto di critica, perché è ora di ribellarsi, amici.



Ora, io sono una grande amante delle liste. Ne scrivo a milioni: sul pc, sui post-it, sulla mano, su foglietti volanti, sul tavolo. Ovunque. Placano la mia angoscia. Mi sento più soddisfatta nello scrivere le cose da fare che nel farle. Lo so, è follia. Benvenuti nella contemporaneità, in cui abbiamo accolto il nostro disturbo ossessivo compulsivo come una cosa bella (Instagram, amici) anziché aiutarci con le pillole. Non lamentatevi della Kondo, giapponesina rassetta tutto, in testa alle classifiche dei libri più venduti. è colpa nostra. Ad ogni modo, non potevo quindi esimermi dal fare una wishlist natalizia, che naturalmente è valida tutto l'anno (il 30 Gennaio è il mio compleanno, friendly reminder). A dire il vero ne ho fatte due. Una su aNobii e l'altra sul social che mi sta rovinando la vita: Pinterest. A cosa serve Pinterest se non a creare utopiche liste desideri che vadano a colmare il vuoto di noi figli del materialismo più becero? Ma so che anche voi bramate l'unicorno di Tiger, suvvia. 



Posto che consultare le wishlist dei vostri benamati, resta la soluzione migliore, passiamo ad elencare la vasta gamma di titoli (sì, i libri belli esistono ancora e sono pure tanti) che attendono solo di essere comprati e impacchettati da voi. 



Per chi non abbia la forza (né la volontà) di sorbirsi stoicamente ventisei minuti di video (a mia discolpa posso dire che prima del montaggio erano quaranta), a seguire l'elenco dei titoli citati (e relativi approfondimenti video o recensioni). 

Quando siete felici fateci caso - Kurt Vonnegut, min 01:58
Espiazione - Ian McEwan (qui la recensione), min 03:56
La breve favolosa vita di Oscar Wao - Junot Diaz (qui il video in cui ne parlo), min 04:45
Il signore degli orfani - Adam Johnson (qui la recensione), min 05:51
La porta - Magda Szabo, min 06:50
Pastorale Americana - Philip Roth, min 08:08 (dell'autore vi ho già parlato qui e qui e qui) 
Marcello Fois - Stirpe, Nel tempo di mezzo, Luce perfetta, min 09:27 (qui la recensione) 
L'amica geniale - Elena Ferrante, min 11:16 (ve ne ho parlato copiosamente qui)
La gigantesca barba malvagia - Stephen Collins, min 12:24
Dimentica il mio nome - Zerocalcare, min 13:53
I figli del capitano Grant - Alexis Nesme, min 15:02
Raccontare il mare - Bjorn Larsson, min 16:21
Leviatano - Philip Hoare, min 16:49
Abbiamo sempre vissuto nel castello - Shirley Jackson, min 17:08
Annientamento - Jeff Vandermeer, min 18:26 (già parlato della trilogia dell'area x qui, qui, qui e qui
A pesca nelle pozze più profonde - Paolo Cognetti, min 19:18 
Il mestiere di scrivere - Raymond Carver, min 20:05
La morte del padre - Karl Ove Knausgard, min 20:20 (ve ne ho parlato qui
Vari Bur classici, edizioni illustrate, min 21:25 
Harry Potter e la pietra filosofale (versione illustrata), min 22:11 
Middlemarch - George Eliot, min 22:31 (ve ne ho parlato qui
Villette - Charlotte Bronte, min 22:50
Il grande mare dei sargassi - Jean Rhys, min 23:04
Chi ti credi di essere - Alice Munro, min 24:07 (ve ne ho parlato qui)
La boutique del mistero - Dino Buzzati, min 24:54 (citato innumerevoli volte, tra cui qui)
Sillabari - Goffredo Parise, min, min 25:30 (anche lui sempre qui

Dopo avervi intontito più del cenone e dei sollazzi di fine anno, mi eclisso. Ma non prima di avervi augurato buone feste, di tutto cuore. Grazie per seguirmi sempre con lo stesso entusiasmo ogni anno. Un bacione alla mamma (e questa volta anche ai vostri cari). 

martedì 15 dicembre 2015

"Sie breve et arguto". Ci riproviamo.

Questa è la terza sfolgorante puntata di una rubrichina pigrissima che vuole ricapitolare in poche righe (ci proviamo) l'opinione che mi son fatta di alcuni titoli letti nelle ultime settimane (o se siete in perenne ritardo, come me, negli ultimi secoli). Senza alcun ordine d'importanza, come al solito. Non prendetela sul personale. Diamo il via alle danze. 


"I fratelli Karamazov" di Dostoevskij

Come rovinare uno dei libri più belli letti nella vita? Scrivendo una recensione cretina, che domande! 
Con più di qualche licenza poetica, da piccolo demone quale io sono, rigorosamente in disordine (“amate il disordine?”).
Un personaggio ha un minimo di sei nomi.
Tutti odiano Fedor Pavlovic. Hanno ragione.
Tremila rubli.
Pasticcio di pesce (quasi sempre freddo).
Il sangue dei Karamazov porta sfiga.
“Anche in te che sei un angelo vive questo insetto e suscita nel tuo sangue delle tempeste”.
L’eredità va sudata.
Caccia i tremila rubli o succede un bordello.
Gente ubriaca.
Jurodivyj.
Dio esiste. Forse.
Dio non esiste.
E Gesù?
E allora i bambini?
“Tutto è permesso”. Con la coscienza degli altri.
Questo è figlio di quale delle trentotto madri?
"Una belva non può esser mai crudele come un uomo, così raffinatamente, così artisticamente crudele". Vero.
Lo starec fa miracoli.
Inchini.
Lo starec dice cose sulla sua vita (leggermente peso ma ok).
Lo starec fa puzza, Alesa è turbato.
Il classico momento: “mo’ chi è questo?” (problema manifestatosi già da pagina 30).
Il calvario di un’anima. Tribolazione prima (e poi a seguire).
Smerdjakov suona le serenate (secondo me, è innamorato di Ivan).
Il grande inquisitore. Resistete.
Ivan è intelligente e laconico. Non ha preso dal padre.
Grusenka urla (Grusenka è diminuitivo di Agrafena, per qualche motivo…).
La febbre nervosa.
“è libero un uomo simile?”. Non è una domanda.
I tremila rubli.
La febbre cerebrale.
I cinquemila rubli.
La crisi isterica.
Rubli.
Malattie varie (tra cui alcune paralisi).
I lavori in miniera.
Grusenka, sei tu? O è il vento?
I segnali alla porta. Fedor, c’hai un’età, sei ridicolo. Mi pari Berlusconi, mi pari.
Maniaci, ossessionati, indemoniati. Insomma, la gente non si sente tanto bene.
Non ha cacciato i tremila rubli e succede il bordello.
Tutti si credono Sherlok Holmes.
Katja o Grusa? Ambarabaciccicoccò.
L’attacco epilettico di tre giorni. L’alibi di topo gigio.
Bambini si tirano sassi. Anche loro con problemi comportamentali.
Tutti a casa della signora Chochlakova, festa a sbarco.
In provincia le porte degli appartamenti sempre aperte, open bar, tutta notte.
L’unica porta chiusa è quella che vede Grigorij (mortaccitua).
“Detestava le tenerezze vitelline”. In compenso amava molto i binari.
“Vile, vile, vile!”.
Dimitrij, che cazzo fai, buon’anima? (buono sempre).
Dannata coscienza.
I due abissi. Sopra e sotto. Senza scampo.
"I rettili si divorano a vicenda".
Dio esiste. Oppure no.
Gesù c’entra, comunque.
M’ama o non m’ama?
“Ho scoperto il mio caro Alesa in flagrante gesuitismo”.
Ve l’avevo detto che Gesù c’entrava.
“Non sei tu che l’hai ucciso”.
Dire a cani e porci di volersi macchiare di parricidio.
“Non sono colpevole del sangue di mio padre” (mo’ è tardi).
“Credi che io l’abbia ucciso?” (eri tu quello che gridava “al lupo, al lupo”).
Scrivere lettere ad ex amanti incazzate confessando di voler uccidere il proprio padre (bravo).
“Non sei tu che l’hai ucciso”.
Ho stato io.
Un uomo nuovo.
"Disperazione e pentimento sono due cose completamente diverse". Vero.
Rakitin è un po’ Alfonso Signorini.
Lise, lo Xanax l’hai provato?
Il processo. (Sarà doloroso).
I tremila rubli.
I millecinquecento rubli.
Testimoni esagitati.
Testimoni ubriachi.
Bordello in aula.
In fondo tutti vogliamo uccidere il papà, non c’è bisogno di prendersela tanto.
Perry Mason.
“Avete la testa a posto?”. “Certo che ce l’ho a posto…ed è una testa ignobile”.
I lavori in Siberia (immancabili).
Ancora rubli.
“Che tu mi perdoni o no, resterai per tutta la vita nella mia anima come una piaga”. E questo è certo, Katja.
L’America (ma che c’annamo a fà in ameriga? poi che famo? siamo russi fino al midollo)
Si è trovato il cane mangiachiodi?
Ammaestrare il cane.
Umiliati, offesi e trascinati per la barba.
Funerali e grossi lacrimoni.
I bambini sono innocenti.
"C'è Dio, sì o no?". 
Ho voluto fare caciara. La verità è che questo romanzo è tutto. Fede, Libertà, coscienza, invidia, disgusto, desiderio, fratellanza, vizio, amore, Mistero, Bene, Male, Assoluto, Altro.

"A little life" di Hanya Yanagihara 


Un libro celebrato dall'intera community anglosassone di You Tube con pochissime voci fuori dal coro. Anche le recensioni della stampa non si sono risparmiate. Mi sono sentita un'aliena, insieme alla minoranza di Goodreads che ha impietosamente relegato questo romanzo nello scaffale "la vita è troppo breve per leggere libri brutti". Incompresa e confusa, fino a quando non è uscita la recensione più onesta e dettagliata che esista del libro sul New York Reviews of Books. In effetti, l'impressione, leggendo alcune opinioni (ogni riferimento NON è puramente casuale), è che molti si siano limitati a leggere solo la prima parte del romanzo. Mentre la recensione accuratissima di Daniel Mandelsohn ne svela tutte le contraddizioni e debolezze. Non dico che sia il Vangelo ma è un parere molto oggettivo. Ecco, se volete una recensione seria, andate sul NYROB. Qui, invece i miei due cent su questo mattone di settecento pagine: 
La quantità di dolore che si raccoglie durante tutta una vita rende quest'ultima più significativa? No, Hanya Yanagihara, no. La quantità di sofferenza che proviamo ci guasta di più o di meno? Io direi che anche un singolo episodio può modificare per sempre tutta la tua psiche. Ma Hanya Yanagihara non la pensa così. Non c'è bisogno di inserire miliardi (ed inverosimili) traumi, facendo scadere tutto in una semiparodia grottesca in cui ogni evento si scolla da qualsiasi parvenza di significato, talmente è artificioso e posticcio. I protagonisti, per quanto all'inizio meravigliosi e complessi, restano per sempre uguali, questa è la filosofia per me inaccettabile (se ne può discutere) della Yanagihara. Quando hanno cinquant'anni sono identici a quando ne hanno venti. Le loro carriere, persino, non serbano nessuna sorpresa, seguono parabole già prestabilite, un percorso a tappe, quasi fosse una raccolta punti, anziché qualcosa di reale, faticoso, VISSUTO. E anche gli eventi (si legge, LE SFIGHE) che colpiscono i personaggi sono vittime di questa spirale in cui tutto ritorna, tutto si ripete. Il protagonista evidentemente è una calamita vivente per la stessa tipologia di pedofilo psicopatico (pensate che ce ne siano pochi in giro? Vi sbagliate, il mondo della Yanagihara pullula di sadici). Infine, la lunghezza del libro è assolutamente ingiustificata. Vengono ripetuti allo sfinimento gli stessi pensieri, gli stessi riti, gli stessi Natali e Giorni del Ringraziamento, le stesse scene a lavoro, gli stessi ricordi, gli stessi nomi. Questo libro è eccessivo, claustrofobico, angosciante. Volutamente fuori dalle righe, intenso fino alla nausea. Sicuramente è un'esperienza forte, la Yanagihara ha tentato di creare un intero mondo che durasse quanto la vita dei suoi protagonisti. Ma questo universo si regge (quasi esclusivamente) su un perno emotivo che spesso diventa pornografia dei sentimenti, ricatto, scacco matto contro il lettore. Niente a che vedere con esperimenti letterari altrettanto totalizzanti ma del tutto riusciti come quello di Knausgard (autore svedese di un'autobiografia in sei volumi).


Hannah Coulter di Wendell Berry


Anche questo romanzo, avvolto da una valanga d'entusiasmo. Per me, del tutto inspiegabilmente. Non è affatto brutto, anzi. è un libro molto introspettivo e delicato sulla vita di una comunità rurale che fronteggia i cambiamenti del mondo, senza perdere il suo spirito. Purtroppo a me in letteratura piacciono i bastardi. E in questo libro invece si parla solo di purezza e beatitudine, o quasi. Certo, c'è il dolore, la perdita, la malinconia. Ma resta molto più vicino ad un manifesto che ad una narrazione. Manca una dose necessaria di conflitto, una manciata di disgraziati, un pizzico di squallore, insomma. Qui si parla di "brava gente di campagna". Bello, per carità. Però. Solo io ho desiderato che qualcuno, in questa splendida e bucolica cittadina immaginaria, dove tutto è oro quel che luccica, improvvisamente impazzisse e, brandendo un'ascia, sgozzasse il pastore o - chessoio - diventasse uno stupratore di ortaggi (per citare un'immagine aulica di McCarthy) o si scopasse la sorella, avvelenato da un'orribile e biblica maledizione di famiglia, come ci ha insegnato il buon Faulkner?
Più che un romanzo - per quanto pieno di momenti commoventi e intenti nobili sul senso di comunità e serenità interiore - mi è sembrato un pamphlet conservatore, a tratti moralista, senza la minima traccia di ironia, dallo stile talmente delicato da risultare impalpabile.
I personaggi sembrano tutti partoriti dalla stessa madre(ovviamente un angelo del focolare), si distinguono appena, nessuno commette una cattiva azione, si vogliono tutti bene e sognano di vivere nello stesso luogo per sempre, con molta prole e una bella fattoria. Chi lascia la scuola prematuramente è più felice. E udite, udite, chi tradisce la moglie lo fa perché "non è abbastanza stanco". Se si fosse rotto la schiena zappando la terra invece di essere un insegnante di storia scansafatiche, irretito dal temibile mondo moderno, avrebbe tenuto a bada il pitone.
Che bel posto in cui vivono i tuoi personaggi, Wendell, davvero. Peccato che non esista.
Forse la mia idea di campagna americana è stata traviata dalla lettura di Flannery O'Connor.
Forse sono solo una malvagia e corrotta ragazza di città con il cuore nel frigorifero.
Ma lo devo dire: una partita a bocce con mio nonno riserva più sorprese di questo romanzo.
Du'palle, Hannah. Ma un po' di cocaina per raccontarci della tua lunghissima vita fatta di "lunghe e placide conversazioni", duro lavoro in campagna, scambi di cortesie, dolori che son sempre descritti nello stesso modo, di qualsiasi cosa si stia parlando, l'eternità e l'amore paragonati ad una "colomba avvolta di luce"?
Capisco la difesa di un mondo di frontiera che sta scomparendo, capisco la nostalgia, capisco l'incrollabile volontà di rendere onore ai solidi principi morali che governano la tua vita ma veramente mi hai appallato, Wendell. Si badi che quando uso il termine "appallare" non intendo il "verbo gergale dei cacciatori della Garfagnana, "un colpo così preciso e centrato da fulminare un animale".
Occhi al cielo, tante volte. Ma proprio tante.

giovedì 10 dicembre 2015

Miscellanea, nelle puntate precedenti...

Non faccio in tempo a prepararvi un post sul ritorno a Milano, l'inizio delle lezioni, i grandi propositi per l'Autunno, che è già tutto finito e siamo sotto Natale. Ok, in realtà ho avuto tre mesi ma sapete il demone dell'inadempienza...Ed eccoci arrivati ad un punto meraviglioso per il blog: il grande ritorno del post scazzone!Un mappazzone (pronunciato con la z sorda di Bruno Barbieri) sgangherato su TUTTO ciò che mi è successo in questi mesi di puro delirio.
Foto dell'Autunno, a casaccio
Ho ricominciato e terminato il mio secondo (e si spera ultimo) anno all'università. E conseguentemente ho ricominciato e terminato il lavoro part-time nella biblioteca dell'università. Ormai tra un post e l'altro passa così tanto tempo che ho addirittura già compilato la domanda per ricominciare a lavorare part-time. Il cerchio della vita. In realtà dovrei concentrarmi sulla tesi durante il secondo semestre ma ehi, SOLDI.

Sono stata a Dublino per quattro meravigliose giornate. Le quattro giornate di Dublino, le vogliamo ricordare così. Bella, bellissima e carissima Dublino (nel senso che tutto costa un occhio della testa). Momenti di estasi all'interno della biblioteca del Trinity College, passeggiate nel fango di Merrion Square, itinerari basati sulla quantità di porte colorate fotografabili, musica dal vivo ad ogni angolo di Grafton Street, i graffiti del coloratissimo quartiere di Temple Square etc. Ma non voglio tediarvi anche perché potete vedere tutto qui. Ho documentato tutta (o quasi) la nostra esperienza (c'era anche la mia amica ERASMUS, chi non ha un amico erasmus di cui ha approfittato per viaggiare?) attraverso diversi vlog, raccolti in una scoppiettante (no, non è vero, non so vloggare) playlist, molto originalmente chiamata "Gente di Dublino". Se non avete nulla da fare e volete vedere qualche scorcio di Dublino con sottofondo la mia vocina nasale da cartone animato. A voi, miei prodi:


Ok, adesso due cosine che questa volta potrebbero interessarvi davvero. La prima è che sono uscite diverse recensioni per il sito Una casa sull'albero, un posticino bello che mi piace frequentare di tanto in tanto. Ho parlato de "Nel tempo di mezzo" di Marcello Fois, scrittore sardo che scrive meravigliose storie familiari, edite da Einaudi. E più recentemente, ho scritto de "Il meraviglioso viaggio di Octavio" di Miguel Bonnefoy, scrittore francovenezuelano, edito da 66thadn2nd.

A proposito di quest'ultimo titolo, vi ricordate la libraia Ludovica? Sì, la ragazza che mi ha dato la bellissima opportunità di presentare un romanzo per la prima volta nella mia vita. Ecco, lei mi ha proposto un altro bellissimo progetto: #Sceglindipendente .
Ogni mese, Ludovica mi invierà, a sua scelta, un romanzo edito da una casa editrice indipendente e io mi preoccuperò di recensirlo (con la massima onestà) sul mio canale. L'idea è quella di dare più visibilità al circuito indipendente (sia editoriale che libraio, visto che sono legati a doppio filo). Spero nel mio piccolo di contribuire a far crescere queste realtà.
Se anche voi, volete partecipare, potete usare l'hashtag ogni volta che comprate un libro in una libreria indipendente e vi va di condividere il vostro bottino con una foto sui social.




Infine, ho partecipato sul blog di Ophelinha P., al Calendario dell'Avvento Letterario. Ogni giorno, da qui a Natale (riuscirà la nostra eroina a pubblicare questo post prima del 25 Dicembre?), c'è un post a tema natalizio sulla nostra cara Letteratura. Io ho parlato dell'atroce (ma supercommovente) Natale in Casa Lambert, una famiglia americana disfunzionale e imperfetta. Spero di avervi fatto odiare abbastanza i pasti delle Feste, descrivendovi i momenti di estremo disagio che ci fa vivere il caro Jonathan.

Il post scazzone è finito, andate in pace AKA non so scrivere le conclusioni.

mercoledì 9 dicembre 2015

Leggere non solo con gli occhi

Vi siete mai soffermati su che cosa voglia dire “leggere”? Dimenticate l’aforisma di Kafka (“un libro deve essere l'ascia che rompe il mare ghiacciato che è dentro di noi”) o le frasi slogan che fanno vendere tanto merchandising all’interno delle Feltrinelli (“Leggo perché sono libera” e affini). Mi riferisco alla prassi, all’azione concreta della lettura. Aprire un libro, sfogliarlo, visualizzarne ogni singola parola, seguire con gli occhi le frasi da un capo all’altro della pagina. Il canale di comunicazione: dagli occhi alla mente. Avete mai pensato al fatto che ci sono persone che non possono “leggere” in questo modo perché questo canale gli è precluso? Probabilmente no. Raramente ammetto di averlo fatto io. La realtà è che spesso ignoriamo del tutto che le stesse storie che amiamo possono essere conosciute in maniera completamente diversa, diventare accessibili attraverso altre strade, che non partono dagli occhi per arrivare a noi. 
Sapevate che le persone non vedenti e ipovedenti sono tra i lettori più forti in Italia? Eppure non godono di “parità” effettiva per ciò che riguarda la lettura, almeno non ancora. 
Ho conosciuto uno spicchio del loro mondo, attraverso un reading al buio, organizzato dalla Fondazione LIA (Libri Italiani Accessibili), tenutosi nella cornice del Laboratorio Formentini per l’editoria. 
Cos’è un reading al buio? è l’incontro con la quotidianità dei lettori non vedenti. L’occasione per scoprire come si legge un libro, non attraverso gli occhi. In condizioni di semioscurità, Paolo Colagrande - autore di “Senti le rane” (edito da Nottetempo), tra i finalisti del Campiello di quest’anno - con l’aiuto di Antonino Cotroneo, lettore ipovedente, ha letto alcuni passi del suo romanzo. 


Antonino, al termine del reading, ha spiegato davanti alla classe di ragazzi chiamata all’ascolto, i diversi strumenti utilizzati per la lettura. Oggi la tecnologia permette di leggere in maniera più rapida e semplice, addirittura attraverso lo smarthphone (e i suoi processi di sintesi vocale), non soltanto in braille. Sapete quanto è difficile (e costoso) realizzare un libro in braille? Pensate che la saga di Harry Potter potrebbe occupare un’intera stanza di carta. La Fondazione LIA, coordinata dall’AIE e finanziata dal Ministero dei Beni Culturali, si occupa appunto di sfruttare le nuove tecnologie per realizzare ebook (il loro catalogo è di oltre 9 mila e-book accessibili) che rendano possibile la lettura alla comunità di lettori italiani con disabilità visive.
Personalmente, il modo in cui ho “letto” il testo di Paolo Colagrande ha suscitato sensazioni diverse rispetto alla mia solita esperienza di lettura. Ha dato un’altra dimensione alle parole, quasi più concreta. Le frasi assumevano una sostanza sonora, non si limitavano ad esistere solo nella mia immaginazione. Il reading al buio non è servito semplicemente a sensibilizzare su una realtà “difficile” ma, al contrario, ha dimostrato prima di tutto come accessi diversi alle stesse risorse (le storie) non diano come risultato la stessa esperienza. L’uguaglianza (parità di accesso, stesse possibilità di leggere per tutti) non è sinonimo di omologazione. L’ascolto non è lo stesso senso della vista, così come il tatto - decifrare ogni puntino con le dita (per chi legge in braille) - non equivale al seguire ogni frase con lo sguardo. Per tale motivo non si parla di sostituibilità ma di accessibilità. Sono due mondi diversi, due linguaggi diversi, due traduzioni diverse della stessa storia.


Dopo il reading, Antonino Cotroneo ha fatto un esempio illuminante. La classe di ragazzi che hanno partecipato all’incontro frequenta un istituto tessile. Antonino ha chiesto loro: “E se improvvisamente foste costretti a cucire solo vestiti della stessa taglia? O della stessa fantasia?”. 
Sarebbe un mondo piatto, privo di immaginazione. E così è per i libri. Leggere è diverso per i lettori non vedenti o ipovedenti, non migliore o peggiore. Dipende solo da noi rendere per loro l’esperienza della lettura facile o molto difficile. La Fondazione LIA si occupa proprio di questo e spero che possiate seguirla e supportarla nel suo percorso (sempre in crescendo) verso l’uguaglianza. 
Ormai è strabusato l’esercizio di retorica superficiale su quanto la lettura ci renda migliori, più felici, più bravi, più belli. Suggerisco di abbandonare gli slogan e di concentrarsi su cosa la lettura sia prima di tutto: un diritto. Facciamo in modo che sia accessibile a tutti.  

sabato 7 novembre 2015

L'orrendo ignoto di Jeff Vandermeer


"Accettazione" - capitolo conclusivo della trilogia dell’Area X  -  è l’ennesima apnea nel conturbante oceano creato da Jeff Vandermeer. 
Preparatevi a rimanere intrappolati, come i protagonisti, per delle lunghissime ore nell’Area x, per di più nel bel mezzo dell’inverno. Se Autorità - secondo capitolo della trilogia - adottava un punto di vista esterno alla Zona anomala e ci offriva un quadro meno compromesso, un’inquadratura dal confine, in Accettazione ci troviamo di nuovo nel caos dell’Area X, a fare i conti con tutte le sue bizzarrie faunistiche e anomalie topografiche. 

“Quando hai deciso di entrare nell’Area X hai rinunciato al diritto di dire che una cosa è impossibile”.

Ancora una volta, infatti, è lei la protagonista decisiva della narrazione: l’Area X. Lo scenario inquietante, dipinto da Vandermeer, vede l’uomo ostaggio di un luogo che gli è ostile o, ancor peggio, indifferente a tal punto da fagocitarlo per istinto. La natura ha acquisito coscienza propria, un proprio respiro, una propria volontà. Dall’incontro con questo orrendo ignoto nascono l’ossessione e la paranoia della contaminazione che seguono le classiche atmosfere del body horror (le copertine disegnate da LRNZ danno un’idea). L’ambientazione creata da Vandermeer rappresenta l’ecosistema naturale danneggiato, la prefigurazione di una Natura che, dopo essere stata a lungo contaminata, sia andata incontro ad una trasformazione che anziché farla morire, l’abbia portata ad assumere la capacità di attuare un’invasione, agendo completamente al di fuori della portata dell’uomo.  Risuona beffarda di sottofondo l’impotente retorica delle Smart Cities a misura d’uomo (e magari con tanti spazi verdi!). Per quanto l’Area X sia un’ambientazione aliena, nel terzo capitolo diventa ancora più evidente il sospetto che sia certamente il prodotto dell’azione umana e quindi sua precisa responsabilità. Di definizioni per descrivere questo particolare filone ne sono state date tante: new weird, eco-thriler, climate fiction…
Tutti figli del grande calderone dello sci-fi, che si presta benissimo a rappresentare i diversi scenari del mondo che verrà. Sembrerebbe che tutti cullino lo stesso presentimento: il futuro sarà da incubo, soprattutto se continuiamo ad agire indiscriminatamente sull’ambiente che ci circonda.


La trilogia s’incastra su un binomio particolare: da un lato l’ombra della responsabilità umana, dall’altro l’impotenza dei personaggi contro questa nuova Forza che li infetta. I protagonisti infatti sembrano sotto scacco, sempre frustrati dall’inconoscibilità dei misteri dell’Area X. Questo impasse viene parzialmente superato in Accettazione che - per quanto il titolo presupponga una sorta di rassegnazione a fare i conti con forze più potenti di noi - si risolve in un finale particolare, in cui il “sacrificio” e il libero arbitrio dell’uomo contano ancora qualcosa.
Lo stato psicologico dei personaggi è, di nuovo, centrale, forse ancora di più che negli altri capitoli. La narrazione risulta più densa, ricca di personaggi e sfaccettature. Ci si muove tra più piani temporali(numerosi sono i flashback che contribuiscono a dipanare molti dei misteri lasciati in sospeso negli altri volumi) e diversi punti di vista che danno più dinamismo alla storia, soprattutto se paragonati al punto di vista unico dei precedenti capitoli, a volte asfissiante. Spesso pesa eccessivamente l'indugiare dell'autore in descrizioni macchinose sull'alterazione mentale dei personaggi ma è innegabile che i protagonisti, stavolta, hanno più agency. Soprattutto perché Vandermeer utilizza l’Area X come una sorta di purgatorio in cui pagare gli sbagli, le scelte (e le non scelte) della propria vita:
“Varcare il confine significava entrare in un purgatorio dove trovavi tutte le cose perse e dimenticate”.
L’idea è quella di creare un luogo estremo in cui le percezioni siano alterate, amplificati i ricordi, i rimpianti. Accettazione è il più insidioso dei tre capitoli, si muove tra due mondi, all’interno dell’Area X e all’esterno, nel mondo della vita quotidiana e nel mondo dove tutto è possibile e dove però tutto sembra allo stesso tempo più intenso, più reale. 
“L’unico pensiero che si insinua la sera, dopo un appuntamento dal medico o un salto al supermercato: in che mondo vivo in realtà?Puoi esistere in entrambi?”.  



Molto insistito è il motivo dello sguardo, creatore di mondi, che ricorda la metafora cinematografica. Si riflette nel continuo rimando all’idea di sorveglianza che c’è all’interno dell’Area X - “Del resto in quei luoghi qualunque cosa spiava e veniva spiata”- sia nel rimando continuo alla luce (tutto sembra animarsi sempre con un’illuminazione o un luccichio) e addirittura si fa un’ipotesi azzardata su come tutto possa essere nato per colpa di una lente…
C’è anche un fondo di metaletterario in Vandermeer: la figura dello Scriba in primis, ma in maniera più sottile, ciò che vedo, vive. Ciò che illumino, creo. Ciò che scrivo, forgio. 

Infine, nella trilogia, tutto è connesso. Luoghi e persone presenziano nella narrazione sempre come immagini speculari, doppioni che vivono in simbiosi. Il faro che rimanda ad un altro faro, il tunnel che gli è speculare, i doppioni fantocci ecc…
“Un faro che proiettava il suo segnale verso un altro faro”.

La trilogia dell’Area X è così conclusa. Un lavoro che è intessuto di echi, rimandi, il meglio delle suggestioni dello scrittore (in primis, Lost), rielaborati in questa trilogia “anomala”, una breccia nella mente, una singolarità. S’inserisce perfettamente nelle tendenze dello storytelling contemporaneo: serialità e coralità, un universo immersivo , capace di catturare il lettore con ingegno e raffinatezza. 


Unico appunto: avrei forse preferito più concretezza nella descrizione di alcune "creature" che popolano l'Area X, meno vaghezza. Ammetto di non essermi immaginata molti dettagli, descritti in maniera fin troppo ermetica.  

venerdì 23 ottobre 2015

"Sie breve et arguto", o quasi.

Una recensione per ogni libro che leggo, se vivessi in un mondo ideale. Nella prosaica vita reale invece ho giusto il tempo di rifarmi il letto al mattino. Eppure, ci sono dei momenti gloriosi - per quanto rari - in cui riesco a scrivere due-tre striminziti righini su Goodreads riguardo le ultime letture. E poi dopo settimane di distanza, le pubblico sul blog - in stagnazione millenaria - per questa rubrica che vanta soltanto due dignitosissimi post: "sii breve et arguto". Con una citazione si esce da qualsiasi pantano.

Ordunque, bando alle ciance, ignoriamo bellamente il fatto che io abbia dimenticato di avere un blog per MESI e iniziamo! 

Everyman di Philip Roth 















Oramai nella mia vita da lettrice disordinata e anarchica esiste un appuntamento fisso: un Roth al mese. Dopo La macchia umana e Pastorale, era arrivato il momento di Everyman, scelto A CASO tra i titoli disponibili in biblioteca. Perché tanto devo leggere tutto di lui, quindi che senso ha imporsi un ordine da seguire? Mi è andata comunque bene. 


"-Sai cosa mi farebbe bene? - disse lei. 
- Il suono della voce che è scomparsa". 

Sai cosa mi lascia attonita di Philip Roth? La sua assoluta semplicità. Sembra sempre di leggere la stessa storia, quando leggi un romanzo di Roth. Ma non è mai la stessa, anche se in fondo è sempre la stessa storia di solitudine, rimpianto, orgasmi poderosi ecc...
Everyman è la storia di - appunto - un uomo qualunque (o almeno, un uomo qualunque dei personaggi di Philip Roth: maschio, ebreo, numerosi matrimoni, figli più o meno livorosi, solo come un randagio) che si trova a dover esaminare l'estratto conto della sua vita, adesso che sull'uscio di casa si presenta l'oscura signora. Lacrime amare assicurate. 



L'uomo che cade, Don DeLillo  




A Settembre ho letto Rumore Bianco. Credetemi, non si può uscire tutti interi dopo essere finiti nelle fauci di questo autore. Ho proseguito con un titolo che stazionava nella mia libreria da secoli (credo sia stato il primo romanzo che ho acquistato dopo aver letto Cosmopolis aka la folgorazione). 
C'è qualcosa di opaco ne "L'uomo che cade". Il lettore è investito da un senso di disorientamento, di ottundimento, come dopo un grande trauma. La ferita dell'America, post 11 Settembre, è esposta. Meno in rilievo risultano molti dei tratti distintivi dell'autore: i dialoghi cerebrali, la riflessione sui media. Più respiro alla sofferta intimità dei personaggi. Credo che sia il più triste, il più emotivo dei romanzi di DeLillo (tra quelli letti). La crepa che minaccia le vite dei personaggi stavolta sembra troppo profonda per portare ad un nuovo equilibrio. Più onestamente, come il protagonista, ci convertiamo al gioco d'azzardo, ci rassegniamo a situazioni temporanee, ogni stabilità distrutta, ogni armonia da ricostruire.
Un DeLillo anomalo, almeno per l'idea che mi sono fatta di lui come lettrice, ma sempre con tre dita, la pelle grigia e gli occhi spropositatamente grandi e senza pupille. Alieno. 

Sembrava una felicità, Jenny Offill 




Un romanzo per frammenti dallo stile audace che ricorda un po' la Didion, un po' la Paley. I pensieri di una donna dalla testa alveare che ronzano ininterrottamente. Il titolo originale è Dept of Speculation, ed è infatti la speculazione (poco hegeliana) su un amore assediato dalle cimici, la pantomima di un matrimonio pericolante in scena nel "piccolo teatro dei sentimenti feriti". Una mistura efficace tra nozionismo, citazioni e essenziale quotidianità. Una lettura sperimentale, nebulosa, a tratti brillante. Ma si può amare un libro così? Un pochino. Ino. Ino. 

P.S Riletto due volte perché la prima mi aveva lasciato un senso di vuoto nauseante. E lei mi sembrava una cretina con delle arie. La seconda volta ha sempre delle arie ma meno cretina.Mi ha comunque lasciato la voglia di rileggerlo una terza volta. Sarà che il meccanismo del rispecchiamento è la forza di questo libro? E con questo voglio dire che nonostante la protagonista sia un po' cretina, mi ci rivedo, dolorosamente. 

Dottor Zivago, Borìs Pasternàk 




Antipov e Lara, questa è la vera storia d'amore del romanzo, amici. 
A parte le baggianate, me lo aspettavo molto diverso. Magnifiche, le vivide immagini del poeta Pasternak, frammenti di una Russia perduta e di una Russia sopravvissuta. Il sordomuto che parla, il soldato bianco ucciso in un barile, settecento passeggeri del treno che spalano neve dalle rotaie di una stazione bruciata, biancospini, la taiga, la casa delle statue. A livello narrativo, questa dispersione però è pesante, artificiosa e genera un distacco imperdonabile dai protagonisti (quanti sono? chi sono? vince una medaglia chi riesce ad impiegare meno di trenta pagine a capire ogni volta a chi si riferisca l'autore). L'Individuo contro la Storia. Un medico progressista che fa i conti con la forza cieca di un evento ciclopico come la Rivoluzione, l'inondazione che ha spazzato via un mondo, il suo mondo. Questa l'idea del romanzo che però è spesso troppo esposta dall'autore, troppo ingombrante, tanto da non lasciare spazio e respiro ai personaggi, schiacciati e privi di agency. Sì, quest'atmosfera fa parte della grandezza del romanzo. Il manto mortale della neve che fiocca su questa Atlantide che sta per essere sommersa. La tormenta che trascina i protagonisti da un luogo ad un altro, profughi, estranei alla loro stessa terra. Il romanzo è proprio incentrato su questo senso di estirpazione, ingiusta ma perentoria. Brevi parentesi felici, come mozziconi di candela, non fanno che preannunciare l'inevitabile fine. Non so perché venga venduto come un'epica storia d'amore. D'epico c'è ben poco, anzi, Zivago è propriamente un antieroe, indeciso, disperso. Il finale poi è l'antiepica per eccellenza. L'amore per la donna e per la natura, poi, più che passioni sono consolazioni. Il personaggio migliore difatti è Antipov che è molto più vicino agli scalmanati di Dostoevskij. Un romanzo triste e cupo e proprio per questo poteva benissimo rientrare tra i miei libri preferiti eppure non è stato così. Sì, lo so che così descritto è meraviglioso e lo è infatti ma è più bello parlarne che leggerlo. Leggerlo invece è una gran fatica. Troppi salti temporali, troppe coincidenze artificiose (eh, lo so che non è questo il punto, lo so che ci posso passare sopra però intanto ho storto il naso, che posso farci?). Eppure, lo rileggerò. Magari non a Luglio. Questo è un libro per Gennaio, ragazzi miei.

Tutto quel che è la vita, James Salter





Ho sentito grandi cose su questo libro. Elogi, critiche adulatorie, ululati alla luna e così via. Tra me e voi, sono rimasta del tutto indifferente all'uso sapiente della prosa unicamente perché è del tutto accondiscendente nei confronti del lettore. Tutto è molto elegante, raffinato, banale, perbene. Badate, l'indifferenza (come le donne di questo libro d'altronde, "indifferenti ma consenzienti" - anche voi state facendo una smorfia? Buono a sapersi) vi vincerà solo nei passaggi più alti e riusciti del romanzo. Per il resto, oltre ad un mare di noia e tremendo materialismo (qualcuno salvi la letteratura dalla descrizione dei vestiti e dell'arredamento delle persone abbienti, per carità, sembra di leggere un atto di onanismo), c'è ben poco altro. Il romanzo vorrebbe parlare del vuoto e infatti ci riesce in maniera inversa, diventando vuoto. A ciò subentrerà l'irritazione. Fin sopra i capelli. Quando va bene, il quadro è sempre abbozzato, mai profondo. Sì, mi piacciono i racconti, Salter possiede la tecnica pittorica per le short stories. Non è che mi metta a tremare per una bella prosa, soprattutto se gira a vuoto. Ma torniamo all'irritazione. Irritazione perché? A parte l'autoreferenzialità assoluta della scrittura, il protagonista ha uno sguardo talmente ottuso da non generare neppure pena, soltanto astio. Cominciamo e concludiamo - perché davvero non vale la pena addentrarsi troppo - con il ruolo assegnato ai personaggi femminili in questo romanzo. Vi giuro che ho letto più acume nella descrizione di un maglione da cavallerizza che nella psicologia di una donna nella scrittura di quest'uomo. La sfilza di amanti che il protagonista vorrebbe educare con la luce della sua cultura (queste povere ma ricche borghesi illetterate senz'anima! Lui che invece vorrebbe solo possederle per la loro avvenenza invece è un cavaliere arturiano). A parte che in un romanzo in cui ad una festa gli uomini vengono presentati come "un giudice", "un amico di ", "un editore" e le donne invece vengono COSTANTEMENTE presentate PRIMA come belle o non brutte e poi FORSE, se ci va bene, possono anche essere "figlie di qualche padre". Poi sono sempre "biondissime", "divinità pagane" e altre scempiaggini simili. Non hanno mai un punto di vista ma a questo punto ci tocca gioire perché se Salter riesce a dipingere un soldato, colto e di bell'aspetto come un rimbambito morto di figa con ben poco d'interessante da dirci sul mondo tranne la sua boria, immaginate quanti meravigliosi e sottili sentimenti attribuirebbe ad una diciottenne che fa andare a letto con un signore più maturo. Ce lo risparmiamo, grazie. Ripeto: Salter potrà anche scrivere bene e non lo nego ma questo non impedisce ad un romanzo di essere assolutamente insopportabile e compiacente. 

giovedì 23 luglio 2015

Peregrinazioni in libreria, novità e wishlist

Da un paio di mesi ho creato sulla mia pagina fb un album intitolato "Ilenia vaga in libreria" dove pubblico le foto dei libri che mi colpiscono maggiormente durante le mie lunghe passeggiate tra gli scaffali. Una sorta di wishlist fotografica la cui caratteristica più evidente è il fatto che sia del tutto irrealizzabile. è più una dichiarazione d'amore ai libri, ai bei libri, che un reale desiderio di comprarli. Sì, perché non è necessario possedere fisicamente i libri per apprezzarli. Il motivo principale per cui vado in libreria è infatti spulciare, scovare nuovi autori, nuove trame, leggere di nascosto, sbirciare cosa scelgono gli altri e appunto fotografare i libri più belli che mi capitano sotto mano. Prendiamo quest'edizione di Moby Dick, ad esempio. Spettacolare.


La mia ultima capatina in libreria, tuttavia, l'ho trascorsa quasi esclusivamente nel reparto novità. Recentemente infatti sono usciti una sfilza di titoli che voglio leggere a tutti i costi. Innanzi tutto, il seguito dell'infinita biografia di Knausgard. Il primo volume "La morte del padre" (di cui vi ho parlato qui) è stata una delle letture più interessanti degli ultimi mesi. La voce di Knausgard non è mai pedante, nonostante le premesse della sua opera monumentale - cioè seguire ogni svolta, ogni traversa, ogni piccolo dettaglio della sua vita - o forse lo è - pedante, intendo - ma ne siamo avvinti. C'è del voyeurismo nella lettura dei suoi romanzi fiume? O li vogliamo definire non-romanzi? Cronache? Non lo so. è certamente qualcosa di diverso, certamente c'è della bellezza anti convenzionale nel suo racconto, quasi dimessa, senza per questo perdere un briciolo di vivacità e di colore.  Zadie Smith sostiene che sia come il crack, e in effetti, ne voglio ancora.  

Altra novità, il nuovo romanzo di Richard Ford, edito sempre da Feltrinelli (come Knausgard). Ho amato "Canada", un romanzo sui confini, sull'attraversamento dei limiti, sul passaggio da un luogo ad un altro della vita. L'attraversamento di una frontiera (destinazione: Canada) diventa lo sconfinamento, forzato, della linea d'ombra. Ogni pagliuzza di sentimento è stata illuminata dalla prosa di Ford (un approfondimento qui). E certo, potrei recuperare i suoi romanzi meno recenti come, ad esempio, Independence Day con cui ha vinto il Pulitzer (e anche il PEN!) e che possiedo in ebook da un secolo e mezzo, circa. Meno male che gli ebook non s'impolverano! Eppure "Tutto potrebbe andare molto peggio" m'ispira tantissimo, sarà colpa di questa recensione? 

Per Bompiani, invece, dopo tredici anni esce il nuovo romanzo di Michael Faber, l'autore de "Il petalo cremisi e il bianco" che io NON ho letto (sì, unica al mondo, resisto). So che è una narrazione di culto, consigliato anche ai sassi. Eppure, non ha mai suscitato alcuna attrattiva su di me. Quest'ultimo titolo invece ha una trama portentosa, tra viaggi intergalattici e disastri ambientali, decisamente più nelle mie corde che l'ennesima ambientazione vittoriana. Ed è stato anche consigliato da una delle mie youtuber preferite: Jen Campbell

Questo è invece uscito da un paio di mesi ma per me è ancora una novità (scusate, non reggo i ritmi forsennati del mercato in cui dopo quindici giorni un libro smette di essere appena uscito). Si tratta di un autore conosciuto per il suo eclettismo stilistico e la sua straordinaria immaginazione: David Mitchell. Cloud Atlas è un romanzo che non smetterò mai di consigliare, in mezzo a tanto piattume narrativo, la sua originalità spicca. The bone clocks , tradotto in italiano con Le ore impossibili, da Frassinelli, sembra non essere da meno. Almeno perciò che concerne l'immaginazione (la copertina è alquanto appropriata). Voglio leggerlo da un po' ma non mi decido mai a comprarlo. In inglese costa quasi la metà ma la versatilità di Mitchell (soprattutto dal punto di vista linguistico) mi frena moltissimo. Sarebbe un peccato non potersi godere appieno tutte le sfumature della sua prosa! 

Reduce dal premio Strega, il libro di Wanda Marasco è un'altra novità interessante. Edito da Neri Pozza, è il romanzo di cui ho sentito parlare meglio in mezzo al cicalare dello Strega. Le biografie romanzate sugli artisti (in questo caso, Vincenzo Gemito), dovrebbero poi essere inattaccabili, almeno dal punto di vista dell'intreccio. Impossibile che non sia quanto meno affascinante. Diana ne è rimasta estasiata. 

Un classico della nostra letteratura, Lo cunto de li cunti di Giovanni Basile, in nuovi vesti grafiche ed editoriali, in occasione dell'uscita del film di Garrone (che pare abbia deluso sia critica sia pubblico). Cinquanta fiabe, un testo ricco, smanioso, barocco. Quello che è stato definito da Calvino un "deforme Shakespeare partenopeo". In alternativa a questa gigantesca edizione critica (che però io preferisco), c'è anche questa Adelphi (tradotta però in italiano). 

Ultimamente sono stata contagiata da una strana febbre, il suo nome è Philip Roth. A parte il desiderio di leggere tutto ciò che ha scritto di suo pugno, mi sono ritrovata a desiderare anche questi due testi collaterali. Una figura ciclopica come la sua non poteva non generare uno sciame di domande aperte sulla sua vita, per cui io provo una curiosità sconfinata. Ringraziate che io ne abbia scelti solo due tra i tanti. 




Infine, romanzi a caso che vorrei leggere senza un ben specificato motivo (alcuni sono stati consigliati da voi, altri scovati in libreria, altri adocchiati in qualche articolo di giornale, altri ancora in modo del tutto casuale hanno catturato il mio sguardo). In particolare, di Mouawad (prego di non dover mai pronunciare il suo nome in pubblico) e di Luiz Ruffato ho sentito discutere tanto negli ultimi mesi e sono decisamente lontani dalle mie letture abituali (basta Stati Uniti, basta). Una nota di merito alla casa editrice La Nuova frontiera, il loro catalogo (che si occupa di scritti in lingua castigliana, catalana e portogheseè ottimo, soprattutto sono tentata da Valeria Luiselli e Yuri Herrera. Quest'impronta culturale e linguistica non è un limite, anzi, permette l'attraversamento delle frontiere nazionali. Gli autori pubblicati dalla casa editrice vengono dalla penisola iberica, così come dal Sud America fino ad arrivare in Africa. Pensate che io ho sentito parlare di Yuri Herrera da una youtuber britannica!  Invece devo ringraziare la piccola ma agguerrita community di lettori forti e intrepidi di anobii (prima che diventasse invivibile per via dei malfunzionamenti tecnici) per aver sentito parlare del lavoro di Valeria Luiselli. Le case editrici indipendenti in sinergia con i lettori possono far venire alla luce splendide realtà letterarie. Non scordiamolo mai. 
In più, ho aggiunto una mia mancanza: Dos Passos. Perché ancora non l'ho letto e no, non è giusto. Bella quest'edizione Baldini&Castoldi. Dicevamo, sugli Stati Uniti? 




martedì 30 giugno 2015

Uragano Roth: La macchia umana

Avvertenze: 
1) questa sarà una lunga, lunghissima - probabilmente sconclusionata - tirata, i miei due cent, su un signore che assomiglia spaventosamente ad Italo Calvino (e a Neri Marcorè). 
2) A me piacciono moltissimo gli avverbi e li uso spesso in maniera inappropriata. 
3) Non ho ricevuto una solida formazione critica e questo è solo il frutto di letture disordinate e un’inesauribile curiosità. 

Ho da pochi minuti terminato la lettura de “La macchia umana” di Philip Roth. 
Ci sono quei libri che si insinuano all’interno del tuo consolidato nido di credenze, idee, saperi, pregiudizi, convinzioni - che hai fortificato con fatica e scrupolosa dedizione in vent’anni di scuola, vita familiare, cadute e ripartenze sentimentali - e sai già che non c’è più nulla da fare. Arrivano per scombussolare tutto, tocca ricostruire il castello di carta della tua identità da capo. 
Sono libri alteri, sdegnosi. Non smetterai mai di consigliarli, di parlarne, di instaurare confronti e soprattutto li rileggerai. Probabilmente subito dopo averli terminati, li ricomincerai.  Questo è il destino fortunato di libri come “La macchia umana”. 
Il mio primo Roth. Considerato uno dei più grandi scrittori viventi, vittima felice del totoNobel praticamente ogni anno, scatenato, chiacchieratissimo Roth. Ho sempre nutrito un timore reverenziale (vi rassicuro: non c’è ragione) verso queste figure della letteratura. Acquistano un’aria familiare, il loro nome - dappertutto letto, dappertutto udito - diventa quasi una sagoma. Roth, in particolare, con le sue consonanti finali, due arroganti fricative dentali, me lo immagino sempre con una giacca di lana cotta, modello coloniale, con le sopracciglia aggrottate, propenso verso di me come un grosso rapace ma dallo sguardo ironico. 
Si dia il caso che l’autore Roth sembri (e badate, sembrare è un verbo spietato) rassomigliare straordinariamente ai personaggi che raffigura. Vi avverto, prima di scrivere non ho cercato informazioni biografiche, né recensioni né alcun tipo di materiale a supporto di questa tesi. Semplicemente sembra così. Da lettrice, vedo che Coleman Silk è simile al suo artefice e l’autore si limita, come dire, a quest’opera di svelamento e occultamento continuo dello specchio. è così vicino, così vicino all’essenza del personaggio che dev’essere lui. Sappiamo che lo scrittore deve essere un abilissimo fingitore ma siccome io non credo ad un’abilità portentosa nel dissimulare che sia completamente disinteressata, devo pensare che il demone a cui risponde il signor Roth sia di natura personale. Non esiste che si vada così a fondo ad un personaggio senza che ci sia qualcosa di tuo. E tutta quella storia sulla necessità del testimone - perché il resoconto della faccenda qui ci viene fornito dallo scrittore Nathan Zuckerman - è una grossa panzana e qui si sta parlando di un meraviglioso alter ego. Anzi di due: Nathan Zuckerman, narratore degli eventi, e il coetaneo Coleman Silk, nella parte del povero viveur. La testimone unica è la scrittura. L’autore per proteggersi deve inventarsi delle maschere ma sappiamo tutti che razza di narcisi egocentrici siano, con noi non attacca.
D’altra parte, non credo che lavorando di fantasia il signor Roth sarebbe stato in grado di arrivare a tali vette di autenticità. Il protagonista dunque è una personalità formidabile e così il suo creatore. Ora possiamo addentrarci nel fitto della foresta nera. 
L’evidenza è che il romanzo - ma forse tutta l’opera dell’autore - si giochi su un crudele tiro alla fune. L’agone si tiene tra l’audace individualismo, l’autoaffermazione del sé al di là di qualsiasi vincolo sociale (persino familiare!) e dall’altro lato i dispositivi della società - il meccanismo del decoro, brutta bestia per Roth - che tentano di ricondurre lo scandaloso fluire della vita in fredde categorie, rigide convenzioni, etichette restrittive.
Nello specifico, Coleman Silk è un professore universitario sulla settantina la cui carriera impeccabile si macchia irrimediabilmente quando viene accusato di razzismo. Coleman usa la parola spooks per riferirsi a due studenti di colore. Il termine ha due accezioni: la prima è spettri, intenzionalmente utilizzata dal professore, facendo riferimento all’assenteismo dei due studenti (che lui non ha mai visto!); la seconda invece è un insulto spregiativo, negro. La prima sfumatura di significato appartiene al vocabolario, alla lingua codificata, il significato originario. La seconda appartiene allo slang, la lingua corrente che modifica e manipola i significati, si adatta alla mutevole contingenza della vita, alle congiunture della storia e vive di contraddizioni. La lingua è biforcuta, ambivalente, cela sempre un paradosso, un’opposizione. 
Una sola parola, pronunciata da un uomo di lettere (lettere antiche, lettere classiche), si rivela rovinosa. Diventa infatti il pretesto per infamare una figura rispettabile, eppure odiosa. Coleman infatti è apparentemente inserito nella convenzionalità - un distinto accademico, benestante, una famiglia numerosa, un aspetto piacente, un fisico ancora agile - eppure è scomodo, all’interno della comunità. Perché eccessivamente brillante, una sorta di despota, dalla mente tumultuosa. Ha trascinato fuori dalle secche intellettuali il campus, tagliando via i rami secchi (licenziando le cariatidi nullafacenti). Ironicamente potremmo dire, per usare un termine logorato dalla cronaca politica, che la sua opera di rottamazione ha fatto esplodere un sistema farraginoso per inaugurare un nuovo corso, più meritocratico, più dinamico. Un professore tanto illuminato quanto detestabile, per la sua arroganza, i suoi azzardi, la sua titanica personalità. 
L’accusa di razzismo non cadrà immediatamente - come vorrebbe il buon senso - nessuno infatti si schiererà apertamente dalla parte di Coleman che così dovrà sottostare a dei processi farsa, interrogatori, indagini interni al campus che sono più una beffa che una condanna. L’intento dei colleghi non è quello di rovinarlo bensì di mantenerlo sulla graticola, di vederlo rosolare, che mostri un po’ di umiltà. Ma Coleman Silk non riesce ad accettare l’onta subita, e proprio quando tutti stanno per dimenticarsi del piccolo scandalo, il professore decide di dimettersi, ritirandosi in uno sdegnoso e rabbioso esilio. Due anni dopo, riesce a liberarsi del rancore che l’ha quasi soffocato, abbandonandosi ad una relazione con Faunia, una silvestre creatura di trentaquattro anni, che risveglia una forza invisibile ed incontrollabile, quasi più dell’odio che per anni lo ha imprigionato: il desiderio. Il perbenismo della piccola comunità lo attacca nuovamente con ferocia accresciuta. Ogni atto commesso da Coleman sembra suscitare una condanna, ormai è macchiato, è l’appestato con la campanella.  


In un primo momento, dunque, la tenzone interna alla narrazione è tra la libertà dell’individuo (specialmente l’individuo eccezionale) di affermarsi con tutto il peso della sua persona (è interessante il fatto che in latino persona voglia dire maschera, ma ci torneremo dopo) al di là della morale comune, al di là delle etichette di giusto e sbagliato (spesso non coincidenti con bene e male) e la brutalità, la forza schiacciante della società che tenta di ricondurre la volontà particolare alla cieca volontà generale della storia con i suoi meccanismi culturali disciplinanti e disciplinati. 
Coleman è scandaloso, Coleman va punito. Questo professore che non si rassegna, che vuole smaccatamente vivere al di fuori della decenza.   





Da un lato, abbiamo la raffigurazione di questi grandi narcisi con la loro fitta retorica del sé e i loro slanci virtuosistici della Parola e dell’ingegno. Dall’altro abbiamo un continuo infierire su di loro con le armi affilate della calunnia e del pettegolezzo e il conseguente disonore per il nostro protagonista. Le personalità formidabili si ricollegano ad un elemento fondante della società americana: l’individualismo. Un individualismo però sempre teso come un dardo verso una realizzazione del sé, frustrata dal perbenismo e dall’ipocrisia della comunità.  
Non cedete all’autoinganno, non fatevi stregare dal fingitore. Non è un duello ad armi pari. Non c’è una vittoria morale dello spirito del protagonista, superuomo che si rivale sulla grettezza e la mediocritas della società americana. 
La grande lezione di Roth è che tutta la grande importanza data alla personalità, all’individuo, è infine sempre sbilanciata (a suo sfavore) dal memento riguardo la sua insignificanza. “Non eravamo più romanzeschi di quanto gli animali fossero mitologici o impagliati”. 






Il discorso di Roth non si limita a criticare quel costrutto per cui “tutti sanno”.  L’inconscio collettivo, quella lava vischiosa di pregiudizi e ideo precostituite che abbiamo sull’umanità. Perché un vecchio di settantuno anni non si vergogna di andare a letto con una illetterata bidella di trentaquattro? La donna sarà certamente vittima di  una manipolazione, di uno sfruttamento. Perché un professore non porge delle scuse ufficiali a due studenti di colore che ha denigrato verbalmente? è un razzista, è un arrogante tiranno. Ripeto, Roth non si limita a ribaltare quel “tutti sanno” in “nessuno sa” e a dileggiare la presunzione di avere qualcosa in più di una conoscenza parziale, fallace di ogni individuo. In altre parole, il protagonista non è un agnello sacrificale. Coleman Silk non è il fulmine che spezzerà la quercia della tradizione - per usare una metafora dell’epica lucanea - e per questo condannato come moderno Cesare, pagando il dazio della sua eccezionalità. 
Se fosse così il romanzo si sarebbe rivelato soltanto interessante, il classico, confortante relativismo zoppo sulla società meschina e il suo Ercole frustrato dalle invidie. Questo tipo di romanzi che siamo abituati a leggere troppo spesso non arriva ad abbracciare una visione più ampia. Se vogliamo scomodare un eroe, mettiamo in gioco Icaro, più che Ercole. 
Infatti, il romanzo trova la sua forza nella natura paradossale del protagonista. L’ambiguità si gioca a più livelli. Abbiamo visto che il protagonista è già sdoppiato in uno scrittore (Nathan Zuckerman, protagonista ricorrente nei romanzi di Roth ed ennesimo suo alter ego). Quel che non sappiamo è che il protagonista custodisce un segreto molto ingombrante, una sorta di identità negata. Un ennesimo sé, sebbene sia un sé rinnegato. In altre parole, più scaviamo, più vediamo la macchia di Coleman. La vera macchia, non quella fasulla, appiccicatagli addosso dalla società ma quella inconfessabile, il segreto ignominioso che Coleman non può rivelare.
Il paradosso non sta nel fatto che una parola così piccola e anche un po’ ridicola - spooks - possa generare una valanga di conseguenze spiacevoli ma nel fatto che l’unica verità che può riscattarlo pienamente dall’accusa, è impossibile da pronunciare perché cela una vergogna molto più grande. 
Riflettevamo prima sulla persona. In latino, il termine è strettamente connesso al volto, tant’è vero che etimologicamente possiamo risalire al significato di “individui mascherati”. Ebbene, il volto che Coleman mostra  è sempre una costruzione, sempre una maschera. Che libertà c’è nel nascondersi? 
Il paradosso è ovunque in questo romanzo. Non si ferma all’ambiguità del linguaggio - la lingua biforcuta di cui parlavamo prima - ma si insinua ad ogni strato. è paradossale il modo in cui tutti credano - in maniera quasi inconscia - alle calunnie sul conto di Coleman, persino i suoi figli. Lo sforzo fatto per educarli, per trasmettergli tutta quella cultura, comprensione e tolleranza, risulta vano. Sono disposti a credere alle più fuorvianti sciocchezze sulla vita del padre “come se fosse una soap opera vittoriana”. La fragilità del buon senso contro forze più grandi di noi, forze dell’inconscio, il nostro “sentire comune”. La febbre del pettegolezzo che contagia anche gli animi più saldi, quella presunzione di conoscere il prossimo, le sue gioie ma ancor di più le sue nefandezze. "Tanta istruzione non serve a nulla, nulla può isolare dal più infimo livello del pensiero". Quel “tutti sanno” che in realtà è sempre “nessuno sa”.  
Il paradosso sta nel fatto che tutti condannano Coleman per le ragioni sbagliate, e la frustrazione è maggiore. Forse la pena risulta doppiamente atroce per Coleman proprio perché è schernito da ragioni misere e grette, anziché essere smascherato per la sua vera empietà. Perché nessuno conosce la vera macchia di Coleman. A questa paradossale miopia della società corrisponde invece la lucida e precisa prospettiva multifocale di Roth che ci offre una varietà di personaggi e di punti di vista, la molteplicità e l’ambiguità dei loro desideri. Roth profana il mito della purezza e del decoro. Ci mostra le nostre eresie, i nostri sotterranei illeciti, la nostra inevitabile corruzione. 






Avvertenze, parte seconda 
Da qui in poi consiglio la lettura solo alle persone che hanno letto il romanzo, sebbene io ritenga davvero una sciocchezza leggere Roth preoccupandosi di eventuali “spoiler”. Sarebbe come precludersi di leggere Anna Karenina perché sai già che fine farà la fiamma della candela(1) 

Non si può giudicare il romanzo prescindendo dalla Grande Bugia di Coleman perché essa è lo specchio che riflette tutta l’azione del protagonista. è una strana legge del contrappasso. Coleman si arruola nei Marines fingendosi ebreo, un ebreo bianco. Un nero che non può aspettare che la società sia pronta per accettarlo, che vuole “forzare la serratura del meccanismo” della storia, che vuole piegare quel grande dispositivo disciplinante che è la società, inserendosi a forza in una categoria “giusta”, rispettabile, decorosa. 



L’iconoclastia di Coleman Silk arriva a rinnegare la sua famiglia, la sua stessa madre per sviluppare il suo io, in piena libertà. Comprendiamo Coleman. Ma il suo gesto è eroico? Forse è tutto qui il romanzo di Roth: "l’indivisibilità dell’eroismo dalla vergogna". La sua potrebbe sembrare una giustizia riparatrice (ai suoi occhi, certamente lo è). Potrebbe sembrare legittimo sfuggire ad una categoria per sviluppare la sua piena personalità. Ma innanzi tutto ci si può chiedere, quale persona si sia formato Coleman, balzando metaforicamente fuori dalla sua pelle originaria. Ha sviluppato il suo vero sé al di là dei pregiudizi della società o ne ha soltanto creato un altro, per quanto inattaccabile  nella sua versione rispettabile? Il Coleman nero e il Coleman bianco, chi dei due è quello più valido o meno valido? Dopo anni trascorsi nella convenzione, il professore bianco ebreo - per lungo tempo auto assoltosi - viene improvvisamente ricatturato dal meccanismo della storia, di cui siamo prigionieri. Viene colto in fallo da una parola - o meglio, dal suo significato contingente, storico, gergale -  e per ironia della sorte viene accusato di razzismo. Proprio lui, che è nero, che ha fatto di tutto (persino l’inimmaginabile Rifiuto della Madre) per sfuggire a quel pregiudizio che ora gli rinfacciano! Tanto più minuscolo è l’errore, tanto più rovinoso il suo fallimento. 
Siamo "bestie carnali" immerse in un gioco beffardo, da cui è impossibile esimersi. L’estenuante sforzo di Coleman, la sua smania di liberarsi da quel “noi” di appartenenza alla cultura afroamericana, alla sua negritudine, è annullato da una parola (che è naturalmente solo la miccia). In altre parole, la brutalità del tempo presente - della storia che ancora non è storia - è di mille volte superiore alla nostra, seppur eccezionale, individualità e ai suoi tentativi di elevazione. E qui ritorniamo all’inizio, al primo punto, al gioco alla fune tra l’individuo (il suo narcisismo, la sua ambizione di forgiarsi uno storico destino) e il costante monito alla sua insignificanza. "La libertà è pericolosissima, e non esiste nulla che rispetti per molto tempo le tue condizioni".  Quel “Noi” da cui Coleman vorrebbe sfuggire, non permette fuga alcuna. 

Un ultimo spunto di riflessione appare d’obbligo. Con tutti questi interrogativi sulla verità, sulla storia e le sue convenzioni, sulla fallacia del sapere, del linguaggio e della parola - c’è una bellissima citazione da poter sfoderare ad una cena che è questa: “la verità sul proprio conto non è conosciuta da nessuno e spesso meno di tutti da se stessi” -  che via d’uscita c’è, se c’è?  

Prima abbiamo parlato di prospettiva multifocale, a proposito di come Roth voglia renderci partecipi dei retroscena, di più personaggi, non solo il traditore della razza, il figlio senza cuore, il grande narciso Coleman. Per ciò quello di Roth aspira ad essere un romanzo totale (vd. punto tre delle avvertenze iniziali), non tanto impegnato nella vertigine della lista che sembra la smania del nostro tempo (sono piuttosto ambivalente su questo punto perché amo Donna Tart ma detesto Murakami e Jumpha Lahiri - ci sarebbe da aprire un’altra parentesi ma sono clemente). Bensì nel restituirci un’immagine il più possibile meticolosa e nitida della multiforme natura della vita. Tutto questo spiegare incessantemente fin nel più piccolo dettaglio ogni svolta del labirinto della mente dei personaggi, come possiamo definirlo se non totale?
Su tutto per altro domina una vena d’umorismo, da giocoliere relativista che salta continuamente tra ciò che è rivelabile e ciò che non lo è. La letteratura quindi è testimone fedele e inaffidabile, allo stesso tempo. Non è certamente consolatoria ma anzi pone un argine al nichilismo perché si spiega, è il mezzo di rappresentazione del sé meno indulgente, più spietato. L'arte che si avvicina di più a scoprire se dietro le mere azioni, dietro i fattori sociali che ci definiscono, c’è ancora spazio per pensare all’individuo come qualcosa di separato da tutto questo. E per pensare alla “vita come un concetto il cui fine è nascosto”, sfuggente. 
Infine, “su tutte le nobili giustificazioni, cala il martello di Faunia”.
Se c’è qualcosa che può salvare Coleman, che può ridargli dignità e senso, è il desiderio, l’unica forza incontrollabile e tumultuosa che si può opporre al logorio del rancore. Roth d’altronde decide di chiamare questa caricaturale salvatrice, Faunia, come il fauno/satiro della mitologia antica, simbolo del vitalismo, della frenesia e dell’ebbrezza dei sensi. Tanti sono i richiami al mondo classico (Coleman è un professore di letteratura latina e greca) ne La macchia umana, che può essere in un certo senso definito una tragedia postmoderna (2), libertina, indecorosa, nell’accezione più bella del termine. “Ha qualcosa in comune con l’Iliade, libro preferito di Coleman sullo spirito barbaro dell’uomo”.

Insomma, ho detto molto ma non è ancora abbastanza esaustivo come commento per un romanzo di tale portata, davvero magnifico. Dopo questo primo round, mi aspetta Goodbye Columbus e poi molti altri ancora. Non ho nessuna intenzione di uscire dall’uragano Roth. 

NOTE:
(1) Un mužicjòk, dicendo intanto qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela con la quale ella leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s’infiammò d’una luce più vivida che non mai, le illuminò tutto quello che prima era nelle tenebre, scoppiettò, cominciò a oscurarsi e si spense per sempre.
(2) "Il grande dramma dell’uomo che è saltar su e andarsene. Per diventare un nuovo essere umano. Per biforcarsi".