giovedì 19 dicembre 2013

Saghe interrotte: soluzioni e fesserie -I granchi dell'editoria #8

Qualche tempo fa su Twitter è sbucato fuori l'hashtag #odioleserieinterrotte. Cliccando sulla parola chiave, vi sareste trovati di fronte ad un'ondata di indignazione, livore e scontento. Un gruppo di lettori italiani si stava (giustamente) lamentando del fatto che molte delle loro saghe fossero state interrotte nel corso della pubblicazione, a causa del poco successo di vendite.
Un fenomeno che diventa sempre più evidente nella letteratura di genere, soprattutto urban-fantasy. Da qui l'iniziativa legittima di far sentire la propria voce, di fare rimostranza nei confronti delle case editrici da cui si sono sentiti, in un certo senso, traditi. Oltre al disappunto, però, sono state fatte anche delle proposte per uscire dal pantano delle serie abbandonate, che potete trovare QUI e QUI.
Di seguito le riporto:
A. Pubblicare i numeri successivi a quelli già pubblicati esclusivamente in ebook ad un prezzo ragionevole tra i 2-4 euro
B. Non investire in cover costose, perché non sono quelle che ci interessano.
C. Rinegoziare i diritti d'autore: Spiegando agli agenti degli autori la situazione.
D. Traduzione: fare una sorta di asta tra i traduttori: chi offre la migliore traduzione al prezzo più basso ottiene il lavoro.
E. Commercializzazione dell'ebook: Per evitare di pagare percentuali a siti di vendita on line, perché non usare solo il sito della Casa Editrice?
Intelligente e fattibile la soluzione di pubblicare solo in digitale, attutendo così i costi di stampa e distribuzione. I vantaggi del digitale vanno sfruttati. Il prezzo però in base a quali criteri è stabilito? Purtroppo c'è sempre il problema dell'IVA al 22% e inoltre ebook non è sinonimo di nessun lavoro editoriale. Ci sono sempre molti costi. Direi che ci avviciniamo di più ai 4 euro che ai 2.odioleserieinterrotte-586x199
L'idea di usare solo il sito della Casa Editrice, sarebbe buona anche se in questo caso bisognerebbe fare il doppio del lavoro di distribuzione (i siti di vendita si usano anche per la pubblicità che fanno). Anche qui, chi li paga questi costi? Dietro le case editrici ci sono delle persone che spesso sono sotto pagate e sobbarcate di lavoro. E qui arriviamo al nocciolo dell'intervento. Il discorso sulle traduzioni. Ritengo offensivo il fatto che si proponga ad una persona di lavorare GRATIS per poi svendere la propria fatica al prezzo più infimo. I traduttori non sono abbastanza mal pagati? Una traduzione scadente non è proprio ciò che ci infastidisce di più in un libro? Come si può parlare di “rispetto per il lettore” quando non c'è rispetto per chi lavora? È chiaro che con uno stipendio da fame nessuno si sentirà incentivato e motivato nel fare il proprio meglio. Specialmente se questa è l'idea che voi avete del lavoro altrui. Sgobbare per poi vedere il proprio prodotto venduto sottocosto, quando non direttamente liquidato.
Dietro queste soluzioni, per quanto alcune attuabili, vi è un'idea molto aleatoria e naive di quello che è l'attività di una casa editrice: “parlare con gli agenti spiegando la situazione”?
Comprensibili di certo sono lo scontento e la delusione dei lettori ma d'altronde anche la posizione della casa editrice non è condannabile più di tanto. È legittimo per un'azienda non pubblicare più una saga se non vende. Perché una casa editrice dovrebbe andare in perdita se non crede più nel progetto e gli stessi lettori non ci hanno creduto?
Parliamoci chiaro: nella maggior parte dei casi si tratta di libri commerciali sul quale o c'è un ritorno economico o altrimenti non vale la pena investire a livello intellettuale. Infatti – ahimè sempre meno spesso – una c.e. investe su un contenuto di qualità che non venderà ma che può dargli prestigio. Ma se bisogna investire anche su un contenuto di puro intrattenimento (sacrosanto!) anche quando non vende, siamo al paradosso.

mercoledì 11 dicembre 2013

Consigli per non rovinare il Natale ad un lettore

 Sfatiamo il mito sul ricevere libri a Natale. Un lettore non è sempre felice di ricevere un dono fatto di carta e inchiostro. Non basta avere una forma rettangolare e un titolo stampato sopra per essere un regalo ben gradito. No, non ho il dovere di mostrarmi eccitata solo perché è un libro. Essere un lettore onnivoro non significa leggere qualsiasi cosa. Significa leggere ogni tipo di storia ben raccontata. Essere ben disposti a conoscere scrittori di diverse nazionalità, che trattano temi distanti tra loro con stili molto diversi. Non significa di certo scartare un regalo con occhi sgranati e fiduciosi per poi rimanere inevitabilmente delusi dal nuovo romanzo di Dan Brown (e che originalità, poi). Abbiamo ancora il diritto di rimostranza. Diciamo no alla vessazione di migliaia di lettori, costretti a pagare per la cieca ignoranza in cui vi muovete voi non-lettori. Come si può pensare che ricevere un romanzo scadente possa rendere felice qualcuno? Forse non avete capito che a noi non piace leggere perché ci piace leggere. Altrimenti anche l'elenco telefonico andrebbe bene. Ciò che conta è quello che sta dentro un libro, non è un oggetto vuoto.


Pensereste mai di regalare un pacco di würstel ad un amante della cucina? O un cartone di Tavernello ad un appassionato di vini? Ecco. Quindi per quale ragione dovrei essere felice di ricevere un libro se non è un buon libro? Allora, partecipate anche voi alla campagna: salva un lettore da un abominevole regalo natalizio. Per dire NO a Fabio Volo e Paolo Coehlo. Per la libertà d'indignazione, per il diritto di critica, perché è ora di ribellarsi, amici.
Se proprio non avete modo di accedere alla lista desideri dei vostri cari lettori (che è il modo migliore ed efficace per rendere felice qualcuno), allora dovrete rischiare. Dando ascolto ai miei suggerimenti.
Questi consigli sono basati unicamente sulle letture che ho fatto nel 2013 perciò non lamentatevi che, per esempio, non ci sia Cosmopolis di Don DeLillo.

Romanzi per tutti i gusti: 
Inizio barando perché questi li ho letti nel 2012, però non smetterò mai di consigliarveli:
Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti
Storia parziale delle cause perse di Jennifer Dubois

Il signore degli Orfani di Adam Johnson
Il premio pulitzer non delude. Una narrazione che tenta di spiegare attraverso una storia ricca di simboli il regime della Corea del Nord. Ma non si riduce a questo e diventa una ricerca d'identità e una riflessione sulla verità e sulla menzogna.  Qui la recensione.
Il posto dei miracoli di Grace McCleen 
Un esordio promettente per la scrittrice britannica. Il romanzo è la storia di Judith, una bambina che cresce nell'ambiente soffocante di una comunità religiosa estremista, che crea un mondo tutto suo per cercare di sfuggire alla realtà e di trovare l'affetto del padre. Qui la recensione.
Canada di Richard Ford
Un romanzo eccezionale. La storia di un ragazzo i cui genitori rapinano una banca. Le conseguenze di questo gesto indagate con occhio clinico. Ogni pagliuzza di sentimento. Un romanzo sul senso del limite, sul superamento delle frontiere.  Qui la recensione. 
Le stelle del cane di Peter Heller
Questo romanzo l'ho preso per curiosità. Non ha ricevuto premi importanti, probabilmente l'autore verrà presto dimenticato ma è una bella storia. Un contesto apocalittico, un uomo e un cane. Mi ha veramente preso. Magari regalate Heller quest'anno al posto del solito Ken Follett, che ne dite?
Dio di illusioni di Donna Tartt 
Una scrittrice che non deve mancare nella libreria di...chiunque. Un romanzo che è diventato, per me, oggetto di culto. Qui la recensione. 
Le rane di Mo Yan
Premio Nobel dello scorso anno. Il ritratto di un paese maestoso e terribile. La Cina di Mo Yan divisa tra progresso e tradizione. Un romanzo familiare dalle immagini potenti e dai personaggi straordinari. Attraverso il suo peculiare "realismo magico" Mo Yan affronta un tema spinoso: il controllo delle nascite. Qui la recensione. 
La bellezza delle cose fragile di Taiye Selasi
Un altro ritratto familiare. Di una famiglia africana, emigrata negli Stati Uniti. Un romanzo sul valore dell'identità culturale nel mondo globalizzato ma anche e soprattutto una storia di amori difficili. Qui la recensione. 

Questi li metto insieme perché sono corrosivi.
Don Winslow (prendetene uno qualunque, il capolavoro è Il potere del cane ma a me è piaciuto anche - seppur con riserva - I re del mondo)
Invisible Monsters di Chuck Palahniuk
Rosso americano di Rick Moody. Qui la recensione.

Per gli amanti delle narrazioni surreali e paradossali:
Invito ad una decapitazione di Nabokov
Il processo di Kafka 

L'isola di Arturo di Elsa Morante
Un romanzo che dentro ha tutto.
Una questione privata di Beppe Fenoglio
Oh, Milton. Veramente, se non l'avete ancora letto, vergognatevi.
Qui la recensione
Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino
Il regalo PERFETTO per un lettore. La domanda che si pone Calvino è che cos'è la letteratura?

Questi tre li metto anche se non li ho ancora finiti, perché rappresentano la letteratura italiana contemporanea che non solo è di talento ma addirittura di un talento straordinario. Gettate dalla finestra Fabio Volo.
Resistere non serve a niente di Walter Siti
Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo 
Ferito a morte di Raffaele La capria 



Per i ragazzi o per i lettori che non hanno perso la fantasia:
Chi sarà mai a quest'ora di Lemony Snicket (o siete ancora in tempo per recuperare Una serie di sfortunati eventi). Se non sapete chi è Lemony, cliccate qui.
La trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud
Wildwood di Colin Meloy
The Raven boys di Maggie Stiefvater
Eleonor and Park di Rainbow Rowell
Cercando Alaska di John Green

Per gli amanti dei classici: 
I miserabili di Victor Hugo ma se volete veramente distinguervi L'uomo che ride (qui la recensione).
Non so cosa scrivere per convincervi. Potreste pensare, data la mole, che siano noiosi. Ma avreste comunque irrimediabilmente torto. E non sapete quanto. Vi state perdendo bellezza in grande quantità.
Il rosso e il nero di Stendhal 
Julien Sorel, il personaggio perfetto. L'eroe antieroe. Il cattivo, idealista e presuntuoso Julien. Questo romanzo è fantastico.
Cuore di cane di Bulgakov
Un racconto piccino in cui troverete grandi idee. La satira sociale è il fulcro della narrazione. Una Russia in balia degli estremismi, folle e grottesca. Un esperimento alla Frankenstein che porterà il lettore a ridere e a riflettere sui limiti della natura umana e della storia.
Nord e Sud di Elizabeth Gaskell 
Agli amanti di Orgoglio e Pregiudizio: qualcosa di più impegnato, più contraddittorio e più "sporco". Senza rinunciare a del sano sentimentalismo che ci fa innamorare di personaggi di epoche passate, mai esistiti.
Il grande Gatsby o Tenera è la notte di Fitzgerald
Seriamente? Questo blog potrebbe considerarsi il fan-sito ufficiale di Fitzgerald

Ok, questi due non li ho letti ma vorrei che qualcuno me li regalasse, li considero dei capisaldi della letteratura americana
Furore di Steinbeck 
L'urlo e il furore di William Faulkner

Per gli amanti dei racconti: 
Undici solitudini di Yates
Undici anime solitarie, chiuse nella loro infelicità. Una raccolta sulle crepe della vita, sulle fratture dell'America e sulla lotta all'infelicità. Qui la recensione.
Una cosa piccola che sta per esplodere di Cognetti 
Il passaggio dalla linea d'ombra dell'adolescenza ad una fase adulta. Cinque racconti intensi sulla ricerca della propria identità. I protagonisti sono schiacciati sotto il peso di edifici familiari pericolanti che fanno ombra ai loro sogni confusi.
America oggi di Carver
Come per Yates, drammi quotidiani che fanno i conti con l'indifferenza dell'America. Finali brutali, scorci di violenza che scuotono il lettore. Qui la recensione. 
Il nuotatore e altri racconti di Cheever
Il nuotatore credo sia il racconto più bello che ho letto quest'anno. Riesce ad essere originalissimo, vagamente surreale e molto simbolico. Un vero gioiello.
Troppa felicità di Alice Munro. Insomma, è il premio Nobel di quest'anno. Brutta figura non potete fare.
Racconti di Friedrich Durrenmatt
La solita letteratura allegra e piena di speranza, insomma. Racconti sulla caduta, paradossali e grotteschi. Lui è un genio, nel caso non lo conosceste. Donatelo al vostro amico intellettuale, amante di Kafka.

Per gli amanti della non fiction: 
Leviatano di Philiph Hoare 
Un racconto magico di una ricerca. La ricerca del segreto di questo animale leggendario che tanto ha influenzato la letteratura e l'immaginario degli uomini. Un libro che ti appassiona come se fosse un romanzo, un'impresa. Poi quanto sono belle le balene?
La caduta di Diogo Mainardi 
Un bellissimo libro sull'amore paterno, la famiglia e il concetto di normalità. Mi ha lasciato sorpresa. Pensavo fosse un libro shock sulla malattia e invece è scritto in maniera particolare, bella e sincera. Un libro intelligente e di cuore.




giovedì 5 dicembre 2013

La bellezza è crudele. Dio di illusioni, Donna Tartt.

La letteratura è più efficace di un’arma da fuoco. Un proiettile segue una traiettoria breve. Colpisce in un istante. Ultimata la parabola, si conficca nel bersaglio e perde la sua efficacia. La letteratura invece ha un raggio d’azione potenzialmente infinito. Donna Tartt, ad esempio, nel 1992 ha scritto il suo Dio di illusioni (titolo originale: The secret history) e oggi nel 2013 le sue parole come frecce scagliate da un altrove lontano, hanno raggiunto e colpito il mio petto. Il potere strabiliante delle idee. 
Dio di illusioni è un romanzo formidabile. La storia è un susseguirsi di rivelazioni, ma non come potrebbe accadere in un thriller. La narrazione piuttosto si avvicina agli schemi della tragedia greca. E il dio di illusioni del titolo è proprio il dio greco Dioniso. “Maestro d’illusione, rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è”. 




La vicenda è ambientata in un elitario college nel Vermont in cui si reca Richard Papen, squattrinato e inquieto giovane, narratore degli eventi. Si lascerà affascinare da un gruppo di cinque brillanti ed eccentrici studenti di greco antico e dal loro professore, Julian, un esteta che esercita sugli allievi una forte seduzione spirituale. Julian contagerà i giovani discepoli con la sua passione per quel mondo antico e misterioso. Un mondo in cui l’irrazionale, il dionisiaco non erano tabù. “È un’idea tipica dei greci, e molto profonda. Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare. E cosa potrebbe essere più terrificante e più bello che perdere ogni controllo?”. Ma instillare queste idee di superamento del reale, in giovani ricchi e annoiati che si sentono onnipotenti non si limita ad essere una dissertazione filosofica. Si trasformerà in una sfida, un gioco pericoloso. Nelle vite dei ragazzi, tra gli stordimenti di alcol e droga, si affaccerà il fantasma della violenza e della depravazione. 

Il romanzo della Tartt si concentra su un’attenta riflessione sul male, condotta dall’interno. Il narratore infatti è un inside man. Richard Papen è un piccolo borghese californiano, un infiltrato nell’elitario circolo di Julian. La sua non appartenenza crea attorno al ristretto simposio una cortina di fascino e attrazione. Julian assume una statura mitica: mentore, figura paterna, ultimo baluardo di bellezza e grazia in una società prosaica e grigia. Henry, i gemelli Charles e Camilla, Francis e Bunny appaiono agli occhi di Richard inarrivabili. Ricchi, bellissimi, onnipotenti. Richard si lascia catturare dal magnetismo dei colti studenti di lingua e cultura greca. Il mondo classico si rivela essere una dimensione magica, di gran lunga più profonda della sua vita che percepisce come spenta e mediocre. Richard, apparentemente insensibile e apatico, si risveglia dal suo torpore e si avvicina grazie alle lezioni di Julian a questo “bellissimo e tormentoso paesaggio, morto da secoli”. Mentre però Richard è un turista ammirato di quel mondo, Julian e soprattutto Henry ne erano abitatori permanenti. Il mondo a noi noto, il mondo del presente, non era la loro vera casa. Studiando le forze incontrollabili che s’impadronivano degli antichi greci durante i baccanali, bramosi d’impadronirsi essi stessi di quelle forze, di raggiungere quello stato di estasi e di riconoscere il sentimento del sublime, i discepoli di Julian coltiveranno un’illusione. L’illusione di ricreare un’epoca remota, l’illusione di essere sganciati dai ritmi e dalla morale che regola il presente. Ingannati dalle loro stesse menti, accecate da un delirio di onnipotenza, i ragazzi si getteranno in dinamiche di gruppo degeneranti che sfoceranno in un atto di brutale violenza. 

The secret history è però un romanzo che non si concentra tanto sull’atto di depravazione, sulla malvagità, quanto su “l’infinità di trucchi grazie ai quali il male si presenta come bene”. Tanto più che i protagonisti hanno un’età vulnerabile (e quanto suona ironico questo aggettivo riferito a tali personaggi!) e sono incapaci di scorgere la trappola in cui sono finiti. La narrazione è estremamente soggettiva e poco lucida. Sia perché il narratore fa spesso uso di sostanze stupefacenti, sia perché egli stesso è continuamente ingannato dalla natura dei personaggi e delle loro azioni. Il racconto procede per ribaltamenti. Chi prima sembrava la vittima, si rivela il carnefice. Ciò che prima appare sublime e lirico, si trasforma in torbida scelleratezza. Le illusioni attorno alle personalità dei personaggi vengono squarciate. Lo stesso romanzo è una continua rivelazione. Sguscia via da qualsiasi definizione di genere. Ha molti elementi del giallo, del thriller, del romanzo psicologico, del romanzo di formazione. Sarebbe fare un torto alla scrittrice racchiuderlo in un’etichetta.

La Tartt intreccia l’interrogativo sul fascino del male con il rapporto tra moralità e denaro. 
Il fatto che i protagonisti appartengano a delle famiglie abbienti (nonostante non abbiano tutti lo stesso livello di agiatezza) è fondamentale. Perché l’azione che i protagonisti compiono è causata da una sorta di distanza dall’ordinario, la solida certezza di appartenere ad un genio superiore. Il denaro li inebria, li fa sentire diversi, migliori, onnipotenti. Ma soprattutto annoiati. Grazie ai soldi di Henry, che non dà alcuna importanza alle contingenze materiali proprio perché troppo ricco per preoccuparsene, i protagonisti diventano in un certo modo insensibili alla vita normale. Si sentono sempre più attratti dall’idea di trasgressione, di vitalità. Diventa un’ossessione: la ricerca di oblio, di un atto che possa ancora di più svincolarli dalla quotidianità e concedergli un singulto vero, difficile da trovare nelle alterazioni di farmaci e altre sostanze inebrianti, a cui ormai sono assuefatti.   

Quello che però potrebbe sembrare un romanzo nichilista (nel senso positivo e vitalistico che gli attribuiva Nietzsche) in realtà cova un severo giudizio morale. Il vero tema del romanzo non è un cinico atto superomistico bensì il senso di colpa. I protagonisti dalla loro perversione non troveranno altro che alienazione e sofferenza. Non quella terribile bellezza che gli antichi greci provarono nella liberazione di ogni istinto. Non reggono il fardello delle loro azioni (“Mi sentii addosso tutta l’amara, irrevocabile realtà della nostra azione, la sua malvagità”). Non superuomini, ragazzi dietro i cui atti si cela egoismo, marciume, perfidia. La bellezza è crudele, khalepà tà kalà. 

“Forse avrebbe considerato quei delitti come delle cose tristi folli tormentate pittoresche (Ho fatto tutto, si vantava il vecchio Tolstoj, anche uccidere un uomo) invece che atti fondamentalmente egoistici e malvagi quali erano”. 

La scrittrice statunitense costruisce un romanzo che è non solo una forte denuncia del vuoto, del potere alienante di una ricchezza, non supportata da altri valori ma anche un romanzo di disillusione e crescita. Descrive perfettamente il passaggio dalla nebulosità e irrequietezza dell’adolescenza ad uno stadio adulto. 


Analisi dei personaggi (solo per chi ha letto il romanzo!)

I personaggi del romanzo sono divisi tra due dimensioni: illusione e realtà. Man mano che la narrazione avanza (e quindi Richard prende coscienza di cosa succede attorno a lui) si accresce il divario tra come appaiono e chi sono realmente i cinque discepoli di Julian. Quello che dapprima gli sembra un circolo di geni superiori in cui è miracolosamente ammesso, si trasforma in un’associazione di capricciosi assassini. Persino dopo aver svelato l’omicidio compiuto, Richard tende a giustificare la loro azione, incolpando lo stato estatico e delirante in cui si trovavano (Henry, Francis e i gemelli organizzano un baccanale durante il quale uccidono per errore un uomo). E paradossalmente è Bunny che, agli occhi di Richard -  indottrinato da Henry e Francis - diventa il colpevole, il pericoloso e instabile traditore che, una volta scoperti, minaccia di rivelare il misfatto. Richard infatti anche in questa situazione si sente privilegiato, è stato scelto quale garante, membro insostituibile del gruppo, custode dell’inconfessabile delitto. Il segreto che condividono quindi è ciò che li unisce, che li legherà per la vita. Non lo sfiora neanche per un secondo, in un primo tempo, il sospetto che il fatto di essere stato reso partecipe, possa rappresentare per lui un danno. Non lo tocca il dubbio di poter essere stato manipolato. Ben presto però il segreto che avrebbe dovuto renderli amici per la vita e per la morte diventa una galleria buia e senza uscita. L’universo meraviglioso di Richard si trasforma in un universo terrificante. 

“Chi erano quelle persone? Quanto le conoscevo? Avrei potuto, al bisogno, fidarmi davvero di loro?”.

Prima di analizzare nel dettaglio gli altri personaggi, è necessario partire proprio da Richard. Uno degli interrogativi più importanti del romanzo è: perché Richard si lascia ingannare così? Perché è giovane? Perché è un ragazzo ordinario che si scontra con lo straordinario? Perché è povero? Probabilmente per tutte queste ragioni insieme. 
Richard sente un complesso d’inferiorità nei confronti del circolo di Julian. Tant’è che la sua infanzia grigia viene sostituita da un passato di ricco californiano, inventato di sana pianta, che riesca a renderlo più simile al club esclusivo. Entra in un universo da cui viene risucchiato e che esercita su di lui, provinciale dalla famiglia ottusa e dalle possibilità limitate, un effetto inebriante. 

“Forse che una cosa come il fatale errore,quell’appariscente cupa frattura che taglia a metà una vita  può esistere al di fuori della letteratura? Una volta pensavo di no. Ora sono dell’opinione contraria. E penso che il mio sia questo: un morboso, coinvolgente desiderio verso tutto ciò che affascina”.

Come non rimanere affascinato dai gemelli? Da Camilla, dalla bellezza di un altro tempo; da Charles, benvoluto da tutti. Come non farsi avvolgere dal carisma da dandy di Francis? E dall’intelligenza di Henry? Henry, cultore delle lingue morte, glaciale e scostante ma che prima gli salva la vita e poi lo reputa addirittura degno di conoscere il loro segreto. Naturalmente la verità viene a galla e Richard capisce che Henry e gli altri gli rivelano il segreto soltanto per anticipare Bunny (che avrebbe rivelato infatti di lì a poco il delitto a Richard, ormai però influenzato e “avvelenato” dalla versione di Henry e Francis). 
Ed è solo la consapevolezza che acquisisce Richard che riesce in un certo senso a salvarlo. Lui è l’unico personaggio che cresce, si allontana e riesce a superare l’esperienza del college mentre gli altri annegheranno nei loro sensi di colpa. Però all’inizio la sua mente è annebbiata, vinta completamente dalla colossale illusione costruita attorno al circolo. 

“Alcune cose sono troppo terribili per entrare a far parte di noi a primo impatto. Altre contengono una tale carica di orrore che mai entreranno dentro di noi. Solamente più tardi nella solitudine, nella memoria, giunge la comprensione: quando le ceneri sono fredde, la gente in lutto è andata via. Quando ci si guarda intorno e ci si ritrova in un mondo completamente diverso”.

Forse, per sua stessa ammissione, il vero peccato di Richard è stata la sua “tendenza a considerare buone le persone interessanti”.

Il nucleo vitale attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi è Henry. “Era l’autore di quel dramma e aveva atteso a lungo, dietro le quinte, il momento di salire sul palcoscenico e recitare il ruolo scritto per se stesso”. Di un’intelligenza sopraffina, ricco oltre ogni immaginazione, distante e freddo. Chiuso nel suo mondo dagli antichi ritmi, dalle lettere antiche e dalle lingue morte. Superiore a chiunque. Un perfetto manipolatore. è lui l’ideatore dell’idea del rito dionisiaco, lui che ha trascinato gli altri nella bufera di trasgressione e depravazione che li avvolgerà. E chi altri se non lui, da cui tutti dipendono economicamente ed emotivamente? Il fatto che lui sia il più agiato, non è un caso. Rientra in quel conflitto tra denaro e morale che la Tartt ha delineato così bene nel racconto. Henry addirittura accoglie con una sorta di perversa curiosità l’ipotesi di dover uccidere Bunny (“sento che si sta profilando per noi una serie di eventi in rapida progressione”). L’architetto di tante macchinazioni, dei cinque l’unico senza rimorsi. Henry arriverà ad ammettere a Richard che la sua vita è sempre stata scialba e stagnante, un luogo deserto, fino a quando non ha ucciso quell’uomo. E paradossalmente avrà la fine più tragica.

L’altro grande protagonista, per quanto nascosto e ai margini della narrazione, è Julian che da benefattore prodigioso passa a vigliacco che si dà alla fuga. Julian è un esteta vanitoso e distante che si gloria del fatto che abbia un’enorme influenza sui suoi allievi salvo poi abbandonare gli stessi quando i suoi discorsi edonistici si concretizzano in un progetto di morte. Da figura paterna amabile e affascinante ad opportunista noncurante e glaciale. 
Julian dimostra una grande freddezza, indossa una maschera di calore che non è altro che l’ennesima illusione di profondità. In realtà, è “rigido come uno specchio”

La cosa più triste è il rapporto tra l’allievo prediletto, Henry, e il vanaglorioso Julian che finirà per abbandonarlo. La loro relazione, che è anche - procedendo per sommi capi -  il motore dell’azione, è l’antitesi del rapporto maestro-allievo raffigurato nel film “L’attimo fuggente”. Il suicidio di Henry è da ricollegare alla spaventosa influenza del professore che è fuggito di fronte ai gesti sconsiderati del discepolo. Henry di certo non si riscatta però dimostra che la delusione che ha procurato a Julian è l’unica cosa che alla fine lo ha commosso, l’unica. 

“Non fu per disperazione né per paura che lo fece. Era la storia con Julian che gli aveva fatto una profonda impressione. Penso che sentisse il bisogno di compiere un gesto nobile, qualcosa che provasse a noi e a se stesso che era di fatto possibile mettere in pratica gli alti astratti principi insegnatici da Julian: dovere, pietà, lealtà e sacrificio. Ricordo il suo riflesso nello specchio mentre si puntava la pistola alla tempia; la sua espressione di folle concentrazione, di trionfo, quasi un tuffatore che corra verso la fine del trampolino: occhi stretti, felice nell’attesa del grande salto”. 

Henry rimane il modello superiore per gli altri, in peggio e in meglio. Un mostro ed un eroe.
Tutti noi abbiamo  bisogno di sentirci vivi e commettiamo gesti estremi. 

All’opposto dell’artificiosità menzognera di Henry, troviamo Bunny. Durante la lettura - ed è questa la bravura della Tartt - vi ritroverete ad odiarlo. Perché penserete che la combriccola di Henry in fondo abbia ragione e debba cavarsela. Il ricatto di Bunny è solo fastidioso ed insopportabile. Quando però insieme a Richard prendiamo coscienza di cosa c’è dietro alle nostre illusioni adolescenziali (il voler credere che una persona interessante sia anche buona e abbia in qualche modo una licenza sul resto del mondo) scopriamo l’amara, brutale realtà. E allora impariamo ad apprezzare il carattere fantomatico, la personalità fumettistica di Edmond. Toccava il cuore delle persone. Un ragazzetto arricchito e pieno di debiti non poteva competere con il fascino degli altri, ai nostri occhi ingenui. Lui era un ragazzo normale, non eccezionale. Sacrificabile. Non comprendeva il fascino del male. Era solo sfrontato, anche un po’ volgare. Non possedeva la fede necessaria per abbandonarsi al baccanale. Non aveva la forza necessaria per comprendere quegli atti di follia e crudeltà. Ha ceduto sotto il peso di un segreto troppo grande per le sue spalle. 

Sullo sfondo, i personaggi più enigmatici: i gemelli, Camilla e Charles. Due gocce d’acqua perturbanti, che nascondono una relazione incestuosa e possessiva. La loro rivelazione è forse quella più inaspettata. Charles, da ragazzo benvoluto e amabile si trasforma in un alcolizzato violento. Camilla, di cui tracciare un ritratto chiaro sembra ancora impossibile, da dolce e affascinante diventa una volubile giocatrice. Il suo personaggio rimane criptico. Forse rappresenta il vuoto della bellezza da cui la Tartt ha cercato di metterci in guardia per tutto il romanzo, quella bellezza di cui tutti s’invaghiscono ma che in fondo non ha niente da offrire. Infatti s’innamorano di lei pressoché tutti. E non posso fare a meno di ricollegare (anche) a lei queste righe: “Non c’è nulla di sbagliato nell’amore per la bellezza ma se non è sposata a qualcosa di più profondo  è sempre superficiale”. 

Francis,infine, è forse l’unico personaggio positivo del clan. Un omosessuale infelice che si lascia trasportare per amore nel delitto. Perché agisce? Probabilmente per il motivo per cui tutti sono nelle mani di Henry: si sentono accettati, accolti in una famiglia. Tutti loro infatti hanno delle situazioni familiari disastrose, ragion per cui Julian appare ai loro occhi così prezioso. Un padre eletto. 

Le domande non trovano risposte esaustive. Le dinamiche di gruppo hanno qualcosa di incomprensibile, una sorta di energia magica. Quelle che Durkheim, studiando i fenomeni religiosi, ha chiamato “effervescenze collettive”, correnti che nascono solo nel gruppo, che generano esaltazione e galvanizzazione degli spiriti, che trascinano e trasformano gli individui., 

Non sarebbe giusto ricondurre i comportamenti dei protagonisti ad una pura logica di istinto di branco, eppure è un’importante elemento psicologico nel romanzo della Tartt. Così Richard si sente coinvolto per il debito nei confronti di Henry e l’attrazione per Camilla, e Francis per l’amore verso Charles, e Camilla per l’amore verso Henry e ancora altre sottilissime dinamiche sotterranee che la Tartt tesse per noi. 

venerdì 22 novembre 2013

Scelte editoriali di copertina - I granchi dell'editoria #7

granchiQualche mese fa ho messo in wishlist un romanzo consigliato da John Green a cui, a suo dire, si era stretto il cuore durante la lettura. "Eleonor & Park" di Rainbow Rowell. La copertina e il titolo originali suggerivano una storia d'amore tenera tra due timidi adolescenti. In realtà è una storia ruvida, ambientata negli anni '80 tra due outsider, in bilico tra due mondi. Una storia malinconica. Più sul passare del tempo che sull'amore. Più sul dolore che sull'innamoramento. Una narrazione molto reale sull'adolescenza e sui limiti dei sentimenti.



Ecco. Ero ferma a metà romanzo quando ho scorto in libreria la versione italiana di questa piccola perla. Non l'avessi mai vista. Ci sono tanti modi in cui un progetto può essere modificato da una casa editrice. Tante ragioni. Specialmente di marketing. È giusto e doveroso cercare di vendere a quanti più lettori possibili un romanzo, specialmente così valido. E se ciò vuol dire modificare titolo e copertina, ben vengano i cambiamenti che producono un risultato. Il problema si pone quando una trasformazione avviene su altri presupposti. Presupposti non condivisibili.
 http://www.youbookers.it/images/stories/rubriche/I_granchi_delleditoria/collagegranchi.jpg
La scelta di modificare un progetto grafico così minimale e perfetto come quello di Eleonor&Park è per me incomprensibile. Proprio la semplicità e l'immediatezza avrebbero attratto più pubblico. Magari non solo lettori attratti da storie d'amore, per esempio. Le illustrazioni, poi, sono talmente belle da essere considerate, per me, parte integrante del lavoro. Lo so, forse sono troppo sentimentale ma adoro ciò che comunica la copertina originale. E poi è impossibile paragonarla a quell'immagine pescata a caso su Google da un cane cieco che ha sostituito una tale delizia. Perché? In quale brutto e abominevole paese la copertina italiana attirerebbe più pubblico di quella originale? Magari ci sono stati dei problemi tecnici? D'accordo, pagate un altro illustratore. Pensate ad un'altra idea. Qualcosa di meno grossolano. Qualcosa di più appetibile. Qualcosa che non assomigli ad un Harmony, con tutto il rispetto per gli Harmony ma per prima cosa hanno un pubblico limitato ed inoltre un tipo di progetto così raffazzonato tradisce in tutto gli intenti del libro. La storia è quella di Eleonor, una ragazza grassottella dai capelli rossi. E di Park, mingherlino ragazzo dalle origini asiatiche. Due ragazzi fuori posto. Guardate le copertina italiana. Vi sembra rispecchiare le intenzioni dell'autore? Non so quando siamo diventati dei lettori così poco esigenti. Dei consumatori che divorano e digeriscono romanzi senza alcuno spessore che si assomigliano tutti nella loro mediocrità. Davvero non so quando le case editrici hanno iniziato a pensare che non vale la pena puntare anche su un altro tipo di pubblico. Un pubblico maschile, ad esempio. Davvero non so.
Collaborazione con il sito youbookers - continua qui.

sabato 16 novembre 2013

Consigli di lettura OBBLIGATORI

Considerate questo post come un corso accelerato per diventare persone migliori: più simpatiche, dalla pelle più luminosa e senz'altro più tollerabili il lunedì mattina.

ISTRUZIONI:
- Sedetevi comodi.
- Prendetevi dei pop-corn, se siete il tipo. Io preferisco le patatine.
- Sorbitevi 12 minuti di video in cui cerco di istillarvi un po' di amore per questa scrittrice.

Vi sentite già più fortunati e più arrichiti, non è così? Ve lo leggo in volto.


domenica 3 novembre 2013

Bookcrossing: libera un libro.

Il bookcrossing, letteralmente scambialibro, consiste nel liberare un libro dalla vostra libreria e abbandonarlo in un punto della vostra città. O potreste direttamente donarlo voi ad un passante. A cosa serve? Ci sono due punti di vista, entrambi validi: 1) potreste liberarvi di un libro che non vi è piaciuto 2) potreste far conoscere ad uno sconosciuto il suo nuovo libro preferito. Il senso del bookcrossing è quello di avvicinare qualcuno alla lettura quindi per favore, so che la tentazione è tanta, ma non rifilate fabio volo o federico moccia a dei poveri ignari non-lettori. Un conto è un libro che non vi ha fulminato. Un conto è un non-libro che nel mondo plasticoso delle librerie-supermarket è diventato best seller. Siamo d'accordo? Bene. Liberate anche voi un libro.

giovedì 31 ottobre 2013

Il mondo di Lemony Snicket


Scoperto il mondo di Lemony Snicket, la vostra vita da lettori cambierà inevitabilmente. Succede così quando ci si trova davanti ad un tale genio. Sì, sono di parte. Sì, questo è il blabericcio non autorizzato su uno dei miei più grandi amori letterari. Sì, la lunghezza del video è ai limiti del legale. Sopportatemi.

lunedì 28 ottobre 2013

I granchi dell'editoria #6 - Le case editrici e i grandi classici

Uno dei lavori che apprezzo di più delle case editrici è quello di ridare nuova linfa ai classici. No, non parlo semplicemente di cambiargli la copertina o rivenderli a prezzi minori. Sto parlando dell'immane lavoro che c'è dietro alla rivitalizzazione dell'opera di uno scrittore che ha vissuto in altre epoche, ormai lontane dalla nostra.
http://www.youbookers.it/images/stories/rubriche/I_granchi_delleditoria/granchi.jpgTradurre nuovamente un classico è un'impresa difficile. Riadattare un testo come Moby Dick per renderlo fruibile ai lettori del nostro tempo non è qualcosa a cui assistiamo tutti i giorni. La più recente credo sia QUESTA della UTET. Io possiedo quella di Cesarina Minoli del 1986 ma ammetto di voler recuperare la traduzione di Pavese del 1932. L'impresa di leggere il gigante della letteratura potrebbe così risultare ancora più ostica ma se non altro affascinante. È lo stesso Pavese, traduttore del capolavoro di Mellville, a dire: "Tradurre Moby Dick è mettersi al corrente con i tempi". Ma quale traduzione di un grande classico non lo è? Non a caso la nuova collana di rilancio dei classici lanciata dall'Einaudi, si chiama proprio "Le grandi traduzioni".
Dopo aver già citato la rivisitazione dell'opera di Fitzgerald per mano della minimum fax (anche la Mattioli si è recentemente occupata di lui, pubblicando Trimalchio, prima versione inedita de Il grande Gatsby), passiamo ad una nuova riscoperta: Dostoevskij.
Emanuela Guercetti infatti ha creato la nuova traduzione di uno dei miei libri preferiti: Delitto e Castigo. Dalla stesura del romanzo ormai ci separano quasi centocinquant'anni (è stato scritto nel 1865). Non ho potuto resistere e l'ho acquistata in ebook ad un prezzo più che conveniente. Quest'operazione è stata senza dubbio uno stimolo per una rilettura che meditavo di fare da tempo. Lessi Delitto e Castigo a sedici anni e ne rimasi incantata. È stato forse il mio primo amore letterario, ciò che mi ha spinto ad andare in libreria il giorno dopo e ad acquistare quasi la metà dei libri dello scrittore russo. Del romanzo possiedo una comodissima edizione Garzanti divisa in due volumi (ricordate cosa dicevo QUI riguardo il giovamento tratto dal mio povero naso grazie alle edizioni separate di libri elefantiaci?), tradotta da Giorgio Kraiski nel 1969.
Ora naturalmente non voglio dire che una traduzione vecchia sia necessariamente peggiore di una nuova. Ovviamente varia da caso a caso. Ma ritengo necessaria una rivisitazione dei classici, magari fatta dallo stesso autore (Pavese stesso corresse la sua nel 1941). La letteratura va nutrita. Un classico deve necessariamente essere riadattato al linguaggio corrente (senza per questo impoverirlo!) se non vogliamo correre il rischio di perderlo.

venerdì 18 ottobre 2013

Malconcio avviso di guasto provvisorio

Post di servizio. Fate finta che sia uno sgangherato cartello sulla porta.

Sono viva e vegeta. Sto solo scrivendo la tesi. I miei occhi s'incrociano ogni due per tre, vivo con il terrore di diventare cieca date le mille ore che passo davanti al foglio bianco di Word e sono entrata nella fascia rischio obesità per la fame nervosa che ha preso il controllo totale di me. Ma sto relativamente bene. Questi ultimi mesi li ho passati tra crisi nervose e pianti però ce l'ho fatta. Mettiamo finalmente un punto alla mia semidisastrosa esperienza universitaria (per la mia salute, mica per altro! No, noi secchioni non ci smentiamo).
Cose che di certo non farò mai più:
- Latino
- Linguistica
- Storia della censura nell'Italia dell'800
Giubilio!

Insomma, questo avviso serve per dirvi che sto tornando. Già dalla fine di Ottobre questo blog avrà cadenza regolare. Non ridete, dai. Fate almeno finta di crederci. Nel frattempo, vi dico due, tre cosine che dovete assolutamente procurarvi:

- La bellezza delle cose fragili di T. Selasi (poi mi dite anche come si pronuncia, grazie)
- Margareth Atwood
- The Raven Boys

Torno alla tesi. Ciao.

venerdì 11 ottobre 2013

I granchi dell'editoria: I like big books and I cannot lie

Fin da quando ero piccina, ho avuto un'ossessione per i libri massicci. Quei rassicuranti tomoni che ti promettono innumerevoli pagine da sfogliare, infinite avventure, lunghissime ore di apnea letteraria. Senza contare la soddisfazione di aver scalato una montagna a lettura conclusa, la possibilità di entrare dentro un mondo da cui uscirai soltanto dopo mille e mille pagine. I libri sottiletta spesso (e sì, sto generalizzando) sono troppo brevi per diventare dei veri rifugi. Che è quello che ci serve in questo momento. Ah, no, adesso sto parlando solo di me.
Ammettiamolo. Se pensate ad un libro, la prima cosa che vi viene in mente è un volumone polveroso e spesso almeno sei centimetri (sì, ho misurato Anna Karenina con il righello). images
Ahimè, il mondo superati i dodici anni non è più lo stesso. Lo spazio non è infinito e la libreria scricchiolante dietro di te ne è la prova conclamata. Il tempo per leggere si accorcia (anche se il tempo si deve trovare, mica ti viene a bussare alla porta). Ritagliarsi uno spazietto per leggere non è impossibile ma è meglio avere la possibilità di portare i libri con sé.
Ecco, l'unico difetto dei big books è proprio questo: la loro portabilità. Nell'era in cui tutto è sempre più piccolo, più trasportabile, più maneggevole, i libri mammut sono delle ingombranti e lentissime testuggini. Ok, basta con le metafore animali.
La società liquida, sempre più frenetica e indaffarata, sembra essere poco compatibile con le immersioni in romanzi alla infinite jest. Tutto è frammentario, la lettura non può che adeguarsi. La compressione del tempo e la velocità di fruizione sono diventate delle abitudini a cui purtroppo sacrifichiamo il piacere di una sana alienazione da una realtà fin troppo virtuale. Lo so, è un paradosso.
Ho notato anche in me stessa questo impulso a dare precedenza a libri più piccini e "veloci" da leggere per ultimarne effettivamente la lettura. Tendo ad abbandonare i miei adorati big books e a posticiparne la lettura specialmente in periodi molto impegnativi che mi permettono di leggere poco. Di questo ne parlò anche Nick Hornby, un uomo più interessante di me, ne La lettura, inserto del Corriere della Sera. Non vi linko l'intervista nella speranza che prima di googlarlo finirete di leggere il mio pezzo. Diamine, stiamo parlando proprio del bruttissimo vizio nelle società ipertecnologiche della dispersione!
 CONTINUA QUI 

domenica 29 settembre 2013

Jay Gatsby mi ha rovinato

Forse il personaggio di Jay Gatsby dovrebbe avere una categoria a parte in questo blog, me ne rendo conto. Questo piccolo spazietto web si sta trasformando in un fan-site. Cercherò di contenermi nei prossimi due secoli, lo prometto. Nel frattempo:


venerdì 27 settembre 2013

La lista desideri

Torna la rubrichina inutile sulle ultime voglie letterarie. Galeotte furono le ultime visite in libreria a mani (quasi) vuote. Sto cercando di mantenere fede alle mie promesse: comprare meno libri. Molte cose sono andate storte negli ultimi mesi, anzi stortissime. C'è stato un brusco ribaltamento dell'asse della mia vita, in direzione sfiga nera. E uso la parola sfiga per tentare di essere indulgente con me stessa. Insomma, questa parola non è stata inventata per questo? Ma piantiamola con i piagnistei. La sostanza è che tra i molti progetti fuori uso, almeno questo lo voglio tenere a galla. La mia libreria recentemente è stata sollevata dal peso di molti libri che hanno lasciato il nido per destinazioni più temperate e soleggiate. Se ne volete approfittare, andate qui. A casa mia, mi chiamano Mordecai. Tutti razzisti.
Ormai avrete capito che quindi la rubrichina della lista desideri serve più a me come terapia più che come appunto mentale per i prossimi acquisti. Ho infatti già una vera lista desideri, è qui su anobii ed è del tutto irrealizzabile. 

1) La collina delle farfalle di Barbara Kingsolver (edita da Neri Pozza)
 
Autrice americana già affermata in patria e che tengo d'occhio da un po', arriva in Italia per la prima volta con un romanzo che pare riesca a fondere una tematica ambientalista ad una raffinata tecnica narrativa. Insomma, niente fricchettoni. Lo voglio.
2) Mouseton Abbey  di Nick Page

Credo ci sia ben poco da dire: sono malata. 
3) Salinger di David Shields 
 http://graphics8.nytimes.com/images/2013/08/26/arts/BOOK/BOOK-popup.jpg
Credo si possa intuire quanto io ami questo scrittore già dal titolo di questo blog. Si è detto di ogni risma su di lui. Ecco, questo tomone gigante le raccoglie tutte. Ho letto pareri negativi che mi hanno scoraggiato ma non così tanto da non volermene comunque appropriare. E poi, è bellissimo. Lo so, non dovrebbe essere rilevante ma lo è.

4) L'amata 12 - di François Schuiten

 http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2012/10/amata_cover.jpg
Questa è una graphic novel che mi alletta da molto. Peccato che la copia che giace alla Feltrinelli della mia zona abbia l'aspetto di una tesi di laurea macerata dai topi nelle cantine delle università. Ergo ne rimando costantemente l'acquisto benché il prezzo non sia affatto elevato e io impazzisca per le trame che coinvolgono i treni. "Il treno ha fischiato" mi ha traviato.

giovedì 12 settembre 2013

Consigli di lettura parte II

Nel vortice della disperazione che mi ha risucchiato a seguito dello studio matto e disperatissimo per l'ultima materia prima della sospirata Laurea, sono riuscita a mandarvi un debole segnale di vita. Mentre lotto con le unghie e con i denti contro quella bestia feroce della coniugazione dei verbi latini, vi dono questo video-chiacchierata su due autori molto, molto preziosi per me. Elsa Morante e Beppe Fenoglio (Oh, Milton! - innamoratevi di lui, ragazze).

martedì 27 agosto 2013

Al riparo dal potere: Il Signore degli Orfani di Adam Johnson

http://media.booksblog.it/c/c84/Il_Signore_degli_Orfani-280x442.jpg
Edito da Marsilio Editore, vincitore del Premio Pulitzer 2013

Chi è il Signore degli Orfani? Nessuno di importante. Il figlio del signore degli orfani invece è il protagonista del romanzo. Lui sì, è importante. A questo soldato, in balia degli eventi, incapace di disertare nonostante la vasta rosa di orrori di cui si gloria il governo della Nord Corea, è negata qualsiasi identità. L'unico appiglio sicuro è quello di essere cresciuto in un orfanotrofio, gestito dal padre avvinazzato e schiacciato dalla disperazione fino a diventare crudele. Ma lui non è un orfano. Sua madre, una bellissima cantante, è stata portata nella Capitale per allietare le serate dei potenti. Questo nucleo di capricciosi uomini che giocano col destino di milioni di persone. Anonimo, sadico, imbattibile.
Il più cupo dei romanzi distopici è dipinto da Johnson. Dimenticatevi la nuova moda Young Adult con pennellate di distopia. Questo è un romanzo che vi farà domandare come e perché tutto questo è possibile nel mondo reale.
Certo, tante delle storie descritte dall'autore sono poco realistiche - non per il carico di atrocità che portano con sé ma perché in successione tendono a capitare al nostro protagonista una quantità tale di eventi da creare un effetto di saturazione - ma tutto è perdonato perché il vincitore del Pulitzer dispiega un ventaglio che non vuole narrare un'avventura ma una narrazione simbolica, ricca di metafore e rimandi interni. Ambiguità è la parola chiave per decifrare il romanzo. I personaggi camminano su un filo sospeso in aria. Una pericolosa zona grigia, come l'area demilitarizzata che divide il Nord e il Sud della Corea, tra verità e menzogna. Tra versione ufficiale, accettata dal governo, e la tua versione, la tua storia che è sempre in secondo piano, sempre nascosta. Quello che davvero ti ruba un regime, non è la felicità, è la verità. La tua identità, la tua storia. La capacità di realizzare il tuo destino. Nessuno dei protagonisti riesce ad essere se stesso. Tutti indossano una maschera, tutti raccontano delle bugie. Chi per salvare se stesso, chi gli altri.
Il risultato è un gigantesco groviglio di metaletteratura. In cui non solo i fatti ma anche i pensieri, i desideri vengono miscelati al passato, alle menzogne di copertura, all'immaginazione, alle speranze dei protagonisti. Niente è mai chiaro. Anche il narratore è sdoppiato, o per meglio dire, frammentato in più punti di vista. Oltre che a creare un escamotage narrativo potente, questa tecnica è fortemente significativa per capire fino in fondo cosa vuol dire vivere sotto un governo dispotico e totalitario. La tua intera esistenza è messa in discussione, persino il tuo pensiero. 
Anche l'amore, una passione che dovrebbe essere diretta verso un unico oggetto del desiderio, qui si dirama in molte direzioni, o meglio, è diretto verso una donna ma è nutrito da molteplici affluenti. All'immagine della donna amata quindi si sovrappongono tutte le immagini delle donne amate dal protagonista, a cominciare dalla madre perduta fino ad un surrogato di madre che gli salverà la vita.
Il Signore degli Orfani è un romanzo bellissimo, non privo di difetti, ma audace e immaginifico. Le sue storie vi cattureranno, le odierete a volte, perché dicono la verità, anche se resa migliore dalle parole. Questo è il trucco della letteratura.   
Un protagonista cresciuto al buio, in un paese che si spegne di notte, che lotterà nell'oscurità. Non come un eroe. Non contro il potere, ma al riparo da esso.

"Tu sei la fiamma. Il vecchio continua a toccare la tua fiamma calda soltanto con le mani ma soltanto le sue mani toccano la tua fiamma, e allora guarda adesso come si sta bruciando"


"Il nome Mongnan significa magnolia, il fiore bianco più bello di tutti. E questo ciò che i nostri soggetti dicono di vedere quando sono all'apice del dolore: una cima montuosa in inverno, dove in mezzo al ghiaccio un fiore bianco solitario sboccia per loro"

Mollate Hunger games et similia, purtroppo il mondo ha già fatto di peggio.

mercoledì 21 agosto 2013

Unread books - Una bara di libri

Qualche giorno fa ho tentato di dare una parvenza di ordine nell'ormai repubblica separatista della mia libreria, anarchica e indipendente dal resto della casa. Siamo ad un soffio dalla guerra civile. Il presidente del Regno (il comodino, per diritto di anzianità) ha deciso di essere tollerante, fiducioso in un rapido riassetto costituzionale. Da insider ho deciso di avventurarmi in territorio nemico, facendo delle scoperte a dir poco scandalose. Decidiamo qui di terminare la metafora bellica perché non è proprio nelle mie corde.
Insomma, vi ricordate quando blateravo di project 10 books, quando mi ripromettevo di non comprare più libri e coltivavo gli insani e patetici piani di smaltimento libri-non letti? Che poi che brutta parola "smaltimento" per i libri. Forse è per questo che tutto è naufragato: sono uno spirito romantico. No, amici, non mentiamo a noi stessi. Sono una debole.
Il risultato del mio fallimento è questa lista di libri mai aperti o abbandonati che giacciono impotenti sugli scaffali della mia libreria da anni, ormai! Senza che nessuno badi a loro, senza che i tg nazionali denuncino questa situazione insostenibile, senza nemmeno una petizione online o un gruppo di indignados fasulli su facebook!
A costo di passare per una scellerata e grigia consumatrice, ho deciso di fare coming-out e compilare questa lista. Per amore di giustizia, per onestà intellettuale, come vessillo della mia vergogna.

  

sabato 10 agosto 2013

Libri ciofeca: il ritorno di Jay Gatsby. Perché?


                                   

Non mi chiedete più perché odio la Newton.

giovedì 8 agosto 2013

La malattia contemporanea: Rosso Americano, Rick Moody



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Il titolo originale è Purple American. Nonostante sia stato usurpato dal rosso, nell'edizione italiana quel porpora, quel viola, quel rosso malaticcio, vittoriano, così carico, ha modo di scaturire a più riprese e di inondare lo sguardo del lettore. Il titolo contiene già in sé tutte le perfezioni del romanzo. Un "purple" che già al suono sembra suggerire la malattia, la morte, il degrado. Perché il viola è quasi un rosso deformato. Ti ipnotizza e dentro c'è tutto. Eros e thanatos. Queste due pulsioni ancestrali che lottano in un orizzonte di desolazione postindustriale.

Trama
Rosso Americano è un racconto condensato di 48 ore della vita di Dexter Raitliffe, uomo di mezza età, costretto a ritornare nella cittadina in cui è cresciuto per prendersi cura della madre, Billie, rimasta sola. "Ma' Raitliffe"è malata. Costretta in un letto, paralizzata, ha bisogno di costanti cure e attenzioni. Mentre Dexter deve fare i conti con il precipitare della malattia materna, scoppia un incidente in una centrale nucleare. In che modo la fuga radioattiva è intrecciata alle vicende della famiglia Raitliffe?   


La geometria del romanzo è disegnata su un triangolo: malattia-nuclearizzazione-senso di colpa. Due filoni narrativi: quello della malata degente, Billie, accudita dal figliol prodigo, Hex, e quella di Lou, marito e patrigno in fuga, coinvolto in un incidente nucleare. La narrazione binaria è unificata dal senso di colpa, sentimento che pervade ogni sillaba di questo tortuoso romanzo.
Come delle schegge impazzite continuiamo a rimbalzare in questo tossico perimetro chiuso, da un angolo all'altro del triangolo: l'ambiente contaminato dalle radiazioni che genera la malattia che genera il senso di colpa.
La scrittura di Moody è caleidoscopica. Adotta un realismo acido, corrosivo che, naturalmente finisce per mescolare dettagli grotteschi e parossistici ad elementi classici simbolici (ritorna continuamente l'immagine del bagno, simbolo di purezza ma anche di morte). L'uso della lingua è magnifico, pieno di sfumature. Ogni situazione è descritta attraverso una prospettiva inedita che mira a negare ogni descrizione fedele alla consuetudine, bandita la normalità. Mi ha ricordato molto Palahniuk. Solo che Moody è migliore. Migliore perché ha un respiro più ampio, meno frammentato, meno scandalistico. Più labirintico. Più vicino ai personaggi. Ecco, sì, i personaggi.
Hex e Billie. Il figlio e la Madre. Questa è la storia più antica del mondo. Di come gli esseri umani siano lontani anni luce, di come la più semplice delle comunicazioni risulta impossibile. Moody estrinseca il tema attraverso mortificanti processi fisici: da un lato la madre, a causa della sua malattia, sta perdendo la voce, unico baluardo di civiltà, di resistenza contro la passività che si sta impadronendo di lei. Si rifiuta di farsi aiutare dalla voce artificiale e preimpostata di un computer. Non vuole rassegnarsi al processo umiliante di reificazione a cui va inevitabilmente incontro. "Il mio corpo, il mio povero corpo" diventa una nenia ossessiva, un sottotitolo a tutte le sue non-azioni. Dall'altro lato, anche il figlio è condannato all'incomunicabilità, vittima di una più "normale" balbuzie. Queste due isole, queste due solitudini sono il cuore del romanzo. La madre che chiede un gesto di pietà, con tutti gli sforzi che le costa articolare una semplice richiesta. Si affaccia così il fantasma dell'eutanasia. Hex non comprende, non accoglie, non accetta.
Come potrebbe? Ingombrato da un complesso edipico enorme, alcolizzato e incapace di instaurare rapporti umani solidi.  
"Come fa la gente ad invecchiare? A mettere la testa a posto?". 
"Le uniche parole che vengono facili da dire ad Hex Raitcliffe sono, in sostanza, parole di scusa".
 Moody sembra scegliere per il suo romanzo delle situazioni limite, delle esistenze estreme, ai margini. La verità però è ribaltata. In realtà, tutti siamo malati. Hex e Billie sono soltanto due esempi. La malattia ci circonda perché viviamo in un ambiente contaminato. Ecco che l'apparente narrazione secondaria (quella della fuga radioattiva) trova la sua perfetta collocazione, il suo esatto significato. L'America è sciupata, consumata. Una critica caustica all'indifferenza, ai paradisi artificiali di cui noi Occidentali siamo i più famelici divoratori. Moody con il suo sarcasmo impietoso ci elenca, come un dottore ghignante, i sintomi della nostra malattia. "Il nostro diritto inalienabile alle sit-com", i cibi di plastica, lo stordimento quotidiano legalizzato di alcool e barbiturici, il nostro dimenticare continuo e incessante.
Incredibile come da un romanzo così chimico, così artificiale scaturisca così potente la compassione, la partecipazione al dolore, la comprensione totale della sofferenza. Tutti abbiamo il nostro Inferno. E Moody ce lo mostra. Un formidabile fuoriclasse, di razza bastarda che ci fa commuovere e incazzare. Uno degli scrittori della vita. 

Se potessi scegliere un'immagine da allegare al post, metterei una scena del romanzo. Difficile da commentare. Un penoso bacio su un molo che si affaccia su un cantiere dove costruiscono sottomarini militari. "Un'avventura sentimentale contemporanea, monumento a tutto ciò che c'è di grande tra gli americani, l'Electric Boat, divisione della General Dynamics Corporation (...) dove i residui lavoratori timbrano il cartellino per edificare armi di distruzione". Uno sfondo post-industriale degradato su cui questi due manichini cercano un appiglio in un mare di impotenza.

P.S. Le prime due pagine del romanzo sono una poesia. Un lunghissimo periodo in cui c'è davvero tutto. 

sabato 27 luglio 2013

I granchi dell'editoria #4- Perchè non supporto Amazon

Continua la collaborazione con il sito Youbookers. Questa volta è il turno di Amazon. Perché non mi convince come rivenditore e soprattutto come editore. Numerosi commenti sul fatto che ho scritto delle "puttanate". Peccato che tutte le notizie riportate siano verificate su siti esterni. Lo so, è difficile riflettere sulle nostre abitudini di acquisto. Specie se si tratta di mettere mano al portafoglio...

 http://www.youbookers.it/images/stories/rubriche/I_granchi_delleditoria/amazon-box-robot.jpg


Il colosso editoriale di Jeff Bezos ha battuto ogni record. Il valore di mercato di Amazon al momento è pari a 140 miliardi di dollari. Una cifra astronomica. È difficile trovare un lettore che non abbia usufruito almeno una volta dei vantaggi del gigante dell'e-commerce. Sembra che oggi nessuno possa fare a meno delle politiche stracciaprezzi e dell'efficienza di Amazon. Io sono l'eccezione.
Ci sono tre notizie, apprese nel corso di quest'anno, che mi hanno spinto a non mitizzare né tanto meno sostenere il sito americano.
  1. Lo scandalo scoppiato in Germania per le insostenibili condizioni di lavoro imposte agli operai (potete visualizzare un articolo cliccando QUI)

  2. Amazon apre le porte ai fandom: creata la nuova piattaforma kindle worlds (potete visualizzarla QUI, se invece desiderate saperne di più eccovi un articolo interessante), destinata alla pubblicazione di fanfiction a prezzi (ovviamente) ridicoli.
  3. Amazon compra il social network sui libri più importante del mondo: Goodreads. (cliccate QUI per visualizzare la notizia)

Velocità ed efficienza le parole d'ordine di Amazon, probabilmente il motivo della sua fortuna. Cosa c'è dietro un apparato così metodico? Una gestione del lavoro che ripaga in termini monetari ma che forse perde in umanità.

(CONTINUA QUI

giovedì 25 luglio 2013

Una finestra su Yates e Carver


 Yates e Carver sono quei nomi che ti rimbombano in testa da sempre. Un rimando casuale da parte di uno scrittore, una citazione in un film, un riferimento in un articolo di giornale. Sono ovunque in letteratura. Negli scaffali, tra i critici, annoverati tra gli autori più influenti, più consigliati, più amati, più detestati. Ho questo assillo da molto tempo: non aver ancora letto nulla di questi due maestri. Ora il problema è smettere. 

Perché ve ne parlo nello stesso post? Perché entrambi scrivono racconti? Perché entrambi sono americani? Non ho bisogno di lanciarmi in voli pindarici sull'importanza dell'esperienza americana nell'arte della short story. Quel modo americano di raccontare: con quel realismo lucido, analitico, a tratti brusco. Perché breve non è mica sinonimo di "superficiale, vuoto, inconcludente", come purtroppo continuano a riferirmi i non lettori di racconti. Queste due raccolte sono pienissime, strabordanti, ti travolgono con il loro carico di angoscia e disperazione invisibile.
Ho letto America oggi, e folgorata, ho iniziato subito Undici solitudini. Indovinarne due di fila così, è veramente raro.  Sarà perché ne ho sempre sentito parlare insieme. Yates e poi Carver. E io prima ho letto Carver con i suoi finali che ti spezzano il fiato e poi Yates con i suoi personaggi fuori posto, rotti, cattivi. Questo loro modo di indagare nelle piccole e misere vite quotidiane, fatte di ricatti e silenzi, trucchi e maschere. Non avete idea di cosa c'è dietro la normalità. Di cosa c'è dentro una banale e tranquilla vita in provincia.
"Due cose sono sicure: uno, ormai alla gente non gliene frega più niente di quello che succede agli altri; due, qualsiasi cosa succede, succede agli altri (...) E, intanto, la gente intorno a te continua a chiacchierare e a comportarsi come se fossi la stessa persona che eri ieri, stanotte, cinque minuti fa, e invece tu stai attraversando una crisi profonda e ti senti il cuore a pezzi…"
Con tutta quell'acqua a due passi da casa , America oggi
"Tutti avevano il cuore spezzato, certo. Però, lo stesso". 
Limonata, America oggi 


L'indifferenza degli altri. Il loro maledetto andare avanti. E tu non puoi. La solitudine che si arrampica sulle costole, infetta le esistenze dei protagonisti. Delle monadi, stanze senza finestre, che però non hanno alcun innatismo, non rispondono a nessun ordine. Sono lì, e basta. Siamo qui, e basta. Alla ricerca che qualcuno si accorga. E si fermi. Lo scrittore non può essere soltanto un altro spettatore. Questi due scrittori si sono fermati, hanno raccolto la testimonianza, la narrano, la consacrano.  
Hanno portato la luce in queste esistenze, uno sguardo gettato su quello che gli altri ignorano. La tensione drammatica che percorre le pagine e che eleva il quotidiano, il prosaico a collante universale. Questa è la letteratura che ci insegna a guardare meglio, a cercare le finestre ma anche le crepe vanno bene. Anche dalle fessure entra la luce.  

 “E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre.
Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”
Costruttori, Undici solitudini


Note a pié di pagina: mi fate un favore? Leggete anche Fitzgerald dopo Yates. E capirete. Sì, capirete che cose straordinarie hanno fatto queste "autorità del fallimento".

lunedì 1 luglio 2013

La lista desideri






 

Ritorna la rubrichetta striminzita sui desideri del momento. Ci tengo a precisare che la mia (vera) wishlist su anobii è infinita, potrei reincarnarmi in lettori voraci per dieci vite e comunque non riuscire ad esaurirla. Questi titoli, più che altro, sono le suggestioni del momento. Quella pulce nell'orecchio che fatichi ad ignorare. Quell'urgenza maledetta che ti assilla. Quella vocina flebile che sussurra: "e se poi non lo ristampano più e te lo perdi?". Anche le vostri menti partoriscono questi pensieri paranoici e malati? Spero per voi di no. 


1) Chiedi alla luna di Nathan Filler
Pare sia un piccolo gioiello di un autore contemporaneo imperdibile. Di solito, quando qualcuno di cui mi fido dice così, non voglio sapere altro ma se proprio dobbiamo diventare prosaici: parla di un ragazzo di diciannove anni schizofrenico (Ipocondria, mi leggi?). 
Per questo libriccino devo incolpare questo signore che ne ha scritto meglio qui.
 http://covers.feedbooks.net/item/504733.jpg?size=large&t=1370591501


2)  È il tuo giorno, Billy Lynn!
  Di questo libro Nick Hornby ha detto:  "Il romanzo più bello che ho letto quest'anno". Lo so che come presentazione di un libro fa schifo perché citare altri autori è populista e ruffiano, molto speso ingannevole e meschino però io ci casco. è il grottesco viaggio di ritorno (per poco) di una squadra bravo dall'Iraq in America. Un rocambolesco ritorno alla civiltà. Promette di farvi piangere dalle risate. Lo voglio disperatamente. 
 http://giotto.ibs.it/cop/cop.aspx?s=B&f=170&x=0&e=9788875214890

3) Mandami tanta vita, Paolo di Paolo. 
Finalista per il premio Strega (quest'anno pare non faccia così orrore), non ho idea della trama ma ho la certezza quasi matematica che sia bellissimo. 
 http://www.leultime20.it/wp-content/uploads/2013/04/Mandami-tanta-vita-di-Paolo-Di-Paolo-Feltrinelli-258x394.png

4) Il nuotatore di Paolo Cognetti 
Dopo Sofia, ho messo un po' da parte Cognetti. Per assimilarlo meglio, per vedere se trascorso un lasso di tempo ragionevole ci pensassi ancora. Ebbene sì. Questo è nuovo, nuovo. Fresco di stampa. è un racconto illustrato da Mara Cerri (di cui tra l'altro desidero ardentemente Via Curiel n. 8) . Il riferimento è a Cheever (immagino). Ero indecisa se inserirlo o meno visto che Cognetti da pochissimo ha inaugurato una rubrichetta su minima et moralia sulla scrittura e l'ha chiamata come il mio blog. Con amore e squallore. Immaginate il mio risentimento. Poi ho realizzato che Cognetti non ha la minima idea di chi io sia e non è che posso vantare qualche pretesa sul materiale di Salinger. 
 

5)  I kill giants di Joe Kelly
Graphic novel consigliata da ZeroCalcare per cui impossibile da ignorare. Una bambina spaccanocidicocco come protagonista. Pare bello. Pare. 
 http://www.mangaforever.net/wp-content/uploads/2010/11/i_kill_giants.jpg

domenica 23 giugno 2013

25 Bookish Things

Risucchiata dalla sessione estiva, gabbata continuamente dal mio pc moribondo, sono comunque riuscita a produrre questo video. 25 cose da lettori. Spero possa strapparvi un sorriso. 


giovedì 13 giugno 2013

L'uomo che ride, Victor Hugo


 
Nella postfazione al romanzo, Stevenson, da lucido narratore qual era, assume la parte del professore e bacchetta il caro Hugo, accusandolo di verbosità e scarsa verosomiglianza. Ha ragione. Hugo si dilunga, si infiamma su dialoghi impossibili, scene da visionario che farebbero mettere le mani nei capelli a qualsiasi amante del realismo a tutti i costi. Ma il severo maestro deve ammettere che Hugo, tra i grandi forse quello che ha sbagliato di più, è un genio. Un genio la cui colpa è forse l'eccessiva animosità, la strabordante fantasia che non gli permetteva di fermarsi dal far correre la penna.
L'uomo che ride è il secondo romanzo che leggo di quest'autore. Il secondo dopo i Miserabili. Il pregiudizio c'era. Non pensavo che sarebbe riuscito a superare il suo più celebre capolavoro. Invece l'ha quanto meno eguagliato. Questo romanzo è molto più cupo e terribile de i Miserabili. Non c'è una risoluzione dell'intreccio, non c'è pentimento, non c'è la giustizia letteraria. Non ci sono antagonisti leggendari ma vili, bassi agenti dell'ombra e che nell'ombra rimarranno senza che il lettore possa darsi pace, sapendo almeno che qualcuno li abbia smascherati, anche se non puniti. Oscure maree inghiottono i personaggi, naufraghi, vagabondi, mostri deformi, ciechi. "Il mare e la sorte si agitano sotto lo stesso soffio".
Ho sempre pensato che Hugo fosse prima poeta e drammaturgo e solo dopo narratore. Forse perché quello che mi spingeva a voltare pagina dopo pagina, incantata, erano i ritratti di questi meravigliosi titani che sono i protagonisti delle sue storie. Sì, perché l'intreccio de "L'Uomo che ride", sottraendo gli interminabili discorsi del misantropo-filosofo Ursus, durerebbe trecento pagine. Altro che romanzo d'appendice. Ma la bellezza di queste idee ambigue - che hanno braccia, gambe, volti, occhi - ci trasporta nell'universo tragico di Hugo. Un mondo mai così satirico (i pari d'Inghilterra e la monarchia dileggiati e disprezzati) e mai così notturno e grottesco.

Note personali: Josiane, personaggio femminile magnifico, moderno e terribile. Una donna "nata dalla marea", con un occhio azzurro brillante e uno fiammeggiante nero.

giovedì 30 maggio 2013

Commento ai capitoli finali de "Il Grande Gatsby"

Per il Gruppo di Lettura di Gatsby, organizzato dal  blog Sangue d'Inchiostro . Qui, il commento ai capitoli precedenti.


Proprio nei giorni in cui mi apprestavo a terminare la rilettura dei tre capitoli finali de Il Grande Gatsby, un amico mi ha suggerito un docufilm splendido. Anche il titolo non è niente male: Nostalgia for the light. Astronomi e archeologi sono i protagonisti. Entrambi manipolatori del passato. I primi guardano su, in alto. Studiano eventi nello Spazio, talmente lontano dal nostro pianeta da arrivare molto tempo dopo che sono avvenuti. I secondi guardano giù, scavano, cercano tracce di un passato lontanissimo che disotterrano e provano a ricostruire. A questo punto starete pensando: “ma questa è pazza, che sta dicendo?”. Comprendo la vostra irritazione, ci sto arrivando. Quello che mi ha colpito è che la prospettiva che unisce queste due professioni è unica: il presente non esiste. Esiste solo nella nostra mente. Per percepire la presenza della persona che vi sta di fronte, l'occhio impiega un tempo, certo infinitesimale, ma è già lontano da voi, è già “successa”. Ecco, perché il passato e il futuro sono le uniche dimensioni percepibili. Io credo che se Fitzgerald fosse vivo, ci avrebbe scritto un romanzo a riguardo. Intendo, se non avesse scritto già Gatsby.
Jay Gatsby è un dislessico temporale, confonde il passato con il futuro, pensa che si possa replicare, proietta tutte le sue energie in qualcosa che non avverrà mai. Perché questa è la sua natura. La sua devozione verso l'irreale, la sfarzosa pignatta traboccante di speranza e di fantasticherie che è la sua mente e il romantico rifiuto del fallimento, lo rendono l'immortale figura tragica che mi spezzerà per sempre il cuore, non importa quante volte io rilegga la sua storia. Gatsby,  un “figlio di Dio”, un giocoliere d'illusioni. Ha resistito finché ha potuto.
Il quinto e il sesto capitolo (i miei preferiti) si muovono nell'atmosfera del sogno, della reverie. Il sesto, in particolare, è come se fosse narratoci dal canto immortale della voce di Daisy. La chiusa raggiunge vette liriche impossibili da eguagliare con Gatsby che sale “come una scala” in un posto segreto dove avrebbe potuto “succhiare la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia”e infine il bacio, al suono di un “diapason battuto su una stella”.  Non stupisce quindi che i tre capitoli finali siano il ruzzolare scomposto, lo sgretolio patetico di questa colossale illusione. Il settimo è il capitolo dello svelamento, della rivelazione brutale. Il più lungo del romanzo. È l'ultimo giorno d'estate; per i poeti, da sempre, la fine delle illusioni. La prima immagine è quella della casa di Trimalcione chiusa. Le luci della casa spente. Non si riaccenderanno mai più. Il riferimento a Petronio ci introduce perfettamente nel capitolo in cui la satira sociale fa da padrona.
Il primo elemento disarmonico che incrina le convinzioni di Gatsby è l'arrivo sulla scena della figlia di Tom e Daisy. Un elemento imprevisto in quanto non esistente nel passato, sempre più difficile da riprodurre ormai. 
La rivelazione più grande, cardine per l'inquadramento del personaggio sfuggente di Daisy, è quella che riguarda la sua voce. Per tutto il romanzo si fa accenno a quest'irresistibile melodia che vince ogni resistenza. Tutti ne sono vittima. Lo stesso Nick, all'inizio, non può far altro che sporgersi verso di lei, attratto come Ulisse. È Gatsby a capire cosa nasconde quel canto da sirena. “È piena di soldi”. Ecco cos'era quel fascino inesauribile, il suo tintinnio, la sua musica di cembali... In alto, in un palazzo bianco, la figlia del re, la ragazza d'oro...
In inglese, la parola “golden” non si riferisce solo al soldo ma anche ad uno stato d'animo, ad una purezza, uno stato originario. “Stay golden” significa in qualche modo, per quanto sia intraducibile, “Resta puro”. Golden è la condizione ideale. Daisy è nata così, ricoperta d'oro.
CONTINUA QUI...

domenica 26 maggio 2013

Tenera è la notte di F.S. Fitzgerald.

 "Sono stati fatti bei tuffi dai trampolini più fragili"


I romanzi di Fitzgerald sono spirali di distruzione. Quando un personaggio cade a pezzi si addensa una nube di macerie finissime che ricopre il paesaggio circostante. Prendete in mano qualsiasi dei suoi libri, la polvere è la vera protagonista. E così nel dolorosissimo "Tenera è la notte". Il rapporto di Dick e Nicole non si spezza. Si dissolve. E nell'aria rimane quella polvere di sogno. Questo è quello che ti spezza il cuore: la cenere, costante memorandum di ciò che è stato, di ciò che è finito ma di cui non puoi liberarti. Come granelli di sabbia, Nicole si era inserita nelle più inacessibili pieghe del suo animo. Impossibile liberarsene. La lotta ferina ingaggiata dai due a suon di recriminazioni, sorrisi sarcastici, risate isteriche, sguardi vacui, li ha ridotti a brandelli. Il contrasto penoso tra sanità e follia, una doppia serpe che avviluppa la loro relazione, fino a soffocarli. Si riaffaccia prepotentemente la questione meschina del denaro. Nicole, bella e sfacciatamente ricca. Un doppio incantesimo, difficile da spezzare per Dick, sempre distante (come medico) e subordinato (di estrazione sociale irrimediabilmente inferiore). Nonostante tutto, percepisci il loro amore spettrale. Una catena che li tiene legati. Lui l'ha salvata. Lei gli ha regalato sprazzi di "felicità incoerente". Tenera è la notte. L'oscurità che li avvolge è dolce. "Davanti a noi, chilometri di notte".
Il romanzo a cui Fitzgerald ha lavorato nove anni, il suo lavoro più ambizioso, più maturo. Ricco di riferimenti autobiografici, situazioni topiche della sua letteratura (incidenti in macchina, narratori esterni ingenui, confronti tra gli amanti, uno romantico, l'altro rozzo), riferimenti autoreferenziali che richiameranno più di un deja-vu alla mente del lettore affezionato. Proprio per questo gli ho preferito Gatsby. Struttura più coesa, meno limacciosa. In più punti, l'angoscia e l'estrema dilatazione temporale dell'agonia dei personaggi ti procura quel pruriginoso fastidio che ti spinge ad allontanarti dal romanzo. Tuttavia sono stati solo dei momenti trascurabili: la maturazione artistica dello scrittore è evidente, lo stile impareggiabile. Il solito magnifico Fitzgerald.
"Come un'indifferenza costantemente alimentata o lasciata a se stessa si trasforma in un vuoto, così lui aveva imparato a essere vuoto di Nicole, comportandosi con lei con negazione e distacco sentimentale. Si parla di cicatrici guarite, una vaga similitudine tratta dalla patologia della pelle, ma nella realtà non esiste una cosa simile. Esistono ferite aperte, a volte piccole come una puntura di spillo, ma sono pur sempre ferite. I segni della sofferenza possono essere paragonati al massimo alla perdita di un dito o di un occhio; potremmo non perderli mai, nemmeno per un minuto all'anno, ma se capitasse non ci sarebbe più nulla da fare"


Note a margine: NON PRENDETE L'EDIZIONE DALAI EDITORE. Refusi ovunque, traduzione non eccezionale e erroracci di stampa (15 pagine sono state perdute e altre 15 sono state ristampate due volte).  In compenso, copertina carinissima.