giovedì 5 dicembre 2013

La bellezza è crudele. Dio di illusioni, Donna Tartt.

La letteratura è più efficace di un’arma da fuoco. Un proiettile segue una traiettoria breve. Colpisce in un istante. Ultimata la parabola, si conficca nel bersaglio e perde la sua efficacia. La letteratura invece ha un raggio d’azione potenzialmente infinito. Donna Tartt, ad esempio, nel 1992 ha scritto il suo Dio di illusioni (titolo originale: The secret history) e oggi nel 2013 le sue parole come frecce scagliate da un altrove lontano, hanno raggiunto e colpito il mio petto. Il potere strabiliante delle idee. 
Dio di illusioni è un romanzo formidabile. La storia è un susseguirsi di rivelazioni, ma non come potrebbe accadere in un thriller. La narrazione piuttosto si avvicina agli schemi della tragedia greca. E il dio di illusioni del titolo è proprio il dio greco Dioniso. “Maestro d’illusione, rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è”. 




La vicenda è ambientata in un elitario college nel Vermont in cui si reca Richard Papen, squattrinato e inquieto giovane, narratore degli eventi. Si lascerà affascinare da un gruppo di cinque brillanti ed eccentrici studenti di greco antico e dal loro professore, Julian, un esteta che esercita sugli allievi una forte seduzione spirituale. Julian contagerà i giovani discepoli con la sua passione per quel mondo antico e misterioso. Un mondo in cui l’irrazionale, il dionisiaco non erano tabù. “È un’idea tipica dei greci, e molto profonda. Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare. E cosa potrebbe essere più terrificante e più bello che perdere ogni controllo?”. Ma instillare queste idee di superamento del reale, in giovani ricchi e annoiati che si sentono onnipotenti non si limita ad essere una dissertazione filosofica. Si trasformerà in una sfida, un gioco pericoloso. Nelle vite dei ragazzi, tra gli stordimenti di alcol e droga, si affaccerà il fantasma della violenza e della depravazione. 

Il romanzo della Tartt si concentra su un’attenta riflessione sul male, condotta dall’interno. Il narratore infatti è un inside man. Richard Papen è un piccolo borghese californiano, un infiltrato nell’elitario circolo di Julian. La sua non appartenenza crea attorno al ristretto simposio una cortina di fascino e attrazione. Julian assume una statura mitica: mentore, figura paterna, ultimo baluardo di bellezza e grazia in una società prosaica e grigia. Henry, i gemelli Charles e Camilla, Francis e Bunny appaiono agli occhi di Richard inarrivabili. Ricchi, bellissimi, onnipotenti. Richard si lascia catturare dal magnetismo dei colti studenti di lingua e cultura greca. Il mondo classico si rivela essere una dimensione magica, di gran lunga più profonda della sua vita che percepisce come spenta e mediocre. Richard, apparentemente insensibile e apatico, si risveglia dal suo torpore e si avvicina grazie alle lezioni di Julian a questo “bellissimo e tormentoso paesaggio, morto da secoli”. Mentre però Richard è un turista ammirato di quel mondo, Julian e soprattutto Henry ne erano abitatori permanenti. Il mondo a noi noto, il mondo del presente, non era la loro vera casa. Studiando le forze incontrollabili che s’impadronivano degli antichi greci durante i baccanali, bramosi d’impadronirsi essi stessi di quelle forze, di raggiungere quello stato di estasi e di riconoscere il sentimento del sublime, i discepoli di Julian coltiveranno un’illusione. L’illusione di ricreare un’epoca remota, l’illusione di essere sganciati dai ritmi e dalla morale che regola il presente. Ingannati dalle loro stesse menti, accecate da un delirio di onnipotenza, i ragazzi si getteranno in dinamiche di gruppo degeneranti che sfoceranno in un atto di brutale violenza. 

The secret history è però un romanzo che non si concentra tanto sull’atto di depravazione, sulla malvagità, quanto su “l’infinità di trucchi grazie ai quali il male si presenta come bene”. Tanto più che i protagonisti hanno un’età vulnerabile (e quanto suona ironico questo aggettivo riferito a tali personaggi!) e sono incapaci di scorgere la trappola in cui sono finiti. La narrazione è estremamente soggettiva e poco lucida. Sia perché il narratore fa spesso uso di sostanze stupefacenti, sia perché egli stesso è continuamente ingannato dalla natura dei personaggi e delle loro azioni. Il racconto procede per ribaltamenti. Chi prima sembrava la vittima, si rivela il carnefice. Ciò che prima appare sublime e lirico, si trasforma in torbida scelleratezza. Le illusioni attorno alle personalità dei personaggi vengono squarciate. Lo stesso romanzo è una continua rivelazione. Sguscia via da qualsiasi definizione di genere. Ha molti elementi del giallo, del thriller, del romanzo psicologico, del romanzo di formazione. Sarebbe fare un torto alla scrittrice racchiuderlo in un’etichetta.

La Tartt intreccia l’interrogativo sul fascino del male con il rapporto tra moralità e denaro. 
Il fatto che i protagonisti appartengano a delle famiglie abbienti (nonostante non abbiano tutti lo stesso livello di agiatezza) è fondamentale. Perché l’azione che i protagonisti compiono è causata da una sorta di distanza dall’ordinario, la solida certezza di appartenere ad un genio superiore. Il denaro li inebria, li fa sentire diversi, migliori, onnipotenti. Ma soprattutto annoiati. Grazie ai soldi di Henry, che non dà alcuna importanza alle contingenze materiali proprio perché troppo ricco per preoccuparsene, i protagonisti diventano in un certo modo insensibili alla vita normale. Si sentono sempre più attratti dall’idea di trasgressione, di vitalità. Diventa un’ossessione: la ricerca di oblio, di un atto che possa ancora di più svincolarli dalla quotidianità e concedergli un singulto vero, difficile da trovare nelle alterazioni di farmaci e altre sostanze inebrianti, a cui ormai sono assuefatti.   

Quello che però potrebbe sembrare un romanzo nichilista (nel senso positivo e vitalistico che gli attribuiva Nietzsche) in realtà cova un severo giudizio morale. Il vero tema del romanzo non è un cinico atto superomistico bensì il senso di colpa. I protagonisti dalla loro perversione non troveranno altro che alienazione e sofferenza. Non quella terribile bellezza che gli antichi greci provarono nella liberazione di ogni istinto. Non reggono il fardello delle loro azioni (“Mi sentii addosso tutta l’amara, irrevocabile realtà della nostra azione, la sua malvagità”). Non superuomini, ragazzi dietro i cui atti si cela egoismo, marciume, perfidia. La bellezza è crudele, khalepà tà kalà. 

“Forse avrebbe considerato quei delitti come delle cose tristi folli tormentate pittoresche (Ho fatto tutto, si vantava il vecchio Tolstoj, anche uccidere un uomo) invece che atti fondamentalmente egoistici e malvagi quali erano”. 

La scrittrice statunitense costruisce un romanzo che è non solo una forte denuncia del vuoto, del potere alienante di una ricchezza, non supportata da altri valori ma anche un romanzo di disillusione e crescita. Descrive perfettamente il passaggio dalla nebulosità e irrequietezza dell’adolescenza ad uno stadio adulto. 


Analisi dei personaggi (solo per chi ha letto il romanzo!)

I personaggi del romanzo sono divisi tra due dimensioni: illusione e realtà. Man mano che la narrazione avanza (e quindi Richard prende coscienza di cosa succede attorno a lui) si accresce il divario tra come appaiono e chi sono realmente i cinque discepoli di Julian. Quello che dapprima gli sembra un circolo di geni superiori in cui è miracolosamente ammesso, si trasforma in un’associazione di capricciosi assassini. Persino dopo aver svelato l’omicidio compiuto, Richard tende a giustificare la loro azione, incolpando lo stato estatico e delirante in cui si trovavano (Henry, Francis e i gemelli organizzano un baccanale durante il quale uccidono per errore un uomo). E paradossalmente è Bunny che, agli occhi di Richard -  indottrinato da Henry e Francis - diventa il colpevole, il pericoloso e instabile traditore che, una volta scoperti, minaccia di rivelare il misfatto. Richard infatti anche in questa situazione si sente privilegiato, è stato scelto quale garante, membro insostituibile del gruppo, custode dell’inconfessabile delitto. Il segreto che condividono quindi è ciò che li unisce, che li legherà per la vita. Non lo sfiora neanche per un secondo, in un primo tempo, il sospetto che il fatto di essere stato reso partecipe, possa rappresentare per lui un danno. Non lo tocca il dubbio di poter essere stato manipolato. Ben presto però il segreto che avrebbe dovuto renderli amici per la vita e per la morte diventa una galleria buia e senza uscita. L’universo meraviglioso di Richard si trasforma in un universo terrificante. 

“Chi erano quelle persone? Quanto le conoscevo? Avrei potuto, al bisogno, fidarmi davvero di loro?”.

Prima di analizzare nel dettaglio gli altri personaggi, è necessario partire proprio da Richard. Uno degli interrogativi più importanti del romanzo è: perché Richard si lascia ingannare così? Perché è giovane? Perché è un ragazzo ordinario che si scontra con lo straordinario? Perché è povero? Probabilmente per tutte queste ragioni insieme. 
Richard sente un complesso d’inferiorità nei confronti del circolo di Julian. Tant’è che la sua infanzia grigia viene sostituita da un passato di ricco californiano, inventato di sana pianta, che riesca a renderlo più simile al club esclusivo. Entra in un universo da cui viene risucchiato e che esercita su di lui, provinciale dalla famiglia ottusa e dalle possibilità limitate, un effetto inebriante. 

“Forse che una cosa come il fatale errore,quell’appariscente cupa frattura che taglia a metà una vita  può esistere al di fuori della letteratura? Una volta pensavo di no. Ora sono dell’opinione contraria. E penso che il mio sia questo: un morboso, coinvolgente desiderio verso tutto ciò che affascina”.

Come non rimanere affascinato dai gemelli? Da Camilla, dalla bellezza di un altro tempo; da Charles, benvoluto da tutti. Come non farsi avvolgere dal carisma da dandy di Francis? E dall’intelligenza di Henry? Henry, cultore delle lingue morte, glaciale e scostante ma che prima gli salva la vita e poi lo reputa addirittura degno di conoscere il loro segreto. Naturalmente la verità viene a galla e Richard capisce che Henry e gli altri gli rivelano il segreto soltanto per anticipare Bunny (che avrebbe rivelato infatti di lì a poco il delitto a Richard, ormai però influenzato e “avvelenato” dalla versione di Henry e Francis). 
Ed è solo la consapevolezza che acquisisce Richard che riesce in un certo senso a salvarlo. Lui è l’unico personaggio che cresce, si allontana e riesce a superare l’esperienza del college mentre gli altri annegheranno nei loro sensi di colpa. Però all’inizio la sua mente è annebbiata, vinta completamente dalla colossale illusione costruita attorno al circolo. 

“Alcune cose sono troppo terribili per entrare a far parte di noi a primo impatto. Altre contengono una tale carica di orrore che mai entreranno dentro di noi. Solamente più tardi nella solitudine, nella memoria, giunge la comprensione: quando le ceneri sono fredde, la gente in lutto è andata via. Quando ci si guarda intorno e ci si ritrova in un mondo completamente diverso”.

Forse, per sua stessa ammissione, il vero peccato di Richard è stata la sua “tendenza a considerare buone le persone interessanti”.

Il nucleo vitale attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi è Henry. “Era l’autore di quel dramma e aveva atteso a lungo, dietro le quinte, il momento di salire sul palcoscenico e recitare il ruolo scritto per se stesso”. Di un’intelligenza sopraffina, ricco oltre ogni immaginazione, distante e freddo. Chiuso nel suo mondo dagli antichi ritmi, dalle lettere antiche e dalle lingue morte. Superiore a chiunque. Un perfetto manipolatore. è lui l’ideatore dell’idea del rito dionisiaco, lui che ha trascinato gli altri nella bufera di trasgressione e depravazione che li avvolgerà. E chi altri se non lui, da cui tutti dipendono economicamente ed emotivamente? Il fatto che lui sia il più agiato, non è un caso. Rientra in quel conflitto tra denaro e morale che la Tartt ha delineato così bene nel racconto. Henry addirittura accoglie con una sorta di perversa curiosità l’ipotesi di dover uccidere Bunny (“sento che si sta profilando per noi una serie di eventi in rapida progressione”). L’architetto di tante macchinazioni, dei cinque l’unico senza rimorsi. Henry arriverà ad ammettere a Richard che la sua vita è sempre stata scialba e stagnante, un luogo deserto, fino a quando non ha ucciso quell’uomo. E paradossalmente avrà la fine più tragica.

L’altro grande protagonista, per quanto nascosto e ai margini della narrazione, è Julian che da benefattore prodigioso passa a vigliacco che si dà alla fuga. Julian è un esteta vanitoso e distante che si gloria del fatto che abbia un’enorme influenza sui suoi allievi salvo poi abbandonare gli stessi quando i suoi discorsi edonistici si concretizzano in un progetto di morte. Da figura paterna amabile e affascinante ad opportunista noncurante e glaciale. 
Julian dimostra una grande freddezza, indossa una maschera di calore che non è altro che l’ennesima illusione di profondità. In realtà, è “rigido come uno specchio”

La cosa più triste è il rapporto tra l’allievo prediletto, Henry, e il vanaglorioso Julian che finirà per abbandonarlo. La loro relazione, che è anche - procedendo per sommi capi -  il motore dell’azione, è l’antitesi del rapporto maestro-allievo raffigurato nel film “L’attimo fuggente”. Il suicidio di Henry è da ricollegare alla spaventosa influenza del professore che è fuggito di fronte ai gesti sconsiderati del discepolo. Henry di certo non si riscatta però dimostra che la delusione che ha procurato a Julian è l’unica cosa che alla fine lo ha commosso, l’unica. 

“Non fu per disperazione né per paura che lo fece. Era la storia con Julian che gli aveva fatto una profonda impressione. Penso che sentisse il bisogno di compiere un gesto nobile, qualcosa che provasse a noi e a se stesso che era di fatto possibile mettere in pratica gli alti astratti principi insegnatici da Julian: dovere, pietà, lealtà e sacrificio. Ricordo il suo riflesso nello specchio mentre si puntava la pistola alla tempia; la sua espressione di folle concentrazione, di trionfo, quasi un tuffatore che corra verso la fine del trampolino: occhi stretti, felice nell’attesa del grande salto”. 

Henry rimane il modello superiore per gli altri, in peggio e in meglio. Un mostro ed un eroe.
Tutti noi abbiamo  bisogno di sentirci vivi e commettiamo gesti estremi. 

All’opposto dell’artificiosità menzognera di Henry, troviamo Bunny. Durante la lettura - ed è questa la bravura della Tartt - vi ritroverete ad odiarlo. Perché penserete che la combriccola di Henry in fondo abbia ragione e debba cavarsela. Il ricatto di Bunny è solo fastidioso ed insopportabile. Quando però insieme a Richard prendiamo coscienza di cosa c’è dietro alle nostre illusioni adolescenziali (il voler credere che una persona interessante sia anche buona e abbia in qualche modo una licenza sul resto del mondo) scopriamo l’amara, brutale realtà. E allora impariamo ad apprezzare il carattere fantomatico, la personalità fumettistica di Edmond. Toccava il cuore delle persone. Un ragazzetto arricchito e pieno di debiti non poteva competere con il fascino degli altri, ai nostri occhi ingenui. Lui era un ragazzo normale, non eccezionale. Sacrificabile. Non comprendeva il fascino del male. Era solo sfrontato, anche un po’ volgare. Non possedeva la fede necessaria per abbandonarsi al baccanale. Non aveva la forza necessaria per comprendere quegli atti di follia e crudeltà. Ha ceduto sotto il peso di un segreto troppo grande per le sue spalle. 

Sullo sfondo, i personaggi più enigmatici: i gemelli, Camilla e Charles. Due gocce d’acqua perturbanti, che nascondono una relazione incestuosa e possessiva. La loro rivelazione è forse quella più inaspettata. Charles, da ragazzo benvoluto e amabile si trasforma in un alcolizzato violento. Camilla, di cui tracciare un ritratto chiaro sembra ancora impossibile, da dolce e affascinante diventa una volubile giocatrice. Il suo personaggio rimane criptico. Forse rappresenta il vuoto della bellezza da cui la Tartt ha cercato di metterci in guardia per tutto il romanzo, quella bellezza di cui tutti s’invaghiscono ma che in fondo non ha niente da offrire. Infatti s’innamorano di lei pressoché tutti. E non posso fare a meno di ricollegare (anche) a lei queste righe: “Non c’è nulla di sbagliato nell’amore per la bellezza ma se non è sposata a qualcosa di più profondo  è sempre superficiale”. 

Francis,infine, è forse l’unico personaggio positivo del clan. Un omosessuale infelice che si lascia trasportare per amore nel delitto. Perché agisce? Probabilmente per il motivo per cui tutti sono nelle mani di Henry: si sentono accettati, accolti in una famiglia. Tutti loro infatti hanno delle situazioni familiari disastrose, ragion per cui Julian appare ai loro occhi così prezioso. Un padre eletto. 

Le domande non trovano risposte esaustive. Le dinamiche di gruppo hanno qualcosa di incomprensibile, una sorta di energia magica. Quelle che Durkheim, studiando i fenomeni religiosi, ha chiamato “effervescenze collettive”, correnti che nascono solo nel gruppo, che generano esaltazione e galvanizzazione degli spiriti, che trascinano e trasformano gli individui., 

Non sarebbe giusto ricondurre i comportamenti dei protagonisti ad una pura logica di istinto di branco, eppure è un’importante elemento psicologico nel romanzo della Tartt. Così Richard si sente coinvolto per il debito nei confronti di Henry e l’attrazione per Camilla, e Francis per l’amore verso Charles, e Camilla per l’amore verso Henry e ancora altre sottilissime dinamiche sotterranee che la Tartt tesse per noi. 

5 commenti:

  1. Ho dovuto necessariamente saltare l'analisi dei personaggi. Ma non appena avrò letto questo romanzo (perché dopo la tua recensione lo leggerò sicuramente.) tornerò a dare un'occhiata a quanto hai scritto. Donna Tartt è forse la prima volta che sento il nome di quest'autrice. Devo ammettere che ritengo la trama un po' banale: ragazzi ricchi e annoiati che cercano stimoli, di superare il limite. Ma dalla tua recensione non mi sembra che si limiti a questo.

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    1. Non ricordavo il commento :P
      Come detto, sono tornata per leggere l'analisi dei personaggi. Ho letto Dio di illusioni qualche settimana fa. Logorante. Dopo averlo finito l'ho fissato per interi minuti, metabolizzando. Come dicevo due anni fa, se non avessi letto la tua recensione (e poi dopo il Pulitzer ho sentito parlare ancora di più di Donna Tartt) e mi fossi affidata solo alla trama non avrei letto questo libro. Fortuna che l'ho letto. Comunque devo dire che io nonostante tutto Bunny non l'ho proprio sopportato. Se avesse avuto fegato, avrebbe denunciato gli altri; invece ha preferito giocare al ricatto. La forza del romanzo, secondo me, sta soprattutto nel tragico destino a cui non sfuggirà nessuno di loro (non sono sicura che Richard infine, riuscirà a cavarsela). Camilla che sceglie di restare fedele a un amore, be', decisamente impossibile, Henry con la sua spettacolare uscita di scena, Francis che si rifugia in un matrimonio infelice, Charles sceglie la miseria e lo squallore.

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  2. Uno dei miei libri preferiti, bellissima recensione.
    Il successivo, invece, l'ho lasciato a metà.

    Attendo con ansia Il Cardellino e la tua recensione della versione originale.

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  3. bravissima, analisi approfondita e raffinata per un testo di notevole spessore, anche culturale..
    anche per me la lettura è stata intensa e coinvolgente, un dramma antico, in cui la ibris richiama inevitabilmente la nemesi, ma la colpa è amplificata dall'idea cristiana ( e moderna) del peccato, con l'eco dei grandi romanzieri russi.
    E Julian ? insegnante colto e raffinato, ma cattivo maestro, anche lui dio di illusioni, non di spiritualità, ma di preziosità ellenistiche, svuotate della limpida visione apollinea del mondo greco

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  4. L'ho letto questa estate e ne sono rimasto molto affascinato. Bella recensione!

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