sabato 8 ottobre 2016

Attese.

Con l'Autunno ripartono le scuole, i progetti, le stagioni televisive, gli abbonamenti in palestra e arrivano tante novità in libreria. L'atteggiamento nevrastenico di tenere sempre desta l'attenzione su ogni singola nuova uscita editoriale non mi appartiene ma ci sono delle eccezioni. Sono da poco stati pubblicati o sono in procinto di esserlo, dei titoli sui quali non possono che crearsi delle aspettative,  ciò che è noto come hype (soprattutto tra gli insopportabili giovinastri che inseriscono almeno una parola inglese in ogni discorso).



Stiamo parlando sia di titoli di fiction molto chiacchierati all'estero come "La vegetariana" di Han Kang, che si è anche aggiudicata il Man Booker International Prize, sia di ibridi letterari riesumati da un passato di infamia e insuccesso come "L'astore" di T.H.White. Il titolo pubblicato da Adelphi è il dolente racconto di uno scrittore britannico che, tormentato dai fantasmi della propria vita, decide di addestrare il più coriaceo tra i rapaci. Tra le molte vicende editoriali del libro, che non ha avuto un'accoglienza senza grinze, sottolineo soltanto che l'opera di T.H.White è stata l'ispirazione per quel meraviglioso spaccato sul mondo della falconeria e sul rapporto con la ferinità che è "Io e Mabel", edito da Einaudi.

Un altro titolo meno conosciuto ma altrettanto particolare è "L'una e l'altra" di Ali Smith. La scrittrice scozzese è molto nota all'estero e anche molto prolifica, io la conosco attraverso i video dei booktuber anglofoni che la associano sempre a tematiche femministe e sulla ricerca identitaria del sé nella contemporaneità. Il romanzo pubblicato da SUR (ora in libreria) è strutturato in maniera speculare. Sulla carta sono due novelle con due protagoniste diverse, la prima, pittrice che si finge uomo nella nella Ferrara del 400', la seconda, sedicenne figlia di attivisti politici nella contemporaneità. In pratica, è un solo romanzo, fitto di corrispondenze e un intreccio quasi mistery. La particolarità, oltre al gioco di specchi, sta nel fatto che l'ordine delle due storie può cambiare a seconda della copia che prenderete in mano in libreria. Una tiratura infatti è stata stampata con l'incipit nella Ferrara del 400, la restante, con l'altra protagonista. Un gioco letterario che nasce tra le pagine del romanzo e si estende fino alla libreria. Bravi gli editor della Sur che hanno mantenuto intatto il ludos dell'autrice.

Infine, il romanzo più atteso del mese: "Zero K" di Don De Lillo. Ho già letto talmente tante recensioni e tutte talmente diverse tra loro da dover presumere che l'esperienza di lettura del romanzo sarà unica per ogni lettore. De Lillo è considerato uno dei più grandi autori al mondo, un profeta, un visionario. Il suo acume nel saper individuare con anticipo le grandi trasformazioni della società, in particolare nel rimarcare l'impatto delle tecnologie dell'immagine sull'Occidente e sul modo di pensare il mondo, sono evidenti nei suoi capolavori (Underworld, Cosmopolis, Rumore bianco, L'uomo che cade). Viene accusato spesso di freddezza ma onestamente lo considero il suo miglior pregio: è analitico, audace. Dai romanzi non cerco immedesimazione ed empatia, non in tutti almeno. Non cerco sentimentalismi. Cerco visioni. De Lillo ha quel tipo di scrittura.

Qui è paragonato ad una visita al Guggenheim, museo di arte contemporanea, in cui, vagando tra le opere concettuali, a volte pensi "cos'è questa roba? Avrei potuto farla anch'io" e altre invece resti meravigliato, intuisci qualcosa in maniera vaga, poi sempre meglio, poi capisci che sei davanti all'Arte. Tornando al romanzo, si tratta di uno scenario futuristico: i ricchi magnati del mondo di Zero K riescono a ibernare i loro corpi fino al giorno in cui non sarà trovata una cura per i loro malanni nel tentativo di poter sconfiggere definitivamente la morte, rimandandola all'infinito, grazie all'avanzata tecnologia biomedica del gruppo Convergence (un gruppo più simile ad una setta che ad un'azienda). Che dire? Ci aspettiamo tanto, tantissimo. Non vogliamo una fotografia del nostro tempo ma del prossimo. Esce l'11 Ottobre in libreria.
A proposito di attese, di prossima uscita nei cinema - arriverà il 28 Ottobre in Italia - il film tratto da uno dei miei libri preferiti (e spero anche vostri): Pastorale Americana. Il trailer è bello, Ewan McGregor ci piace, cosa potrà andare storto? Molte cose, a dire il vero. I libri di Roth sono belli perché i protagonisti sono dei monologanti narcisi dall'ego dirompente. Ecco perché penso che Indignazione non sarà un film eccezionale (anche questo di prossima uscita nei cinema con un molto poco convincente Logan Lerman). Però, tra tutti, Pastorale Americana è il titolo meno egoriferito di Roth, quello meno fellatio centrico, meno io io io io ebreo bianco sessuomane in lotta per lasciare un segno in un mondo balordo che mi masticherà,ingoierà e risputerà fuori con le ossa macinate. Quindi forse ci sono buone speranze. Ad ogni modo, Ibs ha promosso insieme a Eagle Picture, un'iniziativa ottima. Comprate un libro di Roth e in cambio riceverete un biglietto del cinema omaggio. Finalmente qualcosa di sensato che nasce dal marketing per gli adattamenti cinematografici tratti dai libri. Sottolineo che uno di voi mi ha segnalato la promozione e non sono stata pagata né invitata a parlarne da Ibs. Lo so, non v'interessa ma meglio specificare. Trovate tutti i dettagli qui.

mercoledì 3 agosto 2016

Harry Potter and the cursed child: no.



No. Questa è la premessa, lo svolgimento e la conclusione. No.
Innanzi tutto, cerchiamo di stimare quest’iniziativa per quello che è: un modo per accaparrarsi altri quattrini. Non è un’evoluzione spontanea della storia né un omaggio finale ai fan né una folgorante ed innovativa idee che ha fulminato la Rowling sulla via di Damasco. Cosa mi spinge a dirlo? È probabile che il mio giudizio sia stato influenzato dalla totale mancanza d’ispirazione nella composizione della storia, le poche idee confuse e imprecise del suo svolgimento e infine dalla scrittura banale, trita e piena di indulgenti spiegoni con cui ci è stata consegnata. All’inizio "the cursed child" si limita ad essere uno specchio della vecchia saga, un’immagine rovesciata degli stessi stratagemmi narrativi e degli stessi personaggi (hanno pure gli stessi nomi!). Il protagonista è l’anti Harry Potter, il figlio Albus. Lui verrà smistato a Serpeverde, non saprà giocare a Quidditch, si farà amico un Malfoy (che infatti, per rovesciamento, qui è identico a Ron Weasley). La sensazione è quella di assistere ad un riciclaggio di temi e motivi a noi già noti, in modo da non doverci concentrare troppo sulle cose davvero importanti come le motivazioni profonde dei personaggi, ad esempio. La velocità assurda degli eventi ce lo impedisce. Sono curiosa. Per caso c’era un elenco di elementi da dover assolutamente riproporre per ammiccare ai vecchi, mansueti fan? M’immagino già uno stralcio della lista degli sceneggiatori:
Pozione polisucco. Fatto.
Algabranchia. Fatto.
Tranello del diavolo (o una cosa del genere). Fatto.
Duello Harry/Draco like it’s 1997 all over again. Fatto.
Giratempo. Fatto.
Ah, e non fatemi iniziare con i viaggi nel tempo. Risibili. Ogni volta che questi due scimuniti si avventurano nel passato combinano un guaio più grande del precedente. Davvero, dategli una medaglia. Troppo fieno in testa ai due bovidi. Segue un mezzo spoiler (per chi vive su Marte e non ha sentito nemmeno una parola su The cursed child) Immagino che tutti stiate aspettando poi il commento sulla prole di Voldemort. Immagino. Ma credetemi, no, non ce l’ho. Perché non è tanto la sua identità il problema (e ho detto già tutto). No, il problema è che anche lei non è spinta da alcuna motivazione credibile. I protagonisti sono degli automi che si muovono in un contesto iperaccelerato e hanno tutti una sorte giullaresca. La seconda parte, poi, ha anche l’aggravante di essere completamente disonesta nei confronti del lettore.  Come avrete capito, la storia non ha la minima autonomia. A questo si aggiunge anche la continua reiterazione di quella che io chiamo la “comparsa ad effetto” o ancora più appropriatamente “avevamo finito le idee” o ancora “toh, un deus ex machina perché se no da questo loop temporale col cazzo che ce ne tiriamo fuori da soli”. A salvare i due ragazzini dalla loro infinita demenza (ma non che gli adulti si dimostrino così brillanti, eh) arrivano sempre dei vecchi personaggi, possibilmente morti e sepolti così scappa la lacrimuccia ai deboli di cuore. Sembra il caso di chiederlo: ma i viaggi nel tempo sono serviti soltanto a creare questa sfilata di morti che fanno dei discorsi emotivamente destabilizzanti al solo scopo di far venire un bel groppo alla gola ai nostalgici lettori che dopo quindici anni non l’hanno ancora superata? Sì. La risposta è sì. Solo che i continui ed ingiustificati cameo dei vecchi protagonisti non sono manco così commoventi. Silente, per esempio, tira fuori un monologo di una tale banalità che giuro, forse mi sono emozionata di più con la pubblicità del cornetto sammontana. Per non parlare del sempreverde Piton che dal primo all’ultimo secondo della sua apparizione ha scritto in fronte: FAN SERVICE.  E il quadretto familiare con i genitori morti e stramorti di Harry Potter? Ma davvero? Il senso della saga non era proprio imparare a lasciar andare? Fare pace con se stessi, andare avanti? Questo mi pare dall’inizio alla fine una dimostrazione che no, J.K. non è andata avanti per niente e con questa mossa ha solo snaturato molti degli insegnamenti della saga originaria.
Infine, il problema più grande: tutto risulta inutile, scontato, già detto e ridetto. È una fotocopia che è stata stampata male, è un gelato squagliato (sì, a qualcuno piace ma siete nel torto, non vale mica come per la pizza fredda), è la platea al posto del parterre in prima fila, è il posto di mezzo sull’aereo. Sì, è comunque qualcosa. Ma ne è valsa davvero la pena? No, amici, no. E si torna così all’inizio.   

sabato 7 maggio 2016

Cosa pretendiamo dal mercato in quanto lettori. Miscellanea.

Pubblicare dei video (più lunghi di dieci minuti) che accendano discussioni sul canale, sta diventando una prassi. In parte rappresenta una sfida. L'atteggiamento di chi si occupa di libri, molto spesso, è quello di non esporsi troppo e di rimanere neutri. Sapete che io non appartengo alla schiera. Sono contenta che invece il canale possa essere un luogo di confronto libero. Siamo in tanti a farci delle domande e a volerne discutere. Secondo me, pur essendo stati girati per scopi ed intenti diversi, i due video sono in parte collegati e affrontano di petto alcune questioni riguardanti le discutibili scelte dell'editoria trendy. Cosa dobbiamo pretendere come lettori dal mercato? è giusto cercare di resistere alla mediocrità dilagante? La letteratura è diventata semplicemente un altro pezzo nel grande puzzle dell'entertainment? O c'è da difendere qualcosa di più importante?




venerdì 6 maggio 2016

Cosa sto leggendo?

È ancora troppo presto per parlarvi di Truman Capote. O meglio, di "A sangue freddo", romanzo non romanzo che mi ha fatto rivalutare tanto di ciò che prima definivo bello, di una bellezza terribile. Così come sento ancora cocente la lettura di Camus. Da un paio di mesi, dall'inizio di quest'anno, ho iniziato a leggere alcuni lavori dell'autore, non che prima non lo conoscessi, ma non eravamo in confidenza (sì, mi piace pensare ai rapporti che un lettore instaura con gli scrittori come a dei dialoghi, e quante forme possono assumere i dialoghi!). Più vado avanti con la sua opera, più mi rendo conto che, prima di esprimere un futile giudizio su ciò che ha scritto, bisognerebbe leggere tutto ciò che ha scritto. Il suo, come quello dei migliori pensatori, è un pensiero in divenire, tumultuoso, in lotta. è un lavoro sempre in fieri e va studiato nel suo mutare. Ecco, perché non vi parlerò ancora del romanzo "La peste", che mi ha ricordato il miglior Saramago e che mi ha fatto tremare i polsi. E lo stesso vale per il mostro Caligola, dal cuore nero e salato. 
Autori del genere non sono scrittori da un libro e via, non li lasci andare così. Li devi trattenere, li devi ascoltare. Ci devi parlare a lungo prima di farli scappare. 

In compenso, le mie ultime letture non si sono limitate soltanto ai rompicapo (che bello, però, cercare di decifrarli!). Grande spazio ha avuto la non fiction (vi avevo avvisati, questo è l'anno). Mi sono lasciata condurre dalla danza intermittente di "Io e Mabel" di Helen MacDonald, memoir ibrido, diviso tra i ricordi di una donna-bambina alle prese con il lutto, l'addestramento di un astore e le suggestioni letterarie di uno scrittore inglese, disperato e folle. Nessuna descrizione stringata può rendere giustizia all'originalità e all'intensità del libro della MacDonald. Le ho quindi dedicato più di qualche minuto di video. 



All'interno dei "Consigli di lettura" troverete anche il tentativo di spiegarvi perché dovreste conoscere anche voi di Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany, cercando magari di dimenticare il film e l'iconografia di Audrey Hepburn (niente di male nella sua interpretazione ma non è la vera Holly, è la sua versione edulcorata).  

Infine, sono riuscita anche a leggere un libro di James Wood, critico letterario del New Yorker, forse l'unico intellettuale rimasto in grado di influenzare davvero il destino di un libro. Il suo ultimo saggio "La cosa più vicina alla vita" è un viaggio nella vita di Wood e nei libri che ha amato. La sua biografia non è mai il motore centrale del saggio che invece procede con argomentazioni rigorose e affronta numerosi nodi critici della letteratura contemporanea. Ho cercato di raccontarvelo per il sito una casa sull'albero.

sabato 12 marzo 2016

"Seppellire i morti, riparare i viventi"



Premessa: questo romanzo è finalista al Man Booker International Prize, avevo sentito numerosi pareri di lettura entusiasti (una recensione sul Guardian, in particolare) e mi sembrava che tutti ci avessero versato sopra copiose lacrime d'amore. Non è che sia un cattivo libro. Lo consiglio, anzi. Soprattutto ai più giovani. Ci fanno leggere tante cose brutte, questa non lo è. Ma non è decisamente all'altezza delle mie aspettative. Non dopo aver terminato da pochissimo la lettura di alieni come Capote, poi. 

“Il cuore è la scatola nera di un corpo”
Cosa archivia un cuore umano? Cosa rimane della vita precedente quando un organo migra da un corpo ad un altro? 
Riparare i viventi” vuole raccontare cosa succede al corpo di Simon, ragazzo di diciannove anni con la passione per il surf, quando cade in un coma irreversibile, a seguito di un incidente d’auto. Quello che si vuole suggerire è che niente è irreversibile, tutto migra e si trasforma. Il cuore di Simon potrebbe essere donato per “riparare” un altro essere umano, per dare nuova vita.  
Non è su questo che si concentra la de Kerengal, però. L’autrice francese indaga su chi resta, sui differenti modi di resistere alla morte, sul “genere di abbraccio che si dà per fare roccia contro il ciclone”.

Il tema della donazione degli organi è affrontato a partire da chi deve scendere a patti con una vita al limite: il cuore ancora batte, la coscienza però non c’è più. Il romanzo avrebbe dovuto concentrarsi sull’abbandono della convinzione per cui il corpo non è solo il nostro involucro ma è la nostra identità e vederlo alterato quando moriamo (anche se per un’azione nobile), ci sconvolge. 
Mi sembra che invece questo resti più che altro un bisbiglio mentre ci si sofferma di più su meccanismi ormai corrosi dalle narrazioni mainstream, che vogliono raccontarci con frasi retoriche cosa sia il dolore della perdita, quando, sono in pochi a riuscire ad avvicinarcisi allo stordimento e al disorientamento che provoca la morte. E questi pochi autori, che sanno parlarci della Morte, non vogliono nemmeno farci capire cosa sia, non cercano definizioni e frasi fatte. 

La de Kerangal decide di incorporare nel vocabolario romanzesco il lessico specialistico della medicina, o meglio, quella del reparto rianimazione, alveolo con ritmi e leggi proprie. 
“Lingua che abolisce ogni prolissità, abolisce l’eloquenza e la seduzione delle parole, abusa di nominali, codici e acronimi (…) potenza della sintesi”
Questa scelta linguistica è ravvisabile all’inizio ma pian piano viene sommersa dallo stile dell’autrice che invece è tutto fuorché sintetico e abbonda di termini astratti e vaghi, molto lontani dalla concretezza della medicina. 
Un altro rimando alla chirurgia è il modo settoriale in cui la narrazione viene tagliata in sezioni che ci mostrano i vari ricordi e vissuti dei personaggi, chi collegato direttamente, chi indirettamente, al cuore di Simon. 
L’idea era quella di pensare al romanzo come un corpo, un tutto che respira. Le storie dei diversi personaggi sembrano essere state scelte per via dei vari organi che portano in scena, vengono chiamati in causa le corde vocali, il diaframma, il sesso. Anche questa scelta, per quanto interessante, non risulta particolarmente congeniale al ritmo della narrazione, le storie sembrano digressioni scollate dalla tragedia che sta affrontando la famiglia di Simon. Si dissipa quasi del tutto il senso di organicità che avrebbe dovuto avere il racconto. 

Estrema importanza ha anche la dimensione del tempo. L’elaborazione del lutto è un processo lento, specialmente se avviene nell’ambiente ospedaliero che risponde a ritmi diversi e spesso opposti a quelli della vita del fuori. L’autrice opera una lunga dilatazione temporale, una sorta di piano sequenza che espande la percezione di ogni momento narrativo. Purtroppo questo senso di dilatazione, che ci rende partecipi di ogni dettaglio, non è sempre spontaneo. Si interrompe troppo spesso il corso degli eventi che sembra essere un suppellettile, a supporto della scrittura compiaciuta della scrittrice.
Lo stile è fortemente disequilibrato. Quando la de Kerengal si sofferma sul concreto, è precisa e raffinata. Riesce ad essere lirica parlando di tecnicismi, quando usa il gergo dei surfisti, il lessico dei professionisti, che sia un artista che plasma la materia o un medico che riflette sulla definizione di morte cerebrale. Quando invece punta alla descrizione del dolore, risulta forzatamente poetica e i suoi tentativi si traducono, troppo spesso, in una cascata di frasi paratattiche che vogliono tutte dire la stessa cosa, abbinate al binario sistema di tripla aggettivazione che, ritengo essere - correggetemi se sbaglio - illegale in almeno diciotto stati. 
"Loro stessi, fallati, spezzati, divisi".
Lo so che è da infami citare frasi mozzate, tirate fuori dal contesto. Ma è quel che è. 

Il problema principale, per me, è la sproporzione retorica. Vi sono momenti inutilmente arzigogolati. Tuttavia, quando invece è necessaria una maggiore drammatizzazione, l’autrice si fa spesso piccina e prosaica e ci vengono restituiti istanti deludenti e depotenziati. Tutti i gesti che i genitori compiono a seguito della morte del figlio, sembrano rituali smorti, sbiaditi, privi di reale autenticità. Non c’è nulla della raffinatezza e della sottigliezza di un Carver (in quel capolavoro che è “una cosa piccola ma buona”), i personaggi sono vittime di automatismi dozzinali (pugni al muro, mani nei capelli, testate sul volante), descritti con artifici retorici banali. 

Indugiare continuamente nelle pieghe di ogni istante (sì, sto scimmiottando) è spesso inutile e frustrante per il lettore. Non si traduce infatti in un’epifania,in momento rivelatorio, riflessione illuminante (sì, la scrittrice usa questo sistema di triplette), bensì in una divagazione retorica che non riserva quasi mai sorprese (non è Nabokov). Non è spiacevole, né particolarmente irritante ma non è nemmeno bello. Uno stile che non è al servizio della trama, non serve i personaggi, serve solo il lettore che si compiace di essere trasportato con faciloneria (non smaccata, ma pur sempre faciloneria) nel mare di struggimento e dolore in cui tutti ci crogioliamo (a livello letterario) quando muore un ragazzino di diciannove anni. 


La frase che possiede più forza evocativa sul tema, rispetto a tutto il resto del romanzo, è: "seppellire i morti, riparare i viventi". E non l'ha scritta l'autrice ma è una citazione

lunedì 7 marzo 2016

Scegli Indipendente

La rubrica #sceglindipendente è nata come una scommessa ed è finita per diventare un appuntamento fisso (forse il più costante del canale). I motivi per rallegrarsi sono diversi, significa che il settore indipendente (malgrado i cucchi) è più vivo e combattivo che mai, ma soprattutto che compete senza timori con il circuito mainstream . Chiaramente i titoli che mi arrivano sono prima scelti e selezionati dalla libraia Ludovica, che, conoscendo i miei gusti, filtra con accortezza i migliori libri in circolazione. D'altronde, questo è lo spirito della rubrica: far conoscere l'editoria indipendente di qualità, non dare spazio a realtà poco illuminate (ahi noi, ci sono finti professionisti che fanno ancora pagare le pubblicazioni agli autori). Non si tratta quindi di un panegirico a tutta l'editoria indipendente (che spesso è caratterizzata da iniziative poco lungimiranti, trascurabili o addirittura pessime) ma solo a chi (e fortunatamente sono in tanti) lavora bene e si meriterebbe più spazio.

A proposito di circuito indipendente, vorrei segnalare l'iniziativa Italian Book Challenge  , il campionato dei Lettori Indipendenti. Una sorta di maratona di lettura sul territorio delle migliori librerie indipendenti d'Italia. Un vero e proprio concorso che premierà dei superlettori (fino al ventiseiesimo vincitore!) con gratificazioni vantaggiose tra cui: un posto nella giuria del Premio Sinbad, un ricco bottino di libri fuori catalogo. Vi invito a sbirciare la lista delle librerie aderenti e il regolamento sulla loro pagina Facebook, o ancora meglio, recarsi dal proprio librario di fiducia (ovvio, Indipendente) e farvi spiegare come funziona la gara.



sabato 5 marzo 2016

Bookshelfie

I vantaggi di essere una studentessa fuori sede? Avere due librerie. Non importa che la vostra vita sia divisa in due, non importa quanti mesi trascorriate lontano da casa, questo non ci separerà dai nostri amati libri. Vivere in due case diverse può essere l'occasione per circondarsi di nuovi scaffali pieni di libri. Ed è esattamente ciò che ho fatto io.
Questi due video sono molto amati sia da chi li gira sia da chi li guarda. Pura vanteria? Assolutamente sì. Ma è divertente tirarsela con i libri. 
Al posto dei selfie (che comunque mi faccio in grande quantità), noi abbiamo i bookshelfie.