mercoledì 3 agosto 2016

Harry Potter and the cursed child: no.



No. Questa è la premessa, lo svolgimento e la conclusione. No.
Innanzi tutto, cerchiamo di stimare quest’iniziativa per quello che è: un modo per accaparrarsi altri quattrini. Non è un’evoluzione spontanea della storia né un omaggio finale ai fan né una folgorante ed innovativa idee che ha fulminato la Rowling sulla via di Damasco. Cosa mi spinge a dirlo? È probabile che il mio giudizio sia stato influenzato dalla totale mancanza d’ispirazione nella composizione della storia, le poche idee confuse e imprecise del suo svolgimento e infine dalla scrittura banale, trita e piena di indulgenti spiegoni con cui ci è stata consegnata. All’inizio "the cursed child" si limita ad essere uno specchio della vecchia saga, un’immagine rovesciata degli stessi stratagemmi narrativi e degli stessi personaggi (hanno pure gli stessi nomi!). Il protagonista è l’anti Harry Potter, il figlio Albus. Lui verrà smistato a Serpeverde, non saprà giocare a Quidditch, si farà amico un Malfoy (che infatti, per rovesciamento, qui è identico a Ron Weasley). La sensazione è quella di assistere ad un riciclaggio di temi e motivi a noi già noti, in modo da non doverci concentrare troppo sulle cose davvero importanti come le motivazioni profonde dei personaggi, ad esempio. La velocità assurda degli eventi ce lo impedisce. Sono curiosa. Per caso c’era un elenco di elementi da dover assolutamente riproporre per ammiccare ai vecchi, mansueti fan? M’immagino già uno stralcio della lista degli sceneggiatori:
Pozione polisucco. Fatto.
Algabranchia. Fatto.
Tranello del diavolo (o una cosa del genere). Fatto.
Duello Harry/Draco like it’s 1997 all over again. Fatto.
Giratempo. Fatto.
Ah, e non fatemi iniziare con i viaggi nel tempo. Risibili. Ogni volta che questi due scimuniti si avventurano nel passato combinano un guaio più grande del precedente. Davvero, dategli una medaglia. Troppo fieno in testa ai due bovidi. Segue un mezzo spoiler (per chi vive su Marte e non ha sentito nemmeno una parola su The cursed child) Immagino che tutti stiate aspettando poi il commento sulla prole di Voldemort. Immagino. Ma credetemi, no, non ce l’ho. Perché non è tanto la sua identità il problema (e ho detto già tutto). No, il problema è che anche lei non è spinta da alcuna motivazione credibile. I protagonisti sono degli automi che si muovono in un contesto iperaccelerato e hanno tutti una sorte giullaresca. La seconda parte, poi, ha anche l’aggravante di essere completamente disonesta nei confronti del lettore.  Come avrete capito, la storia non ha la minima autonomia. A questo si aggiunge anche la continua reiterazione di quella che io chiamo la “comparsa ad effetto” o ancora più appropriatamente “avevamo finito le idee” o ancora “toh, un deus ex machina perché se no da questo loop temporale col cazzo che ce ne tiriamo fuori da soli”. A salvare i due ragazzini dalla loro infinita demenza (ma non che gli adulti si dimostrino così brillanti, eh) arrivano sempre dei vecchi personaggi, possibilmente morti e sepolti così scappa la lacrimuccia ai deboli di cuore. Sembra il caso di chiederlo: ma i viaggi nel tempo sono serviti soltanto a creare questa sfilata di morti che fanno dei discorsi emotivamente destabilizzanti al solo scopo di far venire un bel groppo alla gola ai nostalgici lettori che dopo quindici anni non l’hanno ancora superata? Sì. La risposta è sì. Solo che i continui ed ingiustificati cameo dei vecchi protagonisti non sono manco così commoventi. Silente, per esempio, tira fuori un monologo di una tale banalità che giuro, forse mi sono emozionata di più con la pubblicità del cornetto sammontana. Per non parlare del sempreverde Piton che dal primo all’ultimo secondo della sua apparizione ha scritto in fronte: FAN SERVICE.  E il quadretto familiare con i genitori morti e stramorti di Harry Potter? Ma davvero? Il senso della saga non era proprio imparare a lasciar andare? Fare pace con se stessi, andare avanti? Questo mi pare dall’inizio alla fine una dimostrazione che no, J.K. non è andata avanti per niente e con questa mossa ha solo snaturato molti degli insegnamenti della saga originaria.
Infine, il problema più grande: tutto risulta inutile, scontato, già detto e ridetto. È una fotocopia che è stata stampata male, è un gelato squagliato (sì, a qualcuno piace ma siete nel torto, non vale mica come per la pizza fredda), è la platea al posto del parterre in prima fila, è il posto di mezzo sull’aereo. Sì, è comunque qualcosa. Ma ne è valsa davvero la pena? No, amici, no. E si torna così all’inizio.   

sabato 7 maggio 2016

Cosa pretendiamo dal mercato in quanto lettori. Miscellanea.

Pubblicare dei video (più lunghi di dieci minuti) che accendano discussioni sul canale, sta diventando una prassi. In parte rappresenta una sfida. L'atteggiamento di chi si occupa di libri, molto spesso, è quello di non esporsi troppo e di rimanere neutri. Sapete che io non appartengo alla schiera. Sono contenta che invece il canale possa essere un luogo di confronto libero. Siamo in tanti a farci delle domande e a volerne discutere. Secondo me, pur essendo stati girati per scopi ed intenti diversi, i due video sono in parte collegati e affrontano di petto alcune questioni riguardanti le discutibili scelte dell'editoria trendy. Cosa dobbiamo pretendere come lettori dal mercato? è giusto cercare di resistere alla mediocrità dilagante? La letteratura è diventata semplicemente un altro pezzo nel grande puzzle dell'entertainment? O c'è da difendere qualcosa di più importante?




venerdì 6 maggio 2016

Cosa sto leggendo?

È ancora troppo presto per parlarvi di Truman Capote. O meglio, di "A sangue freddo", romanzo non romanzo che mi ha fatto rivalutare tanto di ciò che prima definivo bello, di una bellezza terribile. Così come sento ancora cocente la lettura di Camus. Da un paio di mesi, dall'inizio di quest'anno, ho iniziato a leggere alcuni lavori dell'autore, non che prima non lo conoscessi, ma non eravamo in confidenza (sì, mi piace pensare ai rapporti che un lettore instaura con gli scrittori come a dei dialoghi, e quante forme possono assumere i dialoghi!). Più vado avanti con la sua opera, più mi rendo conto che, prima di esprimere un futile giudizio su ciò che ha scritto, bisognerebbe leggere tutto ciò che ha scritto. Il suo, come quello dei migliori pensatori, è un pensiero in divenire, tumultuoso, in lotta. è un lavoro sempre in fieri e va studiato nel suo mutare. Ecco, perché non vi parlerò ancora del romanzo "La peste", che mi ha ricordato il miglior Saramago e che mi ha fatto tremare i polsi. E lo stesso vale per il mostro Caligola, dal cuore nero e salato. 
Autori del genere non sono scrittori da un libro e via, non li lasci andare così. Li devi trattenere, li devi ascoltare. Ci devi parlare a lungo prima di farli scappare. 

In compenso, le mie ultime letture non si sono limitate soltanto ai rompicapo (che bello, però, cercare di decifrarli!). Grande spazio ha avuto la non fiction (vi avevo avvisati, questo è l'anno). Mi sono lasciata condurre dalla danza intermittente di "Io e Mabel" di Helen MacDonald, memoir ibrido, diviso tra i ricordi di una donna-bambina alle prese con il lutto, l'addestramento di un astore e le suggestioni letterarie di uno scrittore inglese, disperato e folle. Nessuna descrizione stringata può rendere giustizia all'originalità e all'intensità del libro della MacDonald. Le ho quindi dedicato più di qualche minuto di video. 



All'interno dei "Consigli di lettura" troverete anche il tentativo di spiegarvi perché dovreste conoscere anche voi di Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany, cercando magari di dimenticare il film e l'iconografia di Audrey Hepburn (niente di male nella sua interpretazione ma non è la vera Holly, è la sua versione edulcorata).  

Infine, sono riuscita anche a leggere un libro di James Wood, critico letterario del New Yorker, forse l'unico intellettuale rimasto in grado di influenzare davvero il destino di un libro. Il suo ultimo saggio "La cosa più vicina alla vita" è un viaggio nella vita di Wood e nei libri che ha amato. La sua biografia non è mai il motore centrale del saggio che invece procede con argomentazioni rigorose e affronta numerosi nodi critici della letteratura contemporanea. Ho cercato di raccontarvelo per il sito una casa sull'albero.

sabato 12 marzo 2016

"Seppellire i morti, riparare i viventi"



Premessa: questo romanzo è finalista al Man Booker International Prize, avevo sentito numerosi pareri di lettura entusiasti (una recensione sul Guardian, in particolare) e mi sembrava che tutti ci avessero versato sopra copiose lacrime d'amore. Non è che sia un cattivo libro. Lo consiglio, anzi. Soprattutto ai più giovani. Ci fanno leggere tante cose brutte, questa non lo è. Ma non è decisamente all'altezza delle mie aspettative. Non dopo aver terminato da pochissimo la lettura di alieni come Capote, poi. 

“Il cuore è la scatola nera di un corpo”
Cosa archivia un cuore umano? Cosa rimane della vita precedente quando un organo migra da un corpo ad un altro? 
Riparare i viventi” vuole raccontare cosa succede al corpo di Simon, ragazzo di diciannove anni con la passione per il surf, quando cade in un coma irreversibile, a seguito di un incidente d’auto. Quello che si vuole suggerire è che niente è irreversibile, tutto migra e si trasforma. Il cuore di Simon potrebbe essere donato per “riparare” un altro essere umano, per dare nuova vita.  
Non è su questo che si concentra la de Kerengal, però. L’autrice francese indaga su chi resta, sui differenti modi di resistere alla morte, sul “genere di abbraccio che si dà per fare roccia contro il ciclone”.

Il tema della donazione degli organi è affrontato a partire da chi deve scendere a patti con una vita al limite: il cuore ancora batte, la coscienza però non c’è più. Il romanzo avrebbe dovuto concentrarsi sull’abbandono della convinzione per cui il corpo non è solo il nostro involucro ma è la nostra identità e vederlo alterato quando moriamo (anche se per un’azione nobile), ci sconvolge. 
Mi sembra che invece questo resti più che altro un bisbiglio mentre ci si sofferma di più su meccanismi ormai corrosi dalle narrazioni mainstream, che vogliono raccontarci con frasi retoriche cosa sia il dolore della perdita, quando, sono in pochi a riuscire ad avvicinarcisi allo stordimento e al disorientamento che provoca la morte. E questi pochi autori, che sanno parlarci della Morte, non vogliono nemmeno farci capire cosa sia, non cercano definizioni e frasi fatte. 

La de Kerangal decide di incorporare nel vocabolario romanzesco il lessico specialistico della medicina, o meglio, quella del reparto rianimazione, alveolo con ritmi e leggi proprie. 
“Lingua che abolisce ogni prolissità, abolisce l’eloquenza e la seduzione delle parole, abusa di nominali, codici e acronimi (…) potenza della sintesi”
Questa scelta linguistica è ravvisabile all’inizio ma pian piano viene sommersa dallo stile dell’autrice che invece è tutto fuorché sintetico e abbonda di termini astratti e vaghi, molto lontani dalla concretezza della medicina. 
Un altro rimando alla chirurgia è il modo settoriale in cui la narrazione viene tagliata in sezioni che ci mostrano i vari ricordi e vissuti dei personaggi, chi collegato direttamente, chi indirettamente, al cuore di Simon. 
L’idea era quella di pensare al romanzo come un corpo, un tutto che respira. Le storie dei diversi personaggi sembrano essere state scelte per via dei vari organi che portano in scena, vengono chiamati in causa le corde vocali, il diaframma, il sesso. Anche questa scelta, per quanto interessante, non risulta particolarmente congeniale al ritmo della narrazione, le storie sembrano digressioni scollate dalla tragedia che sta affrontando la famiglia di Simon. Si dissipa quasi del tutto il senso di organicità che avrebbe dovuto avere il racconto. 

Estrema importanza ha anche la dimensione del tempo. L’elaborazione del lutto è un processo lento, specialmente se avviene nell’ambiente ospedaliero che risponde a ritmi diversi e spesso opposti a quelli della vita del fuori. L’autrice opera una lunga dilatazione temporale, una sorta di piano sequenza che espande la percezione di ogni momento narrativo. Purtroppo questo senso di dilatazione, che ci rende partecipi di ogni dettaglio, non è sempre spontaneo. Si interrompe troppo spesso il corso degli eventi che sembra essere un suppellettile, a supporto della scrittura compiaciuta della scrittrice.
Lo stile è fortemente disequilibrato. Quando la de Kerengal si sofferma sul concreto, è precisa e raffinata. Riesce ad essere lirica parlando di tecnicismi, quando usa il gergo dei surfisti, il lessico dei professionisti, che sia un artista che plasma la materia o un medico che riflette sulla definizione di morte cerebrale. Quando invece punta alla descrizione del dolore, risulta forzatamente poetica e i suoi tentativi si traducono, troppo spesso, in una cascata di frasi paratattiche che vogliono tutte dire la stessa cosa, abbinate al binario sistema di tripla aggettivazione che, ritengo essere - correggetemi se sbaglio - illegale in almeno diciotto stati. 
"Loro stessi, fallati, spezzati, divisi".
Lo so che è da infami citare frasi mozzate, tirate fuori dal contesto. Ma è quel che è. 

Il problema principale, per me, è la sproporzione retorica. Vi sono momenti inutilmente arzigogolati. Tuttavia, quando invece è necessaria una maggiore drammatizzazione, l’autrice si fa spesso piccina e prosaica e ci vengono restituiti istanti deludenti e depotenziati. Tutti i gesti che i genitori compiono a seguito della morte del figlio, sembrano rituali smorti, sbiaditi, privi di reale autenticità. Non c’è nulla della raffinatezza e della sottigliezza di un Carver (in quel capolavoro che è “una cosa piccola ma buona”), i personaggi sono vittime di automatismi dozzinali (pugni al muro, mani nei capelli, testate sul volante), descritti con artifici retorici banali. 

Indugiare continuamente nelle pieghe di ogni istante (sì, sto scimmiottando) è spesso inutile e frustrante per il lettore. Non si traduce infatti in un’epifania,in momento rivelatorio, riflessione illuminante (sì, la scrittrice usa questo sistema di triplette), bensì in una divagazione retorica che non riserva quasi mai sorprese (non è Nabokov). Non è spiacevole, né particolarmente irritante ma non è nemmeno bello. Uno stile che non è al servizio della trama, non serve i personaggi, serve solo il lettore che si compiace di essere trasportato con faciloneria (non smaccata, ma pur sempre faciloneria) nel mare di struggimento e dolore in cui tutti ci crogioliamo (a livello letterario) quando muore un ragazzino di diciannove anni. 


La frase che possiede più forza evocativa sul tema, rispetto a tutto il resto del romanzo, è: "seppellire i morti, riparare i viventi". E non l'ha scritta l'autrice ma è una citazione

lunedì 7 marzo 2016

Scegli Indipendente

La rubrica #sceglindipendente è nata come una scommessa ed è finita per diventare un appuntamento fisso (forse il più costante del canale). I motivi per rallegrarsi sono diversi, significa che il settore indipendente (malgrado i cucchi) è più vivo e combattivo che mai, ma soprattutto che compete senza timori con il circuito mainstream . Chiaramente i titoli che mi arrivano sono prima scelti e selezionati dalla libraia Ludovica, che, conoscendo i miei gusti, filtra con accortezza i migliori libri in circolazione. D'altronde, questo è lo spirito della rubrica: far conoscere l'editoria indipendente di qualità, non dare spazio a realtà poco illuminate (ahi noi, ci sono finti professionisti che fanno ancora pagare le pubblicazioni agli autori). Non si tratta quindi di un panegirico a tutta l'editoria indipendente (che spesso è caratterizzata da iniziative poco lungimiranti, trascurabili o addirittura pessime) ma solo a chi (e fortunatamente sono in tanti) lavora bene e si meriterebbe più spazio.

A proposito di circuito indipendente, vorrei segnalare l'iniziativa Italian Book Challenge  , il campionato dei Lettori Indipendenti. Una sorta di maratona di lettura sul territorio delle migliori librerie indipendenti d'Italia. Un vero e proprio concorso che premierà dei superlettori (fino al ventiseiesimo vincitore!) con gratificazioni vantaggiose tra cui: un posto nella giuria del Premio Sinbad, un ricco bottino di libri fuori catalogo. Vi invito a sbirciare la lista delle librerie aderenti e il regolamento sulla loro pagina Facebook, o ancora meglio, recarsi dal proprio librario di fiducia (ovvio, Indipendente) e farvi spiegare come funziona la gara.



sabato 5 marzo 2016

Bookshelfie

I vantaggi di essere una studentessa fuori sede? Avere due librerie. Non importa che la vostra vita sia divisa in due, non importa quanti mesi trascorriate lontano da casa, questo non ci separerà dai nostri amati libri. Vivere in due case diverse può essere l'occasione per circondarsi di nuovi scaffali pieni di libri. Ed è esattamente ciò che ho fatto io.
Questi due video sono molto amati sia da chi li gira sia da chi li guarda. Pura vanteria? Assolutamente sì. Ma è divertente tirarsela con i libri. 
Al posto dei selfie (che comunque mi faccio in grande quantità), noi abbiamo i bookshelfie.


giovedì 3 marzo 2016

In corso d'opera

Quante cose nella nostra vita sono in cantiere? Non ancora perfettamente definite, incerte, ma pur sempre promettenti? Nella mia, praticamente tutte. A cominciare dai miei progetti di lettura, ovvero la mia TBR (to be read), la pila di libri che sosta sul comodino, sempre in costante mutamento, a seconda di ciò che arriva sugli scaffali dopo le mie scorribande in libreria, a seconda delle mie lune. 

Nutro sempre una certa curiosità per i volumi che transitano sui comodini di ogni lettore, libri che stanno per essere letti ma poi vengono riposti sullo scaffale, altri che vengono d’istinto tirati fuori dagli angoli polverosi nei quali erano stati riposti e dimenticati, ma che poi ci rapiscono per giornate intere, inaspettatamente. 

Si badi, “sul comodino” è uno status che indica l’interesse, più o meno definito, dimostrato da ogni lettore, in un momento particolare, verso un determinato titolo. 
Voglio questa definizione sulla Treccani, vi avverto. 

Questo “interesse” - che può anche limitarsi ad una semplice impressione o sensazione vaghissima che ci spinge verso quel titolo - ci porta ad impilare i diversi libri verso i quali siamo attratti in un’immaginaria o concretissima e traballante colonna che, di solito, si trova sul nostro comodino. Più questa pila si accumula - e non è raro - più siamo motivati a dare un ordine alle nostre letture, un’agenda. Per questa attività, certo, bisogna avere un’indole promiscua. Avere più amanti è un’arte che solo in pochi riescono a padroneggiare. Ci sono gli spiriti fedeli che raramente tradiscono il titolo prescelto, compagno di giornate dedicate solo ed esclusivamente a lui. Non appartengo a tale categoria.

La vita di un lettore raramente si interrompe; anche quando non si è intenti nella lettura, scegliamo, scartiamo, pensiamo sempre alle storie che ci aspettano. Compiliamo liste, nutriamo aspettative, prepariamo progetti di lettura. Anche queste attività collaterali sono interessanti, quindi oggi vi parlerò dei libri “sul mio comodino”. 


Libri terminati (o forse ancora no)


Rosemary’s Baby (proprio la scorsa settimana, ho rivisto il film di Polanski) e Dalle rovine li ho già letti e saranno presto protagonisti di un nuovo appuntamento con #sceglindipendente. Entrambe le narrazioni giocano con elementi bizzarri ed inquietanti. Il primo è un classico della letteratura dell'orrore (avete visto la prima stagione di American Horror Story? è tutta una grande citazione del romanzo di Ira Levin), il secondo è un oggetto ibrido che ha saputo stupirmi per lo stile icastico dell’autore (esordiente!). 

Ho anche terminato la lettura di "Io e Mabel", un memoir sull'arte della falconeria e sull'elaborazione del lutto. Due attività intrecciate a doppio filo, forse per i motivi sbagliati. Quello che vi colpirà è il modo in cui la MacDonald abbia creato delle false corrispondenze tra l'arte di addestrare un animale selvatico e la sensazione (puramente illusoria) di liberà e potenza. Il finale ci rivela ancora più intensamente quanto questo sia un libro lontano da qualsiasi romanticismo, distante da risposte certe e facili metafore. Ti mette a dura prova ma ti ripaga di ogni minuto speso nella sua lettura. Mi ha aiutato tanto per motivi nascosti, anche a chi mi conosce meglio.  

Questi tre titoli si trovano sul mio comodino in attesa di essere riposti sullo scaffale. Serve, secondo me, un periodo di transizione per mettere da parte un libro. A volte serve per riflettere meglio su cosa ci ha lasciato, altre volte è un questione pragmatica: avere un libro appena finito sotto mano può servire per elaborare una recensione, per rileggere qualche passaggio, farsi un’idea più precisa. 

Proseguiamo adesso con i libri in lettura


Ho iniziato "La peste". Un autore come Camus, non saprei nemmeno come introdurlo. Quasi di nascosto, ho terminato recentemente la lettura de "Lo straniero", dello stesso autore. Sì, sono capace di leggere libri di cui non parlo. E spesso sono i più "pericolosi". Libri multiformi, che non sai ancora come definire. Libri che ti caricano di dubbi. Libri che rileggerai. Ed è lo stesso, per il momento, con "La peste". Ci sono autori che per capirli bene, devi leggere tutto ma proprio tutto ciò che hanno scritto. E rileggerli, poi. 

"Breve storia di sette omicidi" mi squadra da un bel po'. Il Man Booker Prize e i suoi candidati hanno fatto molta pressione su di me, lo ammetto. Ho iniziato a leggere quasi tutti i finalisti e ne ho portati a termine tre. Il più feroce è stato "A little life" (un mattone di novecento pagine) che mi ha scoraggiato. Dopo un po' di tempo, ho deciso di comprare in italiano il vincitore del premio e dargli una possibilità, data la quantità di belle parole spese nei suoi riguardi. Ci siamo amati fino a pagina cento. è un monstre linguistico, un labirinto di storie, una vera montagna da scalare. Mi piace. Ma ho bisogno di tempo, abbiamo bisogno di tempo. Spero di conquistarti, Marlon James

Poi c'è un ebook che non vedete in foto perché - come potete immaginare - l'inchiostro elettronico non è molto fotogenico. "A sangue freddo" di Capote. Lui è l'autore del mese. Ho letto in una Domenica pigra, "Colazione da Tiffany" che mi ha rinfrancato per tutta la lettura fino all'ultima parola e all'ultimo punto, quando ho capito che la tristezza di questo libro non mi avrebbe lasciata per molto tempo. Solitamente combatto il vuoto (e la mestizia) lasciati dopo la lettura di un libro, leggendone un altro, possibilmente dello stesso autore. Ho optato per il romanzo-verità che ha sconvolto la vita da reporter e scrittore di Capote. E non sto usando un verbo casuale. Sconvolgere è il verbo giusto. La storia vera di un massacro familiare in una quieta cittadina del Kansas. Dai tempi della strega dell'Ovest non succedeva qualcosa di così traumatico in quello stato. No, non è vero, ma almeno a livello letterario è così. Ad Holcomb non si fermano nemmeno i treni passeggeri, solo una breve sosta per lo scarico merci e la posta. Un delitto, destinato a diventare celebre nella cronaca nera nazionale, le porterà fama ed un'oscura nomea
Capote, affascinato dall'assassinio (e soprattutto dagli assassini), si reca ad Holcomb per avviare la sua indagine scrupolosa (ai limiti del maniacale) di cui ci restituisce quasi tutto. L’intera cittadina è ritratta, con meticolosità e perizia, romanzandone, però, i caratteri, presentandoci i protagonisti delle vicende come se fossero i personaggi di una narrazione corale, descrivendone gli animi e gli appetiti, le ambizioni e le sofferenze, con uno stile misurato e pulito che si discosta dal tono vivace e brillante di "Colazione da Tiffany" (in cui trova spazio la più sottile ironia e la più cupa tristesse). Fino ad ora, agghiacciante e superbo. 

Da consultazione, c’è sul comodino anche “Centolettori”, una raccolta che raccoglie i pareri di lettura dei consulenti Einaudi (dal 1941 al 1991). Da amatoriale dispensatrice di consigli, e da lettrice vorace di articoli dedicati ai libri, non potevano che incuriosirmi i giudizi degli esperti del settore. Consulenti e collaboratori ripercorrono la prestigiosa storia (e la storia che non fu mai) della casa editrice italiana attraverso i libri pubblicati e quelli rifiutati, libri dal successo indiscusso e libri sconosciuti, libri diventati classici e quelli invece dimenticati. Una storia fatta di corrispondenze tra grandi autori, giudizi più o meno lungimiranti, stoccate, stroncature e passioni troppo accese per storie che invece si raffreddarono in fretta. Da leggere in pillole, a seconda dell’umore. è sempre necessario un libro da consultazione tra la pila di libri in lettura. Da riprendere ogni tanto, quando ciò che stiamo leggendo non ci soddisfa pienamente o ci soddisfa troppo, tanto che risulta necessaria una pausa. 


Libri in coda


Infine, “Maledetta balena”, una graphic novel. Non ho ben chiara la trama, il tomo si presenta volutamente misterioso con pochissime parole di orientamento sulla quarta di copertina e ancor meno all'interno. La mia passione per i cetacei, che nasce soprattutto in ambito letterario, però, dovrebbe compensare qualsiasi incertezza. Me la riservo per un pomeriggio di stizza. Anche quest’ultima rientra tra i malumori da curare con la lettura. Una graphic novel si legge in fretta e, se fa il suo lavoro, dovrebbe anche scacciare le paturnie. O crearne di nuove. Più belle.