sabato 20 dicembre 2014

Consigli per non rovinare il Natale ad un Lettore





















Lo scorso Dicembre ho stilato una lista di romanzi che avreste potuto regalare o farvi regalare (celando in ogni pertugio delle dimore di potenziali benefattori bigliettini con titoli scarabocchiati a penna rossa, in stampatello). In molti condividiamo il dramma della sindrome del lettore sotto le feste. I sintomi sono: ansia, possibili eruzioni cutanee, sudorazione eccessiva, scatti d'ira e depressione post scartamento. La nostra condizione di lettori ci condanna a ricevere qualsiasi cosa abbia una forma quadrata o rettangolare, con dentro pagine e inchiostro. Purtroppo nella categoria rientrano fin troppi libri e, ahimè, nessuno dei vostri desiderata finirà tra le vostre mani a meno di un'esplicita richiesta. Il motivo è inspiegabile ma ciò non smentisce il teorema. L'unica soluzione è immettere nella vulgata delle vostre cerchie i romanzi davvero belli, e non solo Veronika decide di morire, che non è nemmeno di buon auspicio, per altro. Condividiamo allora le irresistibili liste di Natale. Chi non le ama? Possiedo un taccuino solo per stilare liste. Cose che non farò mai, viaggi che non farò mai, vestiti che non indosserò mai e soprattutto libri che mi aspetto di ricevere a Natale, questa volta però non è detto che il messaggio non arrivi a destinazione.
Quali sono le vostre wishlist natalizie? Condividetele sui vostri social network, in modo che finalmente abbiano (forse) una reale utilità e non solo quella di farsi rimorchiare dai cinquantenni con famiglia.
Buone feste, cari e grazie del supporto che ormai mi date da più di anno (sic!).

Qui trovate il post dell'anno scorso (nel caso vogliate più titoli tra cui scegliere) qui e qui invece trovate le mie wishlist anobi e pinterest (il sito in cui il tempo è immobile e da cui, una volta entrati, è quasi impossibile riemergere).


giovedì 4 dicembre 2014

Ebook gratis?


"Venghino, signori, venghino". Avete capito bene, ebook gratuiti disponibili per voi.
In tempi di crisi, la parola "gratis" è più efficace di un apriti, sesamo o un abracadabra. La gratuità è la più geniale volgarità del web.
Questa volta però non si tratta di vedere Gomorra in streaming. La nobile iniziativa è del tutto legale, ha la missione di diffondere cultura sfruttando tutte le risorse messe in campo dalla tecnologia. La biblioteca, infatti ha deciso finalmente di digitalizzare il catalogo e metterlo a disposizione degli utenti. I vantaggi sono infiniti: niente più barriere geografiche, addio ai ritardi e ai disagi relativi a restituzione, danneggiamento materiali e sindromi varie da italianoincivilizzato. Sebbene in ritardo rispetto ad altri paesi europei (viene sempre vagheggiato il fantomatico Nord Europa che, a parte il freddo, sembra essere il posto ideale per tutti, con particolare riguardo per insegnanti e lettori di gialli), anche il nostro sistema bibliotecario è uscito fuori dal Medioevo, o quasi. Non tutte le biblioteche infatti hanno ancora aderito alla proposta, a causa della mancanza di risorse economiche o tecnologiche o entrambe. Ma voi potete rimostrare con forconi e torce infuocate. Vostro preciso dovere farlo. Oppure migrare momentaneamente in un altro comune che aderisce all'iniziativa, scroccare la tessera della biblioteca e tornare al vostro focolare. è legale, potete farlo, fatelo.
Nel video vi spiego per bene quali sono le modalità e i requisiti tecnici per accedere al catalogo e leggere tutto ciò che volete (e che è disponibile sulla piattaforma). Felici? Vi informo già che questo purtroppo non vi impedirà di continuare a comprare libri. Nel caso stesse scaldando nel vostro cuoricino questa illusione. Sarete comunque poveri in un fortino di libri.
Amazon vuole convincerci ad abbonarci ad un canone mensile di 9,90 per scegliere da un catalogo pidocchioso quanti ebook desideriamo (la nuova offerta Kindle Unlimited) ma se la selezione fa piangere le statue. E poi perché dovrei pagare quando degli italiani hanno sviluppato una piattaforma bellissima e facilissima da usare che permette di accedere ad un catalogo digitale vastissimo e in maniera assolutamente gratuita? Si chiama MLOL, lo so che fa ridere ma è una cosa serissima. Cerchiamo di supportarla. 

domenica 30 novembre 2014

Consigli di lettura #6

Puntuale e tempestiva come la pubblicazione dei volumi della saga delle cronache del ghiaccio e del fuoco di quel birbantello di Martin (che a me nemmeno piace), torna l'appuntamento con la sfiancante chiacchierata sui consigli di lettura. Purtroppo soffro di incontinenza verbale, dovete accettarmi così. Sto pensando ad un futuro in radio, non mi accontenterei di una trasmissione ma prenderei il monopolio di un'intera stazione senza dovermi mai preoccupare di rimanere a corto di parole. Se c'è qualche radio interessata in ascolto, non ho un lavoro e ho un affitto da pagare a Milano quindi prendetela come una candidatura seria. Dopo questo patetico momento marchetta, torniamo alle cose serie (si fa per dire). Per il vostro bene, ho fatto l'elenco dei libri che consiglio, accanto al titolo trovate il minuto esatto in cui ne parlo. Ho capito che nessun umano può sorbirsi tutto d'un fiato i miei sproloqui quindi è meglio segmentare la cascata di parole. Ho aggiunto anche i link che vi rimandano al punto esatto del video in cui esprimo la mia sul titolo che v'interessa. Quanta generosità! Dev'essere la magia del Natale.

La ferocia, Nicola Lagioia min 00:11
Sola a presidiare la fortezza, Flannery O'Connor min 12:11
Gone girl, Gyllian Flynn min 17:30
Mabel dice sì, Luca Ricci min 22:05

Libreria Libet, Milano. Se siete in cerca di usato selezionato 

sabato 8 novembre 2014

Le bestie notturne di Nicola Lagioia


La ferocia è il romanzo più singolare degli ultimi mesi, non a caso, già etichettato come “caso editoriale” (con tutte le complicazioni che questa controversa espressione comporta). Il suo autore, Nicola Lagioia, ha l’indubbio merito di aver acceso un vivace dibattito attorno alla sua ultima fatica, circondata com’è sia da critiche trionfali sia da severissime bocciature.



La contemporaneità ipertecnologica e ultraconnessa non è regolata da meccanismi di logica e civiltà, bensì dal suo contrario: la ferocia, istinto ferino e vile, divenuta determinante chiave del nostro tempo. La stessa fosca disamina che avevamo trovato nell’opera di Francesco Pecoraro (tappa obbligata per qualsiasi scrittore italiano contemporaneo): il Tempo di pace è la lotta di tutti contro tutti. 
La società del benessere non ha annullato, anzi, si può dire che ha nutrito, la crudeltà del comandamento homo homini lupus. Un mondo bestiale, governato dalla legge naturale di sopraffazione e sopravvivenza. Un passaggio del romanzo lo conferma: 
“Lo sai qual è la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo? L’etologia. Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trovami il colombo che non vola”. 
Mangia o sarai mangiato. 
Non stupisce dunque che la narrazione è imperniata su una famiglia di ricchi palazzinari, metonimia di un’economia rapace e insaziabile, appunto, “animale”. Il motore dell'azione è poi un atto di violenza: il suicidio della figlia di un ricco imprenditore barese. 
Tuttavia, il grande merito dello scrittore è quello di creare un universo che non si esaurisce nella delineazione delle figure dei protagonisti ma ha la sua parte più interessante nell’analisi dell’ambiente. Così come per lo studio degli animali, il comportamento è decifrabile a partire dall’habitat, allo stesso modo Lagioia ci introduce nell’ecosistema della famiglia Salvemini: il Sud corrotto e notturno.
Un mondo barbarico e primitivo, drappeggiato da paesaggi luminescenti, popolato da creature di tutte le specie. 
L’attenzione al mondo animale ha una ricca tradizione letteraria, per fornire un esempio novecentesco: Bestie di Federigo Tozzi. Salta alle labbra il nome di Tozzi perché in entrambi i bestiari la voce animale non è utilizzata esclusivamente per fare da specchio ad un’umanità altrettanto bassa e altrettanto volgare ma anche e soprattutto per sottolineare la vicinanza nel dolore di bestie e persone di fronte alla dittatura degli istinti e dei desideri incontrollabili. 

La ferocia è stato venduto come una classica storia dell’ascesa e del declino di una famiglia. La narrazione, anche per la sua frammentarietà, non restituisce l’idea di seguire un arco temporale (e narrativo) di successo e rovina. Non si percepisce la vertigine che precede la caduta, bensì ci si muove in una distesa deserta. 
Quando i Salvemini sono stati davvero grandi? Mai, all’interno di questo romanzo. Non c’è un tempo felice o prospero da ricordare. Così come non si sente il fragore dello schianto, Lagioia costruisce un finale senza tragedia. Anche le degenerazioni della famiglia (e di tutto l’apparato di lacchè annesso) non sono volontariamente diaboliche. Anzi, semmai questo è un romanzo sull’inconsapevolezza del male. Tant’è che i personaggi possiedono un’ostinata ottusità, vivono in un mondo di abnegazione e inconsapevolezza, appunto. La ferocia non è tanto cattiveria quanto istinto, debolezza.  
“Un’energia brutale propagatasi nel vuoto, una febbre collettiva. Un odio che non apparteneva a nessuno” .
Sembra sparito dal nostro tempo l’odio sociale, il conflitto di classe. La famiglia Salvemini difatti non conosce reali antagonisti, benché siano inserite le più diverse rappresentazioni della compagine sociale. Ma adesso il vero conflitto è quello di tutti contro tutti. è difficile individuare un nemico dei Salvemini perché sono gli stessi componenti ad essere nemici gli uni con gli altri. Una famiglia disunita e polverizzata. I loro rapporti sono estremamente liquidi, al limite dell’intangibile.

Le storture di questa famiglia malata, in piena decadenza, potrebbero - con riferimento, in special modo, alla prima parte del romanzo e alla descrizione di un Sud “stregato” - ricordare i Viceré. Questo paragone è utile per svelare un’altra caratteristica del romanzo di Lagioia. Mentre il capolavoro di De Roberto risulta un romanzo ossessionante (e anche molto più romanzesco), la scelta stilistica dell’autore pugliese è quella di adottare - nonostante La Ferocia abbia come oggetto le depravazioni - una forma molto cerebrale, quasi fredda. La scrittura quindi non si adatta al declino morale ma risulta anzi stilisticamente audace, sebbene a tratti ampollosa. 
Ne risentono spesso i protagonisti che si muovono troppo meccanicamente, vittime di una certa ottusità, di un’inettitudine sentimentale, tanto da risultare troppo spesso imbastiti, cementati. Persino le anomalie della famiglia, i puri, Clara e Michele - che covano un amore incestuoso l’uno per l’altro - sembra si muovano in un vuoto. Con il rischio spesso di scivolare in una mancanza di concretezza che potrebbe far storcere il naso.  


Benché a volte ostacolati da una scrittura ardimentosa, è difficile non rimanere avvinti dalle atmosfere di questo romanzo, così denso del nostro tempo, dei nostri fallimenti pubblici e privati. Senza troppo cinismo, Lagioia tenta di ritagliare un’interpretazione delle metamorfosi di questa nostra Italia, restituendoci una mappa tentacolare. Non manca di registrarne gli aspetti più vari, non si sa bene come (il segreto del talento) riesce a far convivere nella stessa narrazione la matassa di corruzione che sta dietro i disastri ambientali, il profilo di una ragazza morta su Twitter, un medico legale cocainomane, un uomo che si costringe al volantinaggio in costume da rana. Lagioia ricerca ambiziosamente una verità, come la insegue Michele, deciso a scoprire cosa è rimasto della Bellezza, cosa è successo ad una persona (ad un Paese) che prima credevamo di conoscere e che noi stessi abbiamo abbandonato. 

venerdì 24 ottobre 2014

Come finisce il libro? E i lettori?


Come finisce il libro? Questo è la questione del saggio di Alessandro Gazoia, noto già ai lettori del web con il nome di jumpinshark, edito da minimum fax  quest'anno. Ottime riflessioni sull'editoria trendy e sulla retorica trionfalistica con la quale accogliamo inconsapevolmente pericolosi monopoli come Amazon. La disamina coinvolge temi che animano da tempo il mondo dell'editoria come l'autopubblicazione, la pirateria digitale e il dibattito culturale sul web. La scrittura di Gazoia riesce ad essere acuta e pungente, senza mai cedere allo snobismo provocatorio o all'antipatica compiacenza delle elite culturali ma, anzi, muovendosi disinvolto tra i campi della cultura pop. In linea con un approccio concreto e vivace, l'autore decide di fare appello costante al lettore. L'interrogatio, oltre a rendere la lettura più partecipativa, sottolinea l'importanza e l'unicità del ruolo del lettore nel mondo editoriale oggi. Non la scambiate per una ruffianeria. La lettura è in nuce un atto che ormai assume pratiche diverse e uniche per ogni soggetto. Tutte da valutare ed interpretare. "Come finisce un libro" lo raccomando per un consumo consapevole della literary fiction, soprattutto a chi si sente soffocato da promozioni commerciali e opzioni di acquisto volte al Cliente e non al Lettore. Consiglio anche un altro saggio complementare (oltre a quelli già citati nelle note del libro): "Rete padrona - Amazon, Apple, Google & co. 
Il volto oscuro della rivoluzione digitale" di Federico Rampini, edito da Feltrinelli (2014).  

La lettura di questo libriccino è avvenuta a ridosso dell'uscita di questo video in cui espongo il mio parere sulla rincorsa del successo facile da parte di editori poco lungimiranti. Ma parlo anche, come fa Gazoia, del cambiamento nella fruizione dei prodotti culturali (dovuto in parte allo sviluppo di sempre più accessibili interfacce) e sul destino dell'entertainment. 



Sotto il video si è sviluppato un interessante confronto di idee che vi invito a leggere, almeno per farvi un'idea più chiara riguardo la mia opinione, che in video spesso è intrecciata alla mia verve, per alcuni troppo infuocata. Un commento tra i molti, ho giudicato particolarmente fertile. 

Enrica:
"Il punto è che la sempre crescente immediatezza dei mezzi di comunicazione non viene sfruttata nel modo giusto. Se invece di utilizzarla per bombardare i lettori (o come giustamente dici, i consumatori) con informazioni e promozioni, venisse usata per creare momenti di condivisione, di confronto, di scambi di idee, la lettura sarebbe maggiormente interpretata come un'esperienza e un'esperienza si individuale, ma anche collettiva. Non è un caso che la gente ti scriva che guardando i tuoi video ha riscoperto l'amore per la lettura! proprio perché si crea quel momento di aggregazione e anche di crescita che la "letteratura di consumo" (come ignobilmente la si definisce) non potrà mai dare. Alla fine di cosa di tratta? Semplicemente di scegliere tra un beneficio di brevissimo termine e uno che potrebbe produrre i suoi effetti anche per il resto della vita. Solo che spesso le persone non sanno proprio che ciò che cercano e di cui hanno bisogno esiste già. In questo senso apprezzo che molte librerie si stiano evolvendo in café letterari: perché se anche la motivazione di fondo è economica, non è in contrasto con una visione strategica ( e quindi di lungo periodo) del modo di concepire la letteratura, come appunto momento di condivisione tra persone accomunate dalla stessa passione, prima che razionali consumatori".

A proposito dei café letterari, ultimamente mi ritrovo a frequentare sempre più spesso una libreria, la Gogol&Co a Milano, dove per altro ho acquistato il libro di Gazoia. Io mi reco lì per studiare, ma tra una pausa e l'altra ne approfitto per leggiucchiare e per origliare i discorsi del librario con fornitori e altri personaggi. Vi giuro che è vero! Ogni giorno che mi sono recata lì, l'ho sentito discutere animatamente di editoria, di librerie indipendenti e di come si possa sopravvivere in questo mondo di squali, facendo un lavoro corretto e soddisfacente dal punto di vista umano e culturale. Io ero appollaiata al piano di sopra e pensavo: "Allora si può fare!". 


(Qui trovate una mia incursione nella libreria milanese, insieme ad altri posti dedicati alla lettura che ho esplorato) 


Credo fermamente nel fatto che le persone siano disposte a spendere per la letteratura tanto quanto sia il valore ad essa riconosciuto. Se attribuiamo al libro un prezzo al ribasso - come qualsiasi altra merce - nessun lettore vorrà spendere più di quel valore fissato (magari da un bollino, a 9,90 euro). Se escludiamo dall'equazione la variabile artistica e umana, qualsiasi libro costerà sempre troppo ed è così che abbiamo iniziato a perdere i lettori. 

venerdì 26 settembre 2014

#ScopriMilano - La città e i suoi libri



Come era stato annunciato, ho dato finalmente il via  alla nuova serie di video/post che riassumeranno le mie esplorazioni nell'aliena e gigantesca metropoli. Questa è la prima parte. Spero che vi piaccia e che vi dia tanti spunti per godervi la città. Usate l'hashtag #ScopriMilano o #MilanoLegge per farmi girare come una trottola negli angolini più sconosciuti (ma tanto per me è tutto sconosciuto) e interessanti dell'urbe lombarda. Oppure rispondete con un post o con un video, raccontandomi dei posti dedicati alla lettura (ma potete spaziare) che ci sono nelle vostre città natali o acquisite.


giovedì 18 settembre 2014

Milano, i libri, le valigie e il tram

Mi è capitato di rileggere dei post che ho scritto negli ultimi settant'anni, evidentemente sotto una cattiva stella. Si aprivano tutti con una domanda retorica. Un'orrenda, inelegante e inadeguata domanda retorica. Indi per cui farò uno sforzo sovrumano e cercherò di NON iniziare con tale sgradevolezza. Andiamo dritto al punto. Ho cambiato città. Mi sono immessa anch'io nella genia degli studenti fuori sede. Un'altra meridionale a Milano.



Saltiamo la riflessione socio-economica-storica-psicologica da servizio di Studio Aperto, e passiamo alle cose allegre. Ancora le lezioni non sono iniziate. Sono libera di scorrazzare per la città, perdermi, prendere i tram sbagliati, mangiare in posti troppo costosi per le mie tasche, camminare fino a farmi venire il mal di schiena e le vesciche ai piedi.

 Da una settimana faccio la turista. Solo che al posto delle calamite per il frigo, compro quaderni, in vista della mia entrata trionfale all'università. No, davvero, ho una malattia grave. Ne ho comprati sette in cinque giorni. Non dovete farmi visitare il reparto cartoleria, divento indomabile. Siete mai entrati in posti come Muji o Tiger? Ecco, allora potete capire. Seguono a mena dito l'antica arte dell'ipnotismo per sedurti, convincerti di avere un disperato bisogno di oggetti inutili e leziosi, spremerti come un limone e abbandonarti poi sul ciglio della strada come il più miserevole dei clochard, provvisto altresì di un portabanane e otto chili di incenso.



Il paradosso è che ho la netta sensazione che tra poco conoscerò meglio Milano che la mia città natale. Mi ha fatto riflettere il commento di una ragazza alla mie peregrinazioni: "Io vivo a Milano da un po' e pare che tu in una giornata abbia visitato più posti di me in quattro anni". La verità è che ho sempre sentito parlare di Milano, è uno di quei poli d'attrazione che non puoi fare a meno di subire, almeno per me è stato così. E ora che ci sto, mi sento come risucchiata. Ne voglio assaggiare ogni pezzetto. Ho tutta la foga di una turista che ha a disposizione solo una settimana per godersi una città. Ho lasciato a casa la pigrizia (qui sto usando un'iperbole, signori) e mi è rimasta solo tanta voglia di esplorare.

MOMENTO INTELLETTUALE Sto girando tantissimi musei, li scelgo attraverso un semplice criterio: devono essere gratuiti. Almeno, all'inizio cercherò di trattenermi perché potete comprendere il fatto che mi sono appena trasferita e devo ammortizzare certe spese. No, non ho un lavoro, ahimè. Mi ha sorpreso notare che in effetti la scelta non manca. Il Museo del Novecento (personalmente non mi ha elettrizzato) e le splendide Gallerie d'Italia, ad esempio. Le riduzioni di prezzo sono comunque onnipresenti. Le mie prossime tappe sono: il museo Poldi Pezzoli e il museo di scienze naturali. La meta più ambita rimane la Pinacoteca, che però attendo di visitare la prima Domenica di Ottobre. Se non lo sapeste già, vi ricordo che in quella data, tutti i musei sono aperti gratuitamente al pubblico. Milano comunque non manca di esempi di magnifica arte anche en plein air. A parte la monumentale architettura, ci sono tantissimi artisti di strada (specie Corso Vittorio Emanuele).
FINE MOMENTO INTELLETTUALE
Allego speciali foto della mia esperienza al museo, coronata dalla sirena assordante dell'allarme fatto scattare da me medesima accidentalmente, cercando di aprire una porta che avrebbe dovuto portarmi alla toilette ma che evidentemente conteneva le sacre reliquie di qualche nobile briccone.





Il lato più curioso della vicenda è che ho modo di privilegiare un aspetto delle esplorazioni in città aliene che spesso viene del tutto trascurato, appunto per mancanza di tempo. I libri. Ho sempre pensato che uno dei tanti modi di giudicare una città fosse legato al rapporto di quest'ultima con la lettura, i librai, le biblioteche, i lettori e persino i non-lettori. è difficile che Milano non riesca a soddisfare le esigenze di un lettore onnivoro. C'è tutto ciò che avete sempre sognato. Le librerie sono tantissime, da quelle più grandi (come la Hoepli, vicinissima al centro che offre anche tantissime letture in lingua) a quelle più piccine; dalle grandi catene alle librerie indipendenti, librerie tematiche (la libreria del mare e della montagna!), diversi punti vendita Libraccio, e non dimentichiamo le bancarelle di libri usati per le strade.
Adelphi al 40% in Piazza Fontana
La trovate a Cairoli, è adorabile




















Solo da una settimana sono arrivata e già ne ho girate parecchie. Dei piccoli eden per noi lettori. Potevo non approfittarne? Sì, a Milano da pochi giorni e ho già comprato un libro. Qualcosa mi dice che costruirò casa mia, usandoli come mattoni.


Come ci insegnano i peripatetici, passeggiare è ottimo per riflettere e partorire idee. A me ne è venuta in mente una semplice. E se vi portassi con me? Visitiamo insieme Milano, piena di angolini nascosti e paradisiache oasi per noi lettori. Suggerimenti? Consigli? Ricordate che sono solo una principiante, guidatemi voi. Una volta raccolto il materiale, filmerò tutti i miei viaggi in questa città di carta e spero di superare la mia goffaggine e il mio imbarazzo tecnologico per montare un video con i fiocchi. Spero che l'idea vi entusiasmi. Io m'impegnerò a filmare tutto decentemente. Vi assicuro che riprendere in pubblico è più imbarazzante di quanto crediate. Ma ho l'alibi della turista, sicché.
Vi risparmio i dettagli sul vero e unico tour che sto facendo: quello culinario. Pensate che sono riuscita a mangiare persino pane e panelle (quelle buone, quelle vere!)quassù. Chi l'ha detto che si mangia male? Forse i milanesi. Ma fin ora io di milanesi non ne ho visti, secondo me non esistono. Milano, New York d'Italia?
Antica Focacceria San Francesco, Via San Paolo

sabato 6 settembre 2014

Ricapitolazioni.

Il titolo di questo post mi fa pensare alla testa ruzzolante di Ned Stark ma tant'è.
Tempo di riportare ordine, tirare le fila, le somme e qualsiasi altra metafora adatta al concetto di: "mi sono dimenticata per settimane di aggiornare il blog, rimediamo".
In realtà, sarebbe un futile elenco di qualche video che ho pubblicato in queste settimane e di cui potreste non essere a conoscenza, magari eravate sperduti nell'Egeo o smarmellati su un lettino ad Alghero.
La lista comprende un gusto per ogni tipo. C'è la rubrica fresca fresca sui consigli di lettura (tutti statunitensi, stavolta), c'è la rubrica sul libro di merda (forse la più faticosa impresa dopo il passaggio delle colonne d'Ercole) e c'è un video tag simpaticissimo (come no!) sui libri più sottovalutati firmati da autori celeberrimi.


 

domenica 20 luglio 2014

Libri gratis? La community di Bookmooch, cultura in movimento

Bookmooch è  una droga un sito di scambio che permette di ricevere e di inviare libri in maniera totalmente gratuita (escluse le spese di spedizione). Un paradiso? Non ancora ma impegnandoci ad incrementare il catalogo e il bacino d'utenza, potrebbe diventarlo. Qui tutte le informazioni.
Piccolo memorandum: per i libri gratis c'è anche la biblioteca!! 

giovedì 3 luglio 2014

Perché leggere Elena Ferrante

La settimana scorsa abbiamo affrontato l'argomento scottante: la letteratura italiana contemporanea è davvero così brutta? La risposta naturalmente è no. Anzi, ci sono romanzi e autori meritevoli di maggior attenzione da parte di noi lettori esterofili. In questa categoria rientra a pieno titolo la scrittrice Elena Ferrante. Cerco di spiegarvi perché in questa chiacchierata paradossalmente - per i miei standard - della durata inferiore ad un'ora.

giovedì 26 giugno 2014

Perché la letteratura italiana no.

Anche voi avete sopportato smorfie di disgusto, labbra arricciate e sguardo perso nel vuoto nella rara occasione in cui avete tentato di consigliare un autore italiano contemporaneo? Ebbene, decido di rischiare di incappare nello stesso insuccesso. Inauguro questa rubrica, un po' provocatoria ma assolutamente in buona fede, in cui cercherò di consigliarvi - anche sotto vostro suggerimento - gli scrittori italiani contemporanei che vi faranno vincere qualsiasi pregiudiziale resistenza contro la Letteratura del nostro bel Paese. Non pensare di essere al sicuro neppure tu, irriducibile esterofilo (sì, sì ti vedo, all'angolo della tua libreria abbracciato all'opera omnia di Marquez). Dai una possibilità a  qualcosa di nuovo che potrebbe stupirti.
Infine, vi ripasso la palla. Fuori i vostri nomi! E non cercate di cavarvela con autori già molto noti - chi per merito chi per cieca fortuna - come Gramellini, Mazzantini e Camilleri. No. Vogliamo sapere se c'è altro al di fuori del circuito mainstream. Non solo perché vogliamo fare gli hipster, ma perché vogliamo sconfiggere - appunto - uno stereotipo. Un gran numero di lettori è deluso dalla produzione italiana sia perché è confuso dalla marea di nuovi titoli che escono annualmente - diventa così impossibile pescare qualche novità davvero valida - sia perché ben presto inevitabilmente tutti questi nomi e romanzi-fotocopia vengono dimenticati e si ritorna agli stessi colossi: o gli scrittori-giornalisti con la loro carica di perbenismo di sinistra che ci ha proprio stufato, o il romanzo per trentenni dissociati e disperatissimi (anche questo molto di sinistra nostalgica e assente) o ai gialli (almeno alcuni di questi sì, di qualità). Ma c'è dell'altro? Scopriamolo insieme. Io dico di sì, e vi sfido a fare altrettanto.      

domenica 22 giugno 2014

Considerazioni (lunghe e noiose) su La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro


Il futuro si è deteriorato, sembra che non ci attenda niente di buono, su questo sono tutti d'accordo, quando ero piccolo non era così: il futuro aveva qualche problema ma complessivamente era radioso, lucente, interplanetario, interstellare, intergalattico, trans-spazio-temporale.

Per Ivo Brandani, un soggetto residuale fuori dal ciclo riproduttivo (un vecchio ingegnere di sessantanove anni), le uniche dimensioni temporali possibili sono il passato e il presente. 
L’intero romanzo è giocato sull’alternanza tra questi due tempi narrativi. L’arco di una giornata - il ventinove Maggio 2015 - è lo spazio riservato alla disamina di una nauseante contemporaneità. I capitoli sono scanditi dall’orologio: dalle 9:07 A.M a 7.47 P.M. Un’interminabile giornata trascorsa con la debordante contrarietà del protagonista. Ivo attende all’aeroporto di Sharm-el-Sheik il volo di ritorno a casa. Si trova in Egitto per ricostruire con materiali sintetici la barriera corallina. In questo speciale limbo, l’unica dinamicità è offerta dalle sue associazioni mentali - echi di Proust e di Celine - che generano un torrenziale monologo, un feroce attacco al presente.

Il presente che descrive Pecoraro è in realtà un futuro prossimo, appena ad un anno di distanza dal nostro. Un anno che nel secolo accelerato in cui viviamo può anche significarne dieci. I riferimenti a questa realtà sono assoluti: le città sono indicate come Citta di Dio (Roma) o Città di Mare. Con le maiuscole anche i luoghi del potere, freddi, distanti: il Governatorato, l'Amministrazione, i Distretti. I luoghi decisionali sono lontani dall'individuo, vuoti. Tale descrizione di una burocrazia spersonalizzante ricorda Saramago (il Centro nel romanzo La Caverna, in particolare). E non è in ogni caso per niente lontana dal senso di smarrimento, solitudine e inerzia che appartiene al nostro tempo.  

Il fiume straboccante di parole contro la contemporaneità non è solo il risultato dell’IMS (Irritable male syndrome anche conosciuto come il ronzante rosicamento dei vecchiardi, a cui tutti noi siamo abituati). Ma è una disamina acutissima della realtà coeva. Il quadro è fosco. 
Un presente fasullo, vuoto e privo di bellezza. Il pianeta è ormai per metà in decomposizione e per metà plastificato, popolato da non-morti continuamente rigenerati dalle sostanze chimiche, risollevati dalla chirurgia, sempre più lucidi, artificiali. La vita ancora più lunga, quasi eterna, dove tutto è una copia di una copia di una copia. Persino il cibo è assemblato artificialmente. Un fake planet, devitalizzato ma in cui è quasi impossibile morire. Anzi, si direbbe che morire sia faccenda d’altri tempi.  
Stiamo lentamente transitando dal naturale al post-naturale, una surrealtà dove tutto è immagine di un originale scomparso. 
E Ivo - con il Rifacimento dei fondali marini in sintetico - contribuisce alla ricostruzione di un mondo fantoccio, alterato, imitazione di una realtà ormai perduta. Il tema della distruzione e della ri-costruzione si intrecciano: Ivo fabbrica un mondo nuovo mentre porta alla rovina quello vecchio, assume il doppio ruolo di homo faber e homo destruens. 
La sua carriera di ingegnere strutturista infatti non l'ha portato a progettare proprio un bel niente. Che contribuisca al disastro, allora. 

Io sto al gioco, mi piace l'Apocalisse, mi ci trovo bene, ci godo...

I toni apocalittici con cui viene descritta la contemporaneità sanciscono il collasso del mondo in cui è cresciuto. L’ingegnere si trova in una realtà dal volto irriconoscibile, da cui si sente già scollato, lui e la sua mentalità novecentesca. Vorrebbe passare gli ultimi stralci di tempo a sua disposizione assistendo ad un grandioso disastro - qualcosa di veramente emozionante, finalmente - è ossessionato dal senso della catastrofe. Non si inverte la freccia del tempo , gli direi a questi qui dietro il banco. Tutto deve andare a male, marcire, degradarsi, rovinarsi, fottersi definitivamente. Ma non ci sarà nessuna esplosione, solo un lento deteriorarsi che cambierà il volto del mondo. E Ivo si si sente già prossimo alla fine. Come i soldati che muoiono l’ultimo giorno di guerra, come a quei bambini che presero la poliomielite quando il vaccino era già in distribuzione. Sulla soglia di una nuova era. 

A queste amare invettive, si alternano capitoli dedicati alle reminiscenze del suo passato. Sgorgano dalla mente di Ivo ricordi a ritroso, da quelli più recenti all’infanzia, fino ad un finale fuori dal tempo. Dunque mentre la giornata del ventinove Maggio procede in senso orario - dalla mattina alla sera - il passato di Ivo si ripropone in senso antiorario, dalla vecchiaia alla sua nascita. La narrazione procede perfettamente  su questi due binari temporali, alternando questi due ritmi. La struttura del romanzo fa sì che la fine di Ivo - sappiamo dal primo capitolo cosa lo ucciderà - coincida con l’inizio della sua vita. Un motivo circolare che si ripresenta costantemente: il viaggio di ritorno dall’Egitto, il ritorno con la mente alla casa d’infanzia, al nucleo familiare d’origine e soprattutto al padre, paradigma tirannico e irrefutabile. 
Se inoltre il 2015 aveva caratteristiche vaghe, un contesto futuristico, il passato di Ivo al contrario ripercorre la Storia d'Italia. Un contesto a noi familiare, che viene però riletto con una nuova chiave da Pecoraro.
Queste immersioni nel passato - alcune rappresentano dei perfetti racconti autoconclusivi - danno una giustificazione al cinismo dell’attuale Brandani. Il suo vissuto è segnato dall’inadeguatezza e dai fallimenti. La vita lo ha attraversato, e lui l’ha subita. 

EFFETTO CORIOLIS: ogni traiettoria subisce una curvatura, talvolta fino ad avvitarsi su se stessa...Non sei mai dove avresti voluto essere, non arrivi mai nel punto dove hai messo la prua, ma sempre da qualche altra parte e ti dice bene se riesci a finire nei pressi del tuo obiettivo...Io, ammesso che avessi un obiettivo, non solo l'ho mancato in pieno, ma da qui nemmeno lo vedo più

La vita di Ivo scorre in tempo di Pace ma in realtà è un susseguirsi di conflitti meschini da cui uscirà sempre sconfitto. 
Il conflitto Originario è quello con il Padre, figura ostile e fascista, fedele a due unici Valori: Coraggio e Orgoglio. Due qualità che sfortunatamente Ivo sembra non avere. Padre costruisce per lui un mondo non-alla sua altezza, di fatto castrandolo e rendendolo un inadeguato-a-vita. Ivo così chiuso nel suo invernale voler restar dentro è spinto a forza fuori. Un fuori barbarico e primitivo: il mondo dei ragazzini, in cui si riproducono le dinamiche sociali della prevaricazione e della violenza. Ivo è persino una pippa a giocare a calcio, qualità invalidante. Nonostante il dopoguerra, il boom economico e l’ottimismo degli anni Cinquanta, il microcosmo della Città di Dio nasconde una realtà vile e brutale.  La lotta sociale è spietata, l’unico modo per galleggiare è menare. Farsi riconoscere come uno che mena garantisce lo status di dominante
La giovinezza di Ivo squarcia subito qualsiasi illusione. Il grande Male della Pace è la lotta per emergere, per imporsi sugli altri. Un conflitto eterno. Il Tempo di pace è la lotta di tutti contro tutti, la violenza è del tutto privata, egoistica. Non c’è una guerra - e quindi una violenza imposta, obbligata - che ti costringa a definirti secondo valori civili condivisi come quelli di Patria o che ti spinga a fare i conti con la sopravvivenza, con la parte più intima di te stesso. L’alternativa vertiginosa tra vita o morte non esiste nel tempo di Pace. La Pace ti cuoce lentamente ti culla con antidepressivi, ansiolitici e ti confonde, ti istupidisce, ti isola. 
In questo caos in cui Ivo fatica ad imporre la sua individualità (se lo ripete sempre:Brandani tu non sei un combattente, non sei un competitore…) il protagonista cerca un ordine alternativo alla crudeltà del comandamento homo homini lupus. Tenta con la rigidità del Pensiero: si iscrive alla facoltà di Filosofia. è coinvolto nelle lotte del 68’ e gli basta poco per capire che qualsiasi gruppo -persino quelli che propugnano idee di uguaglianza e di fraternità - nascondono la stessa ossatura, naturale negli uomini,  gli stessi meccanismi di dominanza e sottomissione, lo stesso gregarismo. 
E d’altronde Ivo capisce di essere inadatto alla lotta politica, qualsiasi scenario di battaglia lo atterrisce. 
Sono un non-eroe, un non-coraggioso, un non-dominante, uno che non ci crede, che non crede a niente, che non ha mai creduto a niente…sono uno-che-molla, uno che per lui niente conta, se non restare in vita nelle migliori condizioni possibili    
Durante un viaggio in Inghilterra, si trova davanti al Firth of Fourt Bridge. Ha un’illuminazione. 
Se la Natura lo ha tradito, se è inadatto a qualsiasi contesto di selezione naturale - e quindi inevitabilmente di prevaricazione fascista e violenta - allora, la Scienza, la costruzione, possono essere usate contro la Natura. La filosofia non aveva portato ordine, non aveva dato un Senso ma soprattutto non aveva dato un risultato visibile. La Scienza, al contrario, opponendosi ai diktat naturali permette di unire ciò che è separato, può creare dei ponti.
A seguito dell’epifania, abbandona la facoltà di Filosofia (ma non gli Ideali di sinistra, per quello c’è tempo) e si iscrive ad Ingegneria. Finalmente, eliminata la variabile umana, Brandani ha un mestiere. 
Il mondo del lavoro si rivelerà ancora più mortificante di quello adolescenziale e universitario. Non ci si fa la guerra né con le bombe né con i cazzotti come nel quartiere, ma con mezzi assai più subdoli. Il suo capo De Klerk è un manager di successo, aderisce al mondo così com’è e non come dovrebbe essere, al contario di Ivo ancora ancorato alla chimera dell'idealità. Questo capitolo è un piccolo capolavoro di narrativa: Pecoraro fornisce attraverso il racconto di un viaggio in barca una perfetta allegoria della fortissima pressione che esercita il capitalismo su di noi. De Klerk è tutto ciò che Ivo odia: maschilista, predatore, tirannico, un dominante. Brandani coltiva infatti nei confronti della mentalità borghese e materialista - tutto ciò che De Klerk rappresenta - un retro pensiero infantile: non mi avrete mai. Eppure De Klerk è più forte di lui, il suo modello prima lo affascina, poi lo avvince e infine lo schiaccia. Ivo non può niente. 
Di fatto ti collocasti nella grande Catena dei Sì. (...)Ti consegnerai nelle mani del capitale, sarai un ingranaggio del profitto. 
La sua blanda riserva mentale - “non mi avrete mai” - è una vana resistenza. Tutto è dentro la logica di mercato, senza scampo. Sembra di leggere le pagine profetiche di Cosmopolis (di Don DeLillo): “non esiste niente fuori dal mercato”.
La Grande Classe Media Uniforme dell'Occidente Democratico, quella che ha divorato e inglobato in sé tutte le altre classi, compresa quella operaia, dedita alla ragione passiva. I nativi del capitalismo mediatico non conoscono la nozione di opposizione, di alternativa.

Ha ragione Cortellessa quando parla di Pecoraro come scrittore di guerra. La guerra dei “sessant’anni di pace, nei tanti inferni del fare umano”. è questa la grande forza del romanzo: la sua potenza demistificatrice, il pessimismo lucido, la coscienza della complicità e della colpa. Ma anche la rassegnazione al caos dell'esistenza, alla non forma delle cose. Come pretendiamo che ci sia ordine se viviamo, anzi, siamo ciò che resta di un'esplosione? 

Il delirio lucido di Brandani sgorga fuori con aggressività, una lingua corrosiva, senza tabù. Seguendo gli stilemi del modernismo, Pecoraro redige un romanzo verboso -  come gli anziani Brandani è puntiglioso, si ripete senza sensi di colpa - contaminato da nozioni scientifiche, architettoniche, storiche, biologiche.  Il suo è un epos rovesciato, senza eroismi né imprese. Può darsi che La vita in tempo di pace sia la perfetta anti-epica, l’uomo senza qualità del nostro Tempo. 
Indubbio è che questo romanzo per gli scrittori italiani rappresenti - già - una tappa obbligata. 


Niente tornerà più, nessuna promessa è stata mantenuta: Dio non c'era, il mondo non ti stava aspettando, nessuno ti cercava, di là dal mare ci sono solo altri ristoranti di fritto misto e il mestiere, che prometteva, alla fine si è negato. O forse tu eri negato per farlo bene, Ivo...”.

venerdì 30 maggio 2014

Consigli di lettura #4



So già che non vedevate l'ora di essere tramortiti da mezz'ora di chiacchiericcio ininterrotto.
(E finalmente vi parlo di Middlemarch, contenti?)

L'armata dei sonnambuli - Wu Ming 00:18
Middlemarch - George Eliot 08:35
The Middlesteins - Jamie Attenberg: 19:52

sabato 24 maggio 2014

W la trance! - L'armata dei sonnambuli o lo leggete o sbrisga.

Con "L’armata dei sonnambuli" i Wu Ming hanno portato a compimento la pluridecennale riflessione sulla rivoluzione e il potere che da sempre ha contraddistinto i loro romanzi storici.
Il discorso si era aperto con Q, ambientato nella tempesta delle guerre di religione e della riforma protestante del Cinquecento, ed è proseguito con altri romanzi, tra cui Manituana in cui è narrata la guerra tra i rivoluzionari delle colonie americane e i lealisti inglesi, dal punto di vista dei nativi (e di cui troviamo un’eco proprio nell’Armata). 
L’ultimo romanzo invece abbraccia quella che per noi europei è forse il più romantico e terribile dei rovesciamenti storici: quello francese. Quando pensiamo alla rivoluzione, immaginiamo la testa di Luigi che cade per mano della ghigliottina. O a Lady Oscar. 
Come decidono di raccontarci questo sconvolgente spartiacque storico i Wu Ming? 

Come se fosse un’opera teatrale.

“I parigini erano sempre interessati al teatro, ma il teatro era divenuto grande quanto Parigi (…) Gli spettacoli più emozionanti erano quelli dove la gente perdeva la testa per davvero, i cannoni tuonavano e poteva capitare, da un momento all’altro, che gli spettatori si trovassero a recitare”.

La narrazione è divisa in cinque rocamboleschi atti. L’espediente drammatico è efficace soprattutto a mettere in luce il binomio politica-spettacolo che avvelena la nostra contemporaneità: 

“Questi politici si alzano sui banchi per i loro discorsi come un attore calcherebbe le scene. Per loro il popolo è un pubblico, nient’altro”.

Tuttavia i veri protagonisti della rivoluzione non sono i vari Robespierre, Marat, Desmoulins, Danton - i cui volti ci adocchiano dalle pagine dei libri del liceo - bensì personaggi che stanno all’ombra della storia.
Sul palcoscenico de “L’armata dei sonnambuli”  il popolo non è affatto uno spettatore. Leo Modonnet, attore bolognese dalla scarsa fortuna in Francia, decide di indossare la maschera di Scaramouche, diventando così un Batman ante litteram. L’Ammazzaincredibili - che parla per allitterazioni e assonanze come V da V per Vendetta - il vendicatore del popolo, metterà in scena delle maldestre aggressioni (il superomismo di stampo machista va sempre un tantino sbeffeggiato) a danno dei muschiattini, controrivoluzionari monarchici e reazionari, la cosiddetta gioventù termidoriana. 
Ma forse il cuore del romanzo, al di là degli aspetti scenografici, è un’altra popolana: Marie Nozier, orgogliosa sarta dal foborgo giacobino di S. Antonio, ferrea paladina della rivoluzione che si arruolerà persino con le amazzoni di Claire Lacomb. Marie non ha maschere a proteggerla, è una disgraziata eroina (e “una pessima madre”) a viso scoperto. Lotta rischiando di perdere tutto. Una combattente amareggiata, dai modi bruschi, dal carattere difficile. Ma pur sempre una formidabile guerriera.  
Centrale nel romanzo dei Wu ming è la ferocia e la potenza dei moti dal basso. In barba a chi ha rivalutato come rivoluzione borghese l’evento straordinario che fu quella marea che si sollevò nel 1789, i Wu ming rivendicano la forza della spinta popolare, le azioni di personaggi umili. Anche proprio laddove le aspettative del popolo sono state disilluse e frustrate. La rivoluzione francese in parte fu un fallimento. Ma se i Wu Ming non si astengono dal tratteggiare una rivoluzione fallita ( senza tralasciarne tutte le lacerazioni e i compromessi e le trappole in essa insiti), non rinunciano ad un concetto di lotta vivo, più vivo che mai. E L’armata dei sonnambuli è un romanzo che parla soprattutto di Resistenza contro il potere.

“Perché a rifletterci bene, Leo doveva ammettere che la sua era una partita privata. Non era la rivoluzione ad averlo deluso, come era capitato a tanti, ma la vita stessa (…) Chissà se esisteva un destino fissato negli astri. Chissà quale finale l’Essere Supremo aveva in serbo per lui. La coscienza gli diceva che non sarebbe stato nulla di buono, ma la testacea ribatteva che il colpo andava restituito e doveva essere all’altezza di quello subito. A buon gatto, buon ratto. Alla battuta dell’antagonista, il protagonista doveva rispondere riprendendosi la scena”. 

I Wu Ming, come sempre, sono abilissimi nell’estrarre dalla lezione del passato, nuove sfide per il presente. 
Ho immediatamente associato Marie ad un’altra donna combattente, protagonista del romanzo di un altro collettivo di scrittori, “In territorio nemico”: Adele, prima operaia e poi gappista negli anni della Resistenza. 
Due figure di donne che lottano, entrambe presenti in due romanzi contemporanei (recentissimi, tra l’altro) che reinterpretano il passato in chiave attuale. Un segnale importante che vede emergere una serpeggiante tensione rivoluzionaria in Italia. 
Il soggetto de “L’armata dei sonnambuli” è la rivoluzione francese ma potrebbe essere anche la Russia, l’Italia degli anni 70’, la lotta no tav. Qualsiasi scenario di sopraffazione che renda necessaria una risposta altrettanto forte, altrettanto decisa.  
Significativo il fatto che il popolo intervenga in prima persona, il soggetto collettivo s’inserisce nella narrazione come un coro greco, alternandosi alle gesta dei protagonisti. 

Ma non c’è solo il popolo vessato, anche la borghesia gode di rappresentanza. Una borghesia illuminata, dal volto ideale, che collabora con la collettività per una causa nobile e giusta. Il medico D’Amblanc, con il corpo (ma soprattutto la mente) tormentati da ferite di guerra, è un magnetista che si mette al servizio della Rivoluzione. Il suo compito è quello di stanare una potenziale fazione di magnetisti controrivoluzionari. I Wu Ming usano, per mettere in scena l’altra faccia della rivoluzione (quella reazionaria e monarchica) il mesmerismo, che ha agito dietro le quinte della rivoluzione. Una scelta coraggiosa che avvicina il romanzo al filone fantasy. 

Il magnetismo animale è infatti soggetto ad una duplice interpretazione: o come un vero e proprio incantesimo o in chiave razionale come una sorta di ipnotismo (e appunto i sonnambuli del titolo sono sprofondati in un sonno indotto). Il conflitto messo in scena è quello tra un mesmerismo democratico e razionale, che segue i principi dell’illuminismo e dell’etica (quello di D’Amblanc) e dall’altro lato un mesmerismo totalitario, usato per raggiungere scopi personali e che non tenga minimamente in considerazione la volontà dei sonnambulizzati, trattati alla stregua delle bestie (quello del misterioso villain del romanzo, dall’identità fittizia). 
Il magnetismo diventa quindi un’ottima metafora politica, una riflessione sempre attuale sugli abusi del potere e sulla libertà. Non è forse un caso che le vittime del magnetismo scellerato siano rappresentati nel romanzo per lo più da bambini, per sempre danneggiati e irrimediabilmente corrotti da una volontà fascista e brutale.  

L’indagine di D’Amblanc non avviene nella tempestosa Parigi - come invece le parallele azioni di Leo e Marie - ma nella provincia francese, attraverso paesaggi ostili e terrificanti. Queste sono forse le ambientazioni più cariche di fascinazione, che risentono di un’evidente influenza horror (che l'armata del titolo non sia forse "l'armata delle tenebre?) che insieme al filone magico (e abbiamo visto prima l’universo fumettistico dei supereroi) rendono il romanzo un’opera contaminata e stratificata, ricca di riferimenti alti e bassi, dalla cultura pop alla letteratura, alla documentazione storica. Tutto può entrare nella narrazione. E lo fa in maniera credibile. Il genere diventa uno spazio aperto, senza limiti. 
La lettura diventa così un processo attivo, un atto di partecipazione. Leggendo un romanzo dei Wu Ming siamo continuamente investiti da una sensazione di deja vu perché gli scrittori ci colpiscono con simboli (da loro rielaborati) del nostro immaginario, che ci invitano a riconoscere. Non è solo un gioco letterario, un carosello di citazioni. è un modo di concepire l’opera letteraria come “aperta”, dinamica, viva. 
Il tema della libertà e della democrazia dall’intreccio si estende e ingloba lo stesso concetto di romanzo. 
Si prenda ad esempio l’atto quinto. Il “come va a finire” potrebbe trarci in inganno. All’apparenza potrebbe sembrare un epilogo. Oppure un elenco di fonti. Si attiva un processo di straniamento nel lettore. Come è possibile che un “atto” dello spettacolo sia dedicato ad un barboso elenco di documenti? Eppure non è affatto così. L’atto quinto rappresenta un “oggetto narrativo non identificato”. Un’ibridazione (l’ennesima) della narrazione, al di fuori di essa ma allo stesso tempo parte di essa. I personaggi sono sottoposti ad esame. Quali tra le informazioni che ci danno gli scrittori sono vere e quali false? L’atto quinto preannuncia un atto sesto. Un atto che dovrà essere scritto dal lettore. L’armata dei sonnambuli non finisce, le sorti dei personaggi sono lasciate nelle mani di chi le vorrà reinterpretare. La Storia e le storie non muoiono mai, fin quando ci sarà qualcuno pronto a farle rivivere. 



Il "vasto palcoscenico rivoluzionario della Francia" che hanno allestito i Wu Ming è formidabile. Francamente irresistibile il vortice di personaggi e situazioni che ti trascinano per pagine e pagine, senza requia. Si passa dal tragico al farsesco, dal turpiloquio popolare alle inclinazioni filosofiche degli scenziati magnetisti, dai comunicati ufficiali della Convenzione alle epistole familiari. Sanculotti, brissottini, girondini, controrivoluzionari, patriote repubblicane divise in brigate, amazzoni e pesciare che se le danno di santa ragione.
“L’armata dei sonnambuli” riesce ad essere popolare, leggero e accattivante e nello stesso tempo crepato, bombardato da interrogativi sulla storia e sulla vita. Esattamente come i suoi eroi. Sgangherati, disfatti, amareggiati. Eppure combattivi. A buon gatto, buon ratto o sbrisga.    


“La rivoluzione, diceva, è come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri son divisi a metà, una diritta e l’altra rovesciata, testa insù e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: “Io sono te che vai a finire male”! Goditela finché puoi, perché il mondo si arbalta” 



sabato 17 maggio 2014

#Salto14 - L'esperienza mistica

Cos'è un cristiano senza un pellegrinaggio annuale in terra santa? Come può considerarsi completo un fedele senza compiere un cammino spirituale che lo elevi dalla sua condizione terrena attraverso la fatica, il sudore e la sofferenza?
Forse è un po' azzardato paragonare Torino a Medjugorje, né tanto meno vorrei appioparvi un reportage kierkegaardiano come Paolo Brosio. Eppure. Non si può negare che Torino sia la meta di qualsiasi fedele lettore. Mai ho visto così tanti libri e così tanti scrittori nello stesso luogo. La mia provinciale ingenuità ha contribuito di certo ad enfatizzare la mia piccola avventura. Ma, credetemi, è stata un'esperienza mistica. Surfare tra la folla appicicaticcia, affrontare eroicamente il caldo, trasportare tonnellate di libri con il solo uso delle falangine e falangette (il resto del corpo impegnato a spintonare le hostess che distribuivano brossure inutili), mi ha temprato il carattere. Una donna nuova è uscita dal Salone. Più combattiva, depurata, riforgiata dalle mille battaglie per accaparrarsi la copia migliore di Stoner al 50 % allo stand della Fazi. Ma soprattutto: più povera che mai.  

Il cardellino, Donna Tartt

Ho avuto l'immensa fortuna di leggere "Dio di illusioni" (qui troverete le ragioni per amarlo) nello stesso anno in cui è uscito The Goldfinch. Dalle vostre labbra potrebbe scaturire un lecito "embè?". Eppure, cari miei, c'è tutta la differenza del mondo. Donna Tartt, infatti, ha deciso di torturare i suoi lettori, pubblicando un libro ogni dieci anni. Capirete bene che è stata una fortuna leggere i suoi due capolavori  (nutriamo dei ragionevoli dubbi su "un piccolo amico", secondo romanzo della scrittrice americana), in un arco di tempo relativamente breve, considerando il fatto che dovrò stare a digiuno per un decennio. Sigh. Nel frattempo, ci sarà tempo di rileggerli e rileggerli e rileggerli e rileggerli ancora. Ringraziando il cielo, sono tutti giganti interminabili.

venerdì 18 aprile 2014

L'incredibile viaggio del fachiro (segue titolo lunghissimo) e la nuova Europa picaresca.

L'incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea” potrebbe sembrare un romanzo ruffiano. Con un titolo del genere, poi. Aggiungo anche il demoniaco appellativo di bestseller mondiale. Ma non voglio farvi scappare, anzi. 

http://www.inmondadori.it/img/incredibile-viaggio-fachiro-Romain-Puertolas/ea978880621869/BL/BL/01/NZO/?tit=L%27incredibile+viaggio+del+fachiro+che+rest%C3%B2+chiuso+in+un+armadio+Ikea&aut=Romain+Pu%C3%A9rtolas 
 Ajatashatru Lavash Patel è volato dall'India a Parigi per riuscire in un'impresa epica: acquistare da Ikea (che oltraggiosamente non ha messo radici nel suo paese natio) un letto di chiodi a 99, 99 euro. Svolge infatti, in maniera più che negligente, la professione di fachiro e necessita di un letto di chiodi “rosso puma” per sbalordire la comunità indiana di cui fa parte (e che imbroglia costantemente per mantenersi). Il problema è che non ha portato con sé nemmeno un soldo – è il villaggio di allegri turlupinati che ha pagato il viaggio di andata e ritorno del nostro prode cavaliere. Ma le qualità migliori di Ajatashatru sono l'astuzia e l'ingegno, oltre che una notevole predisposizione alla truffa. Seguiranno avventure stralunate ed incontri drammatici con migranti in giro per l'Europa e anche un pezzettino d'Africa.



  
Puertolas tratta il grande (e attualissimo) tema dell'immigrazione clandestina attraverso una serie di episodi picareschi. Ed è qui che sta la riuscita di questo frizzante romanzo.
L'autore ha adattato fruttuosamente gli stilemi del picarismo al mondo contemporaneo. Il nostro fachiro è infatti perfettamente assimilabile ad un picaro e cioè un imbroglione, figura che ha avuto tanta fortuna nella Spagna del XVI secolo: un astuto popolano abituato ad adattarsi a circostanze sempre mutevoli grazie al proprio ingegno, un illusionista, un furbastro.
Ma non è solo per l'originale ricalco del protagonista che ho elaborato questo parallelismo.
L'essenza del picarismo è la rappresentazione di esistenze vissute in perpetua precarietà. Il romanzo picaresco descrive la sorte sociale di individui che non possono fare affidamento sui privilegi di classe. Al giorno d'oggi chi è che ricopre questa posizione nella nostra società? I migranti.
“Gli autentici avventurieri del ventunesimo secolo” sono i clandestini. Coloro che vengono sbatacchiati da un paese all'altro, che decidono di percorrere la pietrosa strada dell'immigrazione e che viaggiano nelle circostanze più sfavorevoli e pietose.
Ma c'è sempre un modo per guardare alla realtà.
Scordatevi le storie lacrimevoli che fanno da humus ai servizi di Studio Aperto. È un romanzo che del picaro riprende soprattutto il tono smaliziato e scanzonato. La vita è un perpetuo mutare di circostanze sfavorevoli. Non piangiamoci su. Troviamo un nuovo trucco da mettere in atto per sfangarla. 
Con il susseguirsi di episodi tanto strampalati quanto divertenti, Puertolas ci consegna un'immagine variopinta della nostra, sempre più contaminata, Europa. Con buona pace degli integralisti.   
http://www.einaudi.it/var/einaudi/storage/images/media/immagini/benni-per-fachiro/91166-2-ita-IT/benni-per-fachiro.jpe
Siamo arrivati alla fine della recensione e mi chiedo come fare a mettere un titolo al post o a condividerlo su Twitter. Mannaggia, Puertolas.

giovedì 17 aprile 2014

I classici poco sexy

 granchi 
Cosa c'è che non va nei classici fuori commercio? Cosa hanno fatto di male, per non meritarsi nemmeno un'edizione? Qualche chilo di troppo? Un look troppo retro? Un taglio di capelli poco accattivante?


Nella migliore delle ipotesi c'è una sola edizione in commercio. E non la troverete mai in libreria.
Voi direte: qual è il problema? Si ordina su internet.
Il fatto è: quanti classici avete scoperto girovagando tra gli scaffali dedicati? Incuriositi dal nome dell'autore – che magari avevate già sentito nominare – vi siete convinti a cedere al fascino intramontabile di una narrazione che ha resistito a secoli di fama. Posso affermare, che almeno la metà dei classici che possiedo in casa, li ho scelti proprio così. La libreria è – ancora- una vetrina insostituibile, soprattutto se si tratta di pescare nel mare magnum dei lettori occasionali.
La delusione più cocente però la prova il lettore accanito, ghiotto di quegli antichi esempi di sapienza narrativa.
Egli ripone tutta la sua sicurezza nel fatto che in libreria ci debba essere un classico. Non può lontanamente concepire la sciagurata ipotesi che effettivamente no, può non esserci. Non tutti i classici, godono della stessa fama e dello stesso calore tra il pubblico. Ma è solo questo il motivo?  D'altronde non si sta facendo riferimento a romanzi elitari e misconosciuti. Qui si parla anche di veri e propri capisaldi della letteratura, autori che continuano ad essere citati e rispettati come maestri indiscussi.    
Come Henry James, Thomas Hardy e George Eliot. Non certo degli sconosciuti. Eppure, procurarsi gran parte delle loro opere in Italia, non è così facile.
Ma non è solo il tarlo del collezionista a protestare. Se classici che per il canone rappresentano dei capisaldi della letteratura spariscono dagli scaffali significa non solo che andranno presto perduti, ma anche che la discrepanza tra la critica e i lettori comuni per ciò che riguarda la ricezione di un'opera si fa sempre più marcata.
A cosa è dovuto questo scarso appeal? Qual è la strada da percorrere per rivalutare un classico? E soprattutto: le case editrici sono disposte a percorrerla?
La scelta per noi lettori, è quella di spulciare, come al solito, nelle librerie indipendenti che infatti sono le più rifornite di classici intramontabili. Nella mia città mi rifugio spesso in una piccola libreria del centro che sfoggia all'ingresso cinque scaffali ornati di gemme preziose, in cui è davvero difficile non trovare ciò che si vuole. Hanno persino il più sottovalutato romanzo di Dickens. Altrimenti non rimane che la biblioteca e l'usato.
Per noi, piccoli topi da biblioteca, sempre alla ricerca di un libro, c'è sempre una soluzione. Il problema a questo punto sembra un altro: chi è che ancora pensa ai potenziali lettori che non si affannano alla ricerca di libri di qualità, proprio quei libri che stanno diventando sempre più marginali nelle librerie, sovraffollate dalla manualistica culinaria e dalle biografie di fenomeni da baraccone?  È sempre colpa del lettore poco informato? Non dovremmo cominciare a porci delle domande sull'offerta e non solo sulla domanda? 

mercoledì 26 marzo 2014

Consigli di lettura #3


Le anime morte - Gogol: 1:44 min
Dieci Dicembre - George Saunders: 12:35 min
Nulla, solo la notte - John Williams: 17:27 min
Train Dreams - Denis Johnson: 25:11 min
La cripta dei cappuccini - Joseph Roth: 29:56 min

martedì 25 marzo 2014

Il pezzo mancante - I granchi dell'editoria #10

Articolo originale, uscito per Youbookers 

ilenia 001
Uno dei molti problemi di noi lettori della nuova era consumistica è la mania del possesso. Mi ritrovo giornalmente a discutere (anche contro me stessa) sul valore della biblioteca e del prestito – poi del girone infernale creato appositamente per coloro che non restituiscono i libri parleremo un'altra volta. Cerco in tutti i modi di convincermi che possedere un libro non è indice del suo valore. Uno dei libri che mi ha cambiato la vita è stato: “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl, letto a sei anni in biblioteca. Mai avuto una copia. Eppure, dopo molti anni, ancora riesco a citarlo con disinvoltura in un pezzo che non c'entra assolutamente nulla. Finiamo sempre a parlare dei nostri libri preferiti, non importa su cosa verte la discussione.
Tuttavia non posso negare che esista nella mente di noi lettori un tarlo materialista e vorace che ci spinge a divorare tutti i nostri risparmi, comprando, comprando, comprando libri. Tantissimi.
L'effetto più evidente di questo circolo vizioso (formato da quattro tappe: accumuli risparmi-bruci i risparmi-accumuli libri – muori sotterrato dai libri) è la ricerca spasmodica dell'edizione più economica. Sì, perché tanti libri equivale a tanti soldi. E siccome tanti soldi non si hanno nell'era della condivisione di tutto tranne che dei suddetti, allora ci si arrangia. Questa rubrica che curo da qualche mese, fondamentalmente dovrebbe convincervi di una verità inoppugnabile: l'edizione è importante. È meglio spendere di più per un lavoro svolto come si deve che spendere meno per un lavoro trasandato. Una verità che le vostre mamme - rifiutandosi di comprarvi qualsiasi cinesata,  in attesa di un dolcevita di lana vera anziché i fuseaux di Barbie (che bramavo più di ogni altra cosa) - vi avrebbero dovuto inculcare da piccini, insieme al culto della canottiera sotto la camicia. E invece no. Invece siamo venuti su male. Noi disperati pronti a raccattare qualsiasi prezzo straccione, vi ricordate la discussione sui Newton a 0,99 centesimi? Se non ve lo ricordate andate qui. Ma prima dei Newton a #menodizero  c'erano loro: i libri dell'edicola. I classici di Repubblica-L'Espresso a un euro. Le collane del Corriere. I raccontini del Sole 24 Ore. “Ce l'ho tutti”. Come le figurine all'asilo.
S'innesca un meccanismo pericoloso che non mi sento né di condannare in toto né di celebrarlo come la vittoria dei poveri lettori contro il malvagio e ingordo sistema editoriale. Dove ci rimette uno ci rimettono entrambi. Molto spesso ad un prezzo miserevole, corrispondono traduzioni scimmiesche o decrepite, o peggio ancora: le edizioni incomplete, il mio personale supplizio. Dopo Tenera è la notte  (ed. Dalai) e I demoni (ed. Newton) si aggiunge un altro nome alla triste lista: “Il carteggio Aspern”, edizione facente parte della collana “La biblioteca di Repubblica”, a cui  manca il capitolo finale. La narrazione s'interrompe in maniera repentina e brutale. Il lettore è dapprima spiazzato, poi incredulo, poi imbufalito.
Capisco che costi un euro e non è che si può pretendere il lavoro editoriale di un team di filologi. Capisco che è l'era del precariato e ogni azienda si raccapezza come può - proprio Lunedì la Feltrinelli ha scambiato il contenuto del mio pacco ordinato online con quello di un omino con dei gusti tremendi in fatto di gialli incolpando dello sciagurato errore proprio la mancanza di personale - ma questa è un altra storia.
Davvero, mi mostro molto comprensiva. Tuttavia il fatto che manchi il finale può essere semplicemente o 1) il risultato di una sbronza epocale – avete presente il miglio d'oro ne la fine del mondo? 2) il ritorno dalla Costa Crociere. Tra l'altro i viaggi in crociera veri sono molto più mesti e ti lasciano addosso una vaga sensazione di appiccicaticcio, non di certo un'irresistibile voglia di tornarci.
Cosa ci rimane da fare, a questo punto? Esatto, amici. Spendere il doppio per procurarci un'altra edizione. Nell'elenco di libri da ricomprare per un mio personale (e sbagliato) spirito da collezionista ho già sette libri che avevo comprato in una pessima edizione. Sto adocchiando (fissando per ore in libreria in attesa che mi venga il coraggio/la malsana idea di buttare altri soldi dalla finestra, comprandoli) quest'edizione e quest'altra. Tutta colpa della taccagneria. E per le suddette cantonate ora sarò costretta a spendere il doppio. Un lavoro editoriale non è facilmente sostituibile. Ci rimettono tutti. Ma adesso il quesito più urgente è: a chi rifilerò quest'edizione immonda, questo moncherino fetido?

lunedì 3 marzo 2014

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Avete presente la nuova canzone di Pharrell Williams? Se siete anche voi intrappolati nelle sabbie mobili dei social network è impossibile che qualche vostro amico non l'abbia condivisa. Il web ha una natura elastica. Tutto rimbalza in questo gigantesco stanzone (o meglio, corridoio) e prima o poi la palla colpirà anche te, non importa quanto tu sia agile a scansarti.
Più o meno, in misura assai minore, è successa la stessa cosa con questo video tag. Cos'è un video tag? è come un tormentone musicale, uno di quelli che canticchiano tutti ovunque. Una serie di domande inerenti ad un dato argomento a cui è divertente rispondere (tramite video/post/messaggio in bottiglia/piccione viaggiatore/ eco che rimbalza tra le montagne ecc..) Nel mio caso, ovviamente, si parla di libri.
Le domande sono in inglese e io sono troppo pigra per tradurle, poi vi ho già spiegato nel 2014 cos'è un video tag, mi auguro che almeno un po' d'inglese lo mastichiate, non come me, che nel video balbetto imbarazzata, non sapendo come tradurre in italiano nemmeno "the pen is on the table".

DOMANDE

1. Name the main ways you discover books to read. (i.e. youtubers, hype, best of lists, etc.) Show some books that you discovered this way.

2. Do literary awards influence whether you will read a book, or not?

3. Do you feel pressure to read books that are considered important works of literature?

4. Does the average star rating of a book on goodreads influence whether you decide to read a book, or not?

5. Show some books that you think are under-hyped, or have low star ratings, but which you enjoyed and would recommend to others!

6. Show some books on your TBR that have been influenced by either hype, awards or other ways.

mercoledì 12 febbraio 2014

I fantasmi della psiche: Shirley Jackson, L'incubo di Hill House



 Shirley Jackson è una scrittrice statunitense conosciuta in Italia soprattutto per l’influenza che ha esercitato su scrittori del calibro di Stephen King e Richard Matheson.
In patria, i suoi lavori sono riconosciuti come dei veri e propri classici del genere horror. Le sue storie sinistre, tuttavia, benché affondino le radici nella letteratura gotica e trattino di fantasmi e stregoneria, travalicano il genere per penetrare nel più torbido realismo psicologico. 
Come la Jackson usa il soprannaturale.
Le formule classiche della letteratura dell’orrore sono rispettate da Shirley Jackson ma marginalizzate e usate come pretesto, per far emergere i tratti ben più interessanti delle psicosi. La scrittrice utilizza la carica simbolica dei più pigri modelli della letteratura soprannaturale come funzioni al servizio del personaggio. Mi spiego meglio. 
Nei romanzi della Jackson il protagonista (anzi, la protagonista) è il narratore in prima persona della vicenda. Come è ovvio, quindi, tutto è nella prospettiva del soggetto. Poiché le narrazioni della Jackson sono esasperate dalla soggettività della protagonista, ne consegue che tutta la realtà diventa una sorta di riflesso della sua coscienza. Gli elementi soprannaturali quindi non sono semplicemente un “contesto”, non servono a creare atmosfera. Sono metafore, simboli della condizione della protagonista. 
Ne “L’incubo di Hill House”, la Jackson ripropone un topos della letteratura soprannaturale: la casa infestata. Cerchiamo di capire perché un romanzo dove i fantasmi sono del tutto trascurati e la narrazione è prepotentemente incentrata sui rapporti personali tra i personaggi viventi, sia invece diventato un classico della ghost story. 
Nessuno sa spiegare perché certe case vengono definite "Stregate".
— E come altro si potrebbe definire Hill House? — domandò Luke.
Be’...forse disturbata, lebbrosa, malata o con ogni altro eufemismo
popolare atto a definire l'insania. La casa della follia, forse può rendere l'idea.

Il Dr. Montague - pomposo accademico che cerca di ridurre ai termini del razionalismo scientifico il soprannaturale - decide di trascorrere l’estate in una casa apparentemente stregata, Hill House, per investigare su fenomeni psichici. Invita ad unirsi al suo esperimento un gruppo di estranei che hanno avuto in passato contatti con il soprannaturale: Eleonor, Theodora e Luke (quest’ultimo erede di Hill House). 
Hill House sembra la classica casa infestata: cupa, spettrale, isolata. Al suo nome (che da solo basta a far venire in mente l’insania) si accompagna persino la tipica storia sugli abitanti precedenti, intessuta di morte e follia. Tuttavia Hill House si contraddistingue per la stridente disarmonia dell’architettura. Tutto è sgraziato, sbilenco e fuori centro. La struttura di base è completamente illogica, labirintica. Una metafora perfetta per la follia, l’irrazionale e il caos. L’immagine del castello gotico, in letteratura, è il simbolo di una personalità solitaria, impenetrabile. Una metafora che si adatta bene a chi, dunque? Come abbiamo detto prima, le narrazioni della Jackson sono incardinate sulla personalità del narratore, nonché protagonista degli eventi. In questo caso, Eleonor. è nel suo carattere che si fondono perfettamente i due filoni stilistici della Jackson: il soprannaturale e la psicologia. L’uno al servizio dell’altro. 


Cosa a che fare Eleonor con Hill House? 
Eleonor Vance è la tipica protagonista dei racconti della Jackson: è una giovane donna disadattata e isolata dal mondo. Per anni si è dovuta prendere cura della madre malata, rinunciando di fatto alla propria vita. è bloccata in una fase infantile, prepubertà. La ostacolano una sorta di inadeguatezza e il rifiuto di accedere al rapporto adulto e maturo con il mondo esterno. Continua ad essere succube nonostante la morte - di cui si sente in parte responsabile - dell’autorità materna e lotta tra il desiderio di liberazione sessuale e la repressione di sé. 
Infatti all’inizio Eleonor accoglie l’avventura che propone il Dr. Montague come un’occasione di riscatto sociale, addirittura compie il trasgressivo gesto di rubare l’auto alla sorella per arrivare ad Hill House. è pronta ad iniziare la sua nuova vita adulta, senza il peso dei vecchi legami, da sola. Durante il viaggio in macchina, Eleonor si ferma ad un piccola locanda. Qui assiste ad una scena familiare che apparentemente non ha nulla di straordinario ma che produce nella mente fragile ed ipersensibile di Eleonor un grande effetto. Una bambina si rifiuta di bere la sua razione di latte dal normale bicchiere. Vuole la sua “cup of stars” ovvero la tazza che usa quotidianamente, il cui fondo è decorato da stelline disegnate. La madre infine si arrende al capriccio della bambina ed ecco ciò che pensa Eleonor: 
Don't do it, Eleanor told the little girl; insist on your cup of stars; once they have trapped you into being like everyone else you will never see your cup of stars again; don't do it; and the little girl glanced at her, and smiled a little subtle, dimpling, wholly comprehending smile, and shook her head stubbornly at the glass. Brave girl, Eleanor thought; wise, brave girl”.
“Non farlo, disse Eleonor alla bambina; insisti per avere la tua tazza di stelle; una volta che ti hanno incastrata e costretta ad essere come loro, non vedrai mai più la tua tazza di stelle; non farlo; e la bambina le lanciò un’occhiata e le fece un sorrisetto scaltro, tutto fossette, assolutamente consapevole e scosse la testa in direzione del bicchiere, cocciuta. Intrepida bambina, pensò Eleonor; saggia, intrepida bambina”.
Eleonor proietta nella bambina il suo passato da succube, a cui ormai non può porre rimedio. Ammira la bambina per la sua capacità di ribellarsi e di non sottostare alle leggi repressive dei genitori. Al contrario, Eleonor è una personalità debole, alla ricerca continua di conferme. In parte, queste conferme arrivano dall’attività creatrice della sua mente, barricata ad un livello infantile e irrazionale. Eleonor si appropria di formule verbali che ripete come se avessero straordinari poteri magici. “Journeys ends in lovers meetings” è il ritornello che attraversa tutta la narrazione. Inoltre quando finalmente giunge ad Hill House e si presenta al gruppo, mente sulla sua vita, dicendo che possiede un piccolo appartamento (non è vero, vive con la sorella) e che beve ogni giorno da una “cup of stars”, una tazza di stelle. La sua è una logica confusiva che mescola i ricordi e le fantasie e che crea incessantemente rassicurazioni illusorie che in parte l’alienano dal mondo reale.  
Da subito, poi, diventa amica con Theodora che rappresenta il suo doppelgänger. Tra le due nasce una complicità ambigua, civettuola, tanto da riscontrare anche una sorta di omosessualità latente. Theodora è l’opposto di Eleonor: libertina, solare, indipendente, materialista, bellissima. All’inizio Eleonor tende a farsi eclissare dalla personalità di Theodora, che da un lato ammira, dall’altro teme. Si instaura così una dinamica pericolosa: quella della nemica/amante. 
L’arrivo di Luke, giovane e attraente erede di Hill House, introduce nel loro rapporto rivalità, tensione e crudeltà. 
Quello che prima era visto come un gesto di intimità complice (lo scambio di vestiti) diventa un motivo di turbamento. Quando Eleonor vede Theodora con indosso il suo maglione rosso, se ne risente. Lo percepisce come un gesto di invasione. 
Eleonor si sente minacciata da Theodora che si rivela tutt’altro che amabile. è una donna disincantata e cinica, una donna insomma del mondo reale, forgiata dalla vita. Al contrario, la repressa Eleonor è influenzabile ed indifesa. 
Le cose peggioreranno quando Hill House comincerà a far sentire la sua presenza e si imporrà con più decisione proprio sull’elemento psicologicamente più debole del gruppo: Eleonor. 
La presenza soprannaturale della Casa
Il paranormale nel romanzo avviene sempre dietro le quinte, non è mai posto in scena. è elusivo, indiretto, inspiegabile: correnti d’aria fredda, risatine inquietanti, porte che sbattono, scritte rosse sui muri ecc… Niente di particolarmente sconvolgente o spaventoso.  
La pressione che esercita sugli inquilini infatti non riesce a schiacciare lo spirito dei personaggi (tranne quello della protagonista, naturalmente); lo stesso Montague è abbastanza deluso dalle rivelazioni psichiche. 
Insomma, L’incubo di Hill House non sta nella maledizione che la infesta (per quanto la presenza soprannaturale sia certa nel romanzo). Ma è la storia di un’alienazione, della frammentazione del sé. 
Allora come mai è classificata come una delle più celebri e riuscite ghost story? Perché cosa c’è di più inquietante della follia? Quale spettro è più spaventoso dei fantasmi mai rimossi della nostra mente?
Cosa rappresenta davvero Hill House? E perché riesce ad assoggettare Eleonor? 
Quando Eleonor arriva ad Hill House non ha più a tutti gli effetti una casa dove andare. Ha raccattato i suoi pochi effetti personali e rubato l’auto della sorella dalla quale è irrimediabilmente lontana e dalla quale non ritornerà. Hill House fin dall’inizio rappresenta per lei il futuro, un punto di partenza per la sua nuova identità. Naturalmente però non si possono cancellare gli undici anni che ha trascorso “fuori” dalla vita per prendersi cura della madre, che ha da sempre rappresentato per lei tutto il suo mondo.  
Lo sbandamento di Eleonor, la sua debolezza, sono immediatamente percepiti nel rapporto che instaura con Theodora. Una relazione simbiotica in cui la sua identità svanisce spesso per confondersi con quella della compagna, e in cui Eleonor riproduce simbolicamente il rapporto totalizzante che aveva con la madre/casa. è proprio a Theodora che Eleonor chiede di andare a vivere insieme, una volta terminato l’esperimento. In lei cerca una casa. Ma non la troverà perché Theodora è un essere dionisiaco, libertina, cinica e disincantata. 
Eleonor soffre di una mancata maturazione, di un conflitto con la propria identità che non ha mai trovato. Ecco perché Hill House esercita immediatamente su di lei un influsso così potente. Lo spirito della casa si impone su di lei come la madre si è imposta su di lei in passato. Il romanzo ricalca la dinamica casa-madre, madre-figlia. Doppio piano: soprannaturale (i fantasmi la tormentano) e psicologico (lo spettro della autorità repressiva materna). In entrambi i casi assistiamo impotenti alla vessazione dell’individualità di Eleonor, alla dissoluzione del proprio ego. 
Hill House è il rifugio, è la madre che la chiama. E l’influsso si fa più forte proprio quando gli altri incominceranno ad escluderla. Pian piano Eleonor verrà allontanata dal gruppo, emergeranno l’egoismo e cinismo degli altri che cominciano a comprendere la debolezza della psiche della giovane donna tormentata. 
La lotta interna ad Eleonor è tra tendenze regressive forti, aggravate dal senso di colpa - crede che sia colpa sua la morte della madre - e tentativi goffi di liberazione sessuale e individuale.
Se non volete che vi venga rivelato il finale, interrompete ora la lettura. 

Alla fine, il suo debole io si arrende e si abbandona a Hill House. E tanto più forte diventa il rapporto con la Casa, tanto più debole diventa il rapporto con gli altri. Hill House è una madre esigente. Pretende tutte le attenzioni. Come la madre di Eleonor in passato, anche la Casa chiede assoluta devozione, isolamento, un rapporto assoluto, esclusivo. Richiesta è l’abdicazione della sua individualità, una perfetta arrendevolezza. 
A questo punto, il conflitto tra lei e gli altri è insanabile. Eleonor ormai è Hill House, il gruppo del Dr. Montague invece è l’intruso. Quando l’alienazione di Eleonor diventa ormai evidente, gli altri la mandano via. 
“Non possono mandarmi via, non possono chiudermi fuori dalla porta, non possono ridere di me, non possono nascondersi ai miei occhi. Io non andrò via, Hill House mi appartiene”. 
E dove potrebbe andare Eleonor? Non c’è alcun posto al mondo per lei. La sua solitudine e schizofrenia trovano un alleato perfetto nel caos di Hill House, che la accoglie come una figlia. Le forze oscure della sua psiche hanno la meglio e si va a schiantare contro un albero con la macchina. 
Abbiamo voluto provare una tesi: la funzionalità dell’elemento soprannaturale, strumento per evidenziare la psicologia dei personaggi. 
I fantasmi di Hill House sono le voci dell’aldilà, le voci degli esclusi, dei non-partecipanti al mondo che inevitabilmente richiamano i personaggi come Eleonor. 
“Nessun fantasma ha mai fatto del male a qualcuno fisicamente. L’unico danno fatto è quello della vittima a se stessa”.
Shirley Jackson dipinge nelle sue opere ritratti di giovani donne in preda a disordini mentali, che sono stati causati o esacerbati dalle loro famiglie. In particolare è messa a nudo la fase cruciale della maturazione, l’ultimo gradino che ci immetterà nel mondo adulto da persone indipendenti. Questo passaggio è sempre problematico nell’opera della scrittrice statunitense. 
Al centro delle sue storie vi è l’impossibilità di uscire dal proprio ego e l’azione invasiva dell’Altro. Questo conflitto è ben sviluppato nel romanzo “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, ultimo romanzo della scrittrice, che esaminerò prossimamente. Sì, avete capito bene, vorrei dedicare una serie di post a questa magnifica scrittrice. L’intento è quello di invogliarvi alla lettura, di convivervi ad inoltrarvi nel mondo della Jackson così da scoprire altri affascinanti temi qui non approfonditi a rigore come la discussione sul genere, i rapporti con la psicanalisi, l’autorità oppressiva dei genitori, l’omosessualità latente, la repressione sessuale, il sadismo… 
D’intralcio vi è la scarsa fortuna di cui gode Shirley Jackson in Italia. La pubblicazione della sua opera infatti è limitata ai due romanzi già citati e al celebre racconto “La lotteria”. 

Probabilmente se non fosse per la casa editrice Adelphi, e alle sue scelte di nicchia, non avremmo nemmeno questi titoli. Speriamo che l’editore si interessi alla pubblicazione degli altri lavori della scrittrice.