sabato 23 marzo 2013

La fede è un balzo. Grace McCleen, Il posto dei miracoli.

 "Il posto dei miracoli" è la storia semplice di una bambina straordinaria. So cosa state pensando. Non ne possiamo più di superbambini inoppurtuni e saputelli che si comportano come trentenni misantropi, vantando una superiorità morale e spirituale (qualcuno ha detto "L'eleganza del riccio"?). I bambini nella fiction sono sempre un rischio. Ed è per questo che, per me, bisogna riconoscere alla McCleen un doppio merito: quello di aver scritto una storia bellissima e quello di aver creato una protagonista autentica, per cui è difficile "non fare il tifo".

Judith  McPherson ha dieci anni ed una fantasia sconfinata. Nella sua cameretta raccoglie gli scarti del mondo e li usa per costruire un mondo più bello, in cui è lei a decidere che corso debbano seguire le storie: la Terra dell'Adornamento. Chiunque ci vedrebbe solo un cumulo di spazzatura ma lei sa come ci si sente quando gli altri vedono in te solo la superficie. Una piccola Mathilda in un mondo meno fumettistico di quello creato da Roald Dahl. Infatti, Judith vive in un piccolo sobborgo inglese, abitato da provinciali ottusi e conformisti, soldati in trincea contro qualsiasi minaccia per la polverosa tranquillità di provincia ma altrettanto pronti a voltare la testa, mostrando la più gelida indifferenza nei confronti di abusi e violenze.
Judith fa parte di una comunità di fondamentalisti cristiani e per questo è esclusa. Per la sua Fede. Con il Padre e gli altri bizzarri membri della comunità va a predicare l'Armageddon, la fine del mondo incombente, che salverà solo i cuori puri per cui è riservata una gloriosa eternità, dove tutti gli spiriti fedeli si potranno riunire, e soprattutto dove suo padre finalmente potrà rivedere sua moglie.
Gli atti di bullismo e l'ostilità dei vicini peggiorano, soprattutto quando Judith inizia a parlare con Dio, si convince di essere il suo Strumento per sistemare le cose. Il disegno della sua Missione è imperscrutabile ma la sua potenza si palesa quando Judith si accorge di avere un potere. Quello di far succedere i miracoli.

L'approccio di Judith alla realtà è realistico ma ha un punto di vista inedito. Una bambina costretta a proiettare la felicità in un futuro prossimo nell'aldilà, che spera nell'Apocalisse, che vive un senso di colpa straziante, che non si sente affatto amata da un Padre brusco e intransigente, dagli occhi scurissimi e lucenti, l'espressione indecifrabile. Il tema dell'isolamento, dell'esclusione è costante.
La storia è continuamente lacerata da crepe che diventeranno voragini tra un "noi" e "loro": i credenti e gli infedeli, il peccato e la salvezza, gli scioperanti e i crumiri, Dio e Judith, Judith e il padre. Illuminante la geometria degli spazi domestici. Il padre occupa sempre da solo "la stanza di fronte" mentre Judith viene confinata nelle stanze diametralmente opposte.
Fortissimo è lo scarto tra quello che Judith crede giusto e la costante paura di peccare, di essere "rimossa" anche dalla comunità di estremisti religiosi.
La costante pressione psicologica a cui viene sottoposta la bambina fa sì che Judith interiorizzi il suo senso di colpa e lo trasformi in un'entità superiore (Dio) che la guidi. Il modo in cui è razionalizzato da Judith "il suo potere" è una sorta di realismo magico con tocchi di liricismo (naturalmente Judith capisce che non è normale che lei parli con una voce interiore, dall'altra non ne può fornire una spiegazione psicologica quindi lo trasporta in una dimensione magico-sacrale). 
Il viaggio di Judith, a tratti sinistro e terrificante, la porterà a scontrarsi non solo con il bullo della classe ma addirittura con Dio. Cambieranno le sue certezze, le sue prospettive per il futuro. I nuclei tematici del romanzo si dischiuderanno, mostrando aspetti del tutto diversi dai presupposti iniziali.
Il tema centrale della Fede è declinato in maniera del tutto particolare, non di certo come una mera questione teologica. All'inizio, è più una costrizione per Judith, un modo per non scontentare suo padre. Successivamente diventerà la sua ossessione (dal momento in cui si instaura il rapporto speciale con "Dio", non privo di contraddizioni e aporie) tanto da scontrarsi con suo padre, un fervente e inflessibile credente, che fa così fatica a credere in sua figlia. Infine, acquisiremo una diversa, meno rigida, accezione di Fede. Il rifiuto di ogni radicalizzazione mistica, porta ad un trasferimento di significato (che è anche l'etimologia della parola metafora). Fede come ricerca della felicità, fiducia nella possibilità che le cose possano andare meglio in questa vita, non in un'altra, non nella Terra dell'Adornamento.

"La fede è un balzo; voi siete qui, la cosa che volete è là; c'è uno spazio in mezzo. Dovete solo fare un balzo. Una volta fatto il primo passo, il più è fatto, basta un altro passo e si è già a metà strada". 

Questa filosofia delle piccole cose, di cui è intensamente costellato il romanzo, è ribadita nell'accezione che Judith dà ai miracoli ma anche all'idea che Judith si farà del mondo, un luogo in cui tutto è interconnesso, che mi ha ricordato lo splendido film vincitore del Sundance "Beast of the Southern Wild", anche lì protagonisti un padre e una figlia giovanissima, alle prese con una realtà estrema. 

"Come può la più piccola delle cose diventare la più grande, e la cosa che poteva essere arrestata diventare inarrestabile, e una cosa che non avevi mai pensato che ammontasse a tanto ammontare a tutto? Forse è perché i miracoli funzionano meglio con le cose normali, e più sono normali meglio è. Forse perché cominciano con le minutaglie. Più minute quelle, più grosso il miracolo". 

"I miracoli non devono per forza essere grossi e possono succedere nei posti più improbabili. Possono succedere in cielo o su un campo di battaglia o in una cucina nel mezzo della notte. Non c'è nemmeno bisogno di credere nei miracoli perché ne succeda uno, ma quando succede ve ne accorgerete perché qualcosa di molto normale che non pensavate contasse un granché alla fine ha contato tantissimo. Ecco perché i miracoli funzionano meglio con le cose normali, e più sono normali meglio è; più grande è il contrasto più grosso è il miracolo".

Il posto dei miracoli è un romanzo che vi proietterà in un universo complesso attraverso lo sguardo disarmante di Judith, al centro di forze di pressione fortissime che la plasmeranno ma, alla fine della lettura, sarà lei ad avervi fatto cambiare il modo in cui vedete il mondo.

Segni particolari: vi spezzerà il cuore

Consigliato per te se hai amato:  "Molto forte incredibilmente vicino", "Ragazzo da parete", "Beasts of the Southern Wild", "Lo strano caso del cane ucciso a Mezzanotte", "Cercando Alaska".

Curiosità: L'autrice è cresciuta, come il suo personaggio, in una comunità cristiana fondamentalista. Ora vive a Londra dove svolge la professione di scrittrice e musicista. "Il posto dei miracoli" è stato giudicato uno dei quattro debutti più promettenti del 2012 dal "The Sunday Times" e ha vinto il Desmond Elliott Prize per l'opera prima. Qui, la Pinterest board.  

Il meraviglioso booktrailer:


mercoledì 20 marzo 2013

Celebrazione della lettura in tutte le sue forme: digitale e cartacea

Dal 2010 al 2011 la percentuale di lettori di ebook in Italia è aumentata dall' 1,3% (691.000) al 2,3% (1.100.000)* e niente sembra indicare un'inversione di tendenza, anzi. Tra il 2012 e il 2013, l'editoria non ha fatto altro che parlare del mercato digitale e così il mondo di internet. La scelta tra i device si è diversificata (soprattutto con l'arrivo del competitivo Kobo), i titoli disponibili in formato elettronico sono aumentati, i prezzi hanno e continuano ad oscillare, soprattutto per colpa della normativa europea che non considera l'ebook come prodotto culturale, determinando una maggiore tassazione IVA, e anche la pirateria digitale ha allargato il suo raggio d'azione.
Nonostante il gran fermento dell'ambiente culturale e commerciale, molti sono ancora gli indecisi tra i lettori. Le obiezioni: una certa ritrosia nei confronti della tecnologia, manifestata dai lettori più maturi, un attaccamento forte al formato cartaceo, indignazione nei confronti della rinuncia all'"odore della carta", o al rumore delle pagine sfogliate (anche se diversi e-reader hanno ben pensato di inserire il suono simulato del sacro sfoglio), l'oltraggiato rifiuto di rompere il rituale di recarsi in libreria, farsi avvolgere dall'atmosfera mistica e scovare tesori nascosti. 
Sono questi ostacoli insormontabili? Naturalmente, no.
L'errore è insito nel quesito: ebook o cartaceo? Non è la domanda giusta. Non è una scelta. è un'opportunità. Si può approfittare di entrambi.
Non rinunciare agli amatissimi grand tour in libreria, all'odore della carta e allo sfoglio delle pagine ma sfruttare gli innegabili vantaggi della lettura digitale.

Quanti di noi si sono rammaricati del fatto che le librerie non sono sempre fornite? Quanti di noi hanno cercato invano un libro in lingua originale? Quanti di noi hanno lasciato il libro a casa perché troppo pesante o troppo grande per metterlo in borsa o in tasca? Quanti hanno speso cifre alte per novità deludenti? Quanti hanno problemi a disfarsi dei libri indesiderati in libreria?Quanti hanno pensato, dopo una lettura frivola o irritante, a quanti alberi sono stati abbattuti per la stampa? L'e-book permette di risolvere questi problemi. Si scarica quasi tutto, meglio se in lingua originale, senza limitazioni, a poco prezzo. Grazie alle dimensioni e al peso del device, si può leggere ovunque, portare la nostra coperta di Linus sempre con noi. La scelta dell'e-book, inoltre, è salva ambiente. Quante vite di alberi risparmiate!

Escludendo questi evidenti vantaggi, ci sono delle riflessioni più personali ma che ritengo interessanti.
(continua qui)

domenica 17 marzo 2013

Il valore del romanzo e il suo prezzo. Disquisizioni.


Qualche giorno fa su Twitter è scoppiata una discussione interessante, su iniziativa dell'attivissimo @Einaudieditore, a proposito della nuova collana Live di Newton Compton, romanzi di autori celebri a 0,99 euro. Ai vertici delle classifiche di vendita, la collana Live è stata oggetto di critiche feroci e di reazioni entusiaste da parte dei lettori. #menodizero  è l'hashtag attraverso cui si è sviluppato il dibattito su Twitter.
Sono emerse posizioni contrastanti.  L'elemento oggettivo è che, in tempi di acuta crisi culturale, la registrazione di picchi di vendite così rapidi, indica che i lettori ci sono e reagiscono.
 La domanda però è: il costo basso del libro attira il lettore o il consumatore? C'è una relazione d'identità tra i due? È forse attirato dai titoli e dagli autori o è spinto a comprare dal prezzo vantaggioso? A difesa della Newton, potremmo dire che il successo di queste iniziative potrebbe partire da interessi squisitamente commerciali ma produrre risultati culturalmente rilevanti come avvicinare i consumatori alla lettura, magari di classici.
La mia opinione è che l'acquisto di un romanzo della Collana Live non corrisponda affatto ad un nuovo lettore. O meglio, non è un esito scontato. L'atteggiamento consumistico, di cui, più o meno, tutti noi occidentali siamo vittime, ci spinge a circondarci di oggetti, soprattutto quando ci vengono presentati come ipervantaggiosi. È l'incantesimo del risparmio, lo stesso che ci fa cedere davanti ad una percentuale di sconto (non importa quanto il prezzo di partenza sia stato gonfiato). Sono logiche irrazionali che muovono un mercato sempre più basato su dinamiche pubblicitarie volte all'acquisto impersonale, più che consapevole. Ci torneremo tra poco.
Le obiezioni, o meglio gli interrogativi sembrano non esaurirsi. La scelta di creare una nuova edizione di un classico dovrebbe muovere da intenti più nobili di una pesca alla cieca tra autori celebri per produrre una collana che venda tanto. Ad esempio, qual è il motivo di creare una nuova edizione de "Il grande Gatsby" quando nell'ultimo anno, soprattuto in vista del film, ne sono uscite diverse (penso, a quella preziosa della Mattioli o a quella del tutto nuova della Minimum Fax) dai progetti grafici, dalle traduzioni e dalle introduzioni ben più autorevoli di quella Newton.
Queste politiche di pubblicazione portano ad una saturazione del mercato che non è più volto alla creazione di uno scenario il più possibile diversificato e valido per il lettore bensì ad un mercato che gioca al ribasso sia nel prezzo sia nella qualità. Cosa c'è di male in tutto questo, vi chiederete. Le case editrici sono aziende e devono vendere. Sì ma una grande azienda, soprattutto un'impresa culturale, non può e non deve smettere di preoccuparsi di muoversi in un ambiente sostenibile e vario, e soprattutto non può non imporsi degli standard di qualità.

Meno di zero è quindi un concetto provocatorio, utile o dannoso per l'editoria? O forse è pericoloso anche per la Letteratura? 

L'edizione della Collana Live non è affatto obbrobriosa. Il carattere è chiaro, leggibile. L'impaginazione è buona. A livello formale, l'unica pecca è la pubblicità-volantino dentro il tomo. Utile dal punto di vista del marketing. Lo spazio pubblicitario costa, quindi perché non inserirlo all'interno dei nostri romanzi? È il principio della fascetta e del segnalibro commericiale, sperimentato da tutte le altre case editrici, solo più sfrontato. Non apprezzo minimamente la scelta. A prescindere dal dubbio gusto estetico, la trovo irrispettosa nei confronti del lettore, sempre più assimilato ad un soggetto da bombardare non con operazioni pubblicitarie che facciano presa sulla scoperta di nuovi autori, ma con la promozione di titoli infantili e facilonerie, come "Ti prego, lasciati odiare" (superfluo aprire persino una parentesi su queste politiche di pubblicazioni quanto mai sterili).
Insomma, il lettore è sempre più vicino ad un consumatore di lattine di birra, più che ad un compratore privilegiato, consapevole. E questo non lo mando giù.
Sulla stessa scia di ragionamento, anche il ruolo dell'editore appare inesistente, più vicino ad un pubblicitario di bassa lega che ad un curatore di un prodotto culturale.
Siamo giunti ad un nodo cruciale. Molti lettori, spesso anch'io, si lamentano del prezzo del libro, soprattutto delle novità. Da un lato, abbiamo novità, non sempre eccelse, vendute a prezzi mai al di sotto dei 15 euro, dall'altro abbiamo politiche opposte come quelle della Newton che non è nuova a prezzi super convenienti. Il concetto di convenienza però deve essere recuperato. Che convenienza c'è nell'acquistare, in un arco di tempo mediamente lungo, tantissimi libri mediocri ad un prezzo che diremmo "ragionevole" (anche se, per me, di ragionevole ha ben poco) se questi libri non ti arricchiscono? Un libro non è un oggetto come un altro. Si compra per ricevere una piccola ricchezza in cambio. È attivo. Il prezzo deve essere equiparato al suo valore intrinseco.
Il problema è il prezzo del libro o la politica sul prezzo? Più disonesto è l'inesistente lavoro di editing associato ad un costo inferiore. Anche perché insinua nell'opinione comune una concezione molto pericolosa della letteratura. A questo proposito mi pare il caso di citare un tweet con cui sono in disaccordo ma che esprime bene i risultati di certe politiche editoriali.


La risposta di Mauro Giannattasio al mio tweet mi ha colpito moltissimo perché diametralmente opposta all'educazione sentimentale nei confronti dei libri con cui sono cresciuta io. Mauro, sostiene, che si paga la bottiglia, non l'acqua. In realtà questo è falso, anche ad un livello non metaforico. L'acqua ha costi di depurazione, costi di impianto e costi di servizio che prescindono dall'imbottigliamento e cioè dal contenitore, dall'involucro materiale che racchiude il bene prezioso. Ad un livello più profondo, che è quello che più ci interessa, paragonare una bottiglia d'acqua ad un libro è sconcertante. E dimostra quanto, politiche di pubblicazione poco meritevoli, abbiano completamente cambiato la concezione della letteratura. Tanto da affermare che la letteratura contemporanea è talmente di basso livello che è assurdo dover pagare qualcosa in più rispetto al solo involucro e cioè la carta su cui è trasposto il messaggio di un autore (che non è più giudicato tale).
Il punto adesso non è discutere se sia colpa delle case editrici che, pur pubblicando tanti autori di qualità decide di pubblicizzare quelli più commerciali, o la colpa è del lettore che non riesce a vedere la differenza tra DeLillo e Fabio Volo. O magari la vede ma non la ritiene sufficiente. Dovremmo anche discutere su altri temi, ad esempio, è ancora possibile oggi dare un ruolo di guida culturale alle case editrici? Ne riparleremo.
Nella società del "tutto buono quel che è gratis", niente ha più valore, se non il contenitore, l'involucro. E quello si paga poco. Questo è il messaggio che vogliamo mandare? E soprattutto questo messaggio è vero? Non dovremmo pagare l'artista? Il suo lavoro non vale niente? Tanto vale costruire la macchina diabolica presente nel racconto di Roald Dahl, Lo scrittore meccanico. Un marchingegno in grado di sfornare mille e più romanzi di genere, semplicemente incrociando trame e stili. La matematica uccide la Letteratura. E allora, case editrici, scrittori, artisti. L'appello disperato ma pieno di eroismo, rimane lo stesso che il grande maestro inglese pone a sigillo del racconto: "Oh, Signore, ti prego, dacci la forza di far morire di fame i nostri figli".  



giovedì 14 marzo 2013

La piramide del caffè di Nicola Lecca, romanzi scaccia crisi


"La piramide del caffè" è arrivato quasi per caso tra le mie mani. Per un equivoco. Due amiche mi hanno regalato un libro che possedevo già, così si è presentata l'occasione di poterlo cambiare con una novità. La mia condizione di studentessa universitaria quasi squattrinata, non mi permette spesso di rischiare, di puntare su un autore giovane, magari italiano. Nicola Lecca si è rivelato un buon investimento.

La storia è concentrata su Imi, diciottenne, appena trasferitosi nella grigia e caotica Londra, dopo essere cresciuto in un orfanotrofio poverissimo dell'Ungheria. Alla ricerca di un futuro più radioso, Imi trova immediatamente lavoro in una caffetteria della grande catena Proper Coffee, rigidamente gerarchizzata in una struttura piramidale. Non del tutto consapevole delle dinamiche del capitalismo rapace e della mentalità arrivista dell'Occidente, Imi idealizza la compagnia in cui lavora, credendo in un'illusoria mobilità sociale. In realtà, indifferenza ed efficienza sembrano andare di pari passo alla Proper Coffee. Tutto è scandito dai tempi di produzione e consumo. Un approccio asettico e razionale che esclude la componente umana dall'equazione. Imi, umile e ingenuo, dovrà fare i conti con una realtà fredda e ipocrita. Un protagonista atipico. La scelta di una visione "incontaminata" dalla disillusione e dalla sfiducia è il motore del romanzo. Imi è colui che ricerca bellezza anche dove non ce n'è.    

"In un Paese in cui tutto avviene secondo regole e manuali che elencano le possibilità A, B, C e D, un ragazzo arguto come Imi è prezioso: perché ha la prontezza necessaria a risolvere anche i casi E, F e G, e cioè tutti quelli che nessun manuale riuscirà mai a contemplare".

La narrazione è bipartita tra la vita di Imi e delle persone che conoscerà a Londra e i ricordi dell'orfanotrofio. La contrapposizione non è solo tra il mondo dell'infanzia e la più ambigua metropoli ma anche tra il ricordo mitico che Imi ha dell'Ungheria - di quel paese onestissimo in cui nessuno rubava, nonostante la povertà, la vita semplice dei bambini che trovavano conforto e gioia nelle piccole cose - e invece la realtà ben più problematica dell'orfanotrofio, di cui Imi conserva memoria monca. Particolarmente riuscita è la narrazione dedicata agli orfani, delle loro famiglie problematiche, dei loro tentativi di fuga, di autolesionismo, delle opportunità negate. Rappresentano la parte più dura e realistica del racconto.

"I sogni sono la droga dei poveri. E i poveri ne diventano dipendenti"

Non è un romanzo dall'architettura labirintica, segnato dall'introspezione e dall'approfondimento. La struttura è apparentemente corale ma l'autore decide di non scavare nella psiche dei personaggi. Il motivo è semplice: "la piramide del caffè" è una favola moderna. Ognuno rappresenta un approccio diverso alla complessità della contemporaneità. La vicina di casa impaurita, confinata in casa, diffidente e infelice. Morgan e Jonathan, due stranieri a Londra che vivono in maniera diversa le scottanti delusioni dell'emarginazione, le trappole, le false promesse del processo di integrazione. Entrambi consapevoli dei meccanismi che muovono l'ingranaggio della globalizzazione. Margaret, scrittrice eremita, esausta dell'ipocrisia del successo, scossa dalla malattia, che preferisce la rinuncia alla lotta. Lynne, la padrona di casa che ospita Imi, al di fuori delle logiche economiche, solare e piena di vita. Ma queste figure non sono solo simboli spenti, rigidi. L'autore ci offre anche immagini che ci dicono qualcosa in più. Piccoli scorci: Margaret che tiene nascosto nell'armadio un abito speciale, come un punto di luce, un residuo di bellezza da custodire gelosamente, da tenere nascosto alla vista, quasi come se non ci fosse più spazio nella sua vita per il colore.  

Il finale che potrebbe apparire buonista, in realtà, rappresenta il rifugio della letteratura, la volontà di dare una possibilità a qualcosa che non trova quasi mai spazio nella realtà: un personaggio come Imi, ingenuo, candido. Che possa per una volta vincere. Anche solo dentro una storia. La risoluzione fantastica di conflitti e dinamiche incontrollabili. Ma la letteratura non dovrebbe proporre interrogativi più che soluzioni? E chi dice che La piramide del caffè non lo faccia? è un romanzo cosmopolita, che accoglie più identità, più punti di vista sul mondo, capace di svelare le quinte di un palcoscenico artificialmente illuminato. Realizza questo intento con una prosa chiara, lineare, un approccio narrativo volutamente "spoglio".
Semplicità e fantasia sono i segnali con cui l'autore risponde ai tempi di crisi, la risposta letteraria ad un mondo sempre più incerto e "liquido".
Il recupero dei buoni sentimenti può infine essere considerato su due livelli: con positività e fiducia verso una realtà che può essere cambiata, grazie anche ai messaggi morali della letteratura, o con amarezza e sconforto verso un mondo che offre un riscatto solo nella finzione. Il giudizio è sospeso.  

Indicato a chi cerca una pausa, senza rinunciare ad uno sguardo attento alla società e alle sue trappole.

P.S. A proposito di scrittori italiani interessanti, scoperti nell'ultimo periodo, vi consiglio vivamente di leggere "Sofia si veste sempre di nero" o qualsiasi altra cosa scritta da Paolo Cognetti, edito da minumum fax. Qui il suo blog.