domenica 18 novembre 2012

La bellezza è una ferita - Suttree, McCarthy


Mi sono fidata di Stanley Booth, interprete, non per sua colpa, del commentatore ruffiano che alletta il lettore da quel pericolante e spoglio balconcino che è il retro copertina. Booth definisce Suttree "l'opus magnum di McCarthy...Con ogni probabilità il suo libro più esilarante e insopportabilmente triste".

Ho iniziato con lui ad adorare McCarthy, con Cornelius "Buddy" Suttree. Quest'uomo mesto e invincibile allo stesso tempo, derelitto che si tiene in piedi per puro orgoglio, rissaiolo, ingrato e solitario, sbronzo fino alla radice dei capelli ma dal pensiero lucido. E pensatore instancabile è Suttree, oltre che un mancato maratoneta macina chilometri.

Knoxville, Tennessee, 1951 (non è esatto, la mente di Suttree ci trasporterà avanti e indietro negli anni, senza sosta). Qui, Cormac, ha trascorso la sua infanzia. La scrittura inevitabilmente è contaminata: il luogo è affollato da spettri sensoriali, reminescenze, frammenti, echi autobiografici.
Un posto disgraziato, Knoxville, scavata dal fiume putrido e limoso, che raschia "le sponde come polvere d'ossa, pregno di passato, sogni in qualche modo sparsi tra le acque, niente si perde mai per sempre".
Knoxville con il suo carico di miseria e vergogna, fosca, fredda e inospitale, sterile.
"Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo (...). Deformi o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri in ogni contrada".  
Questo è il mondo di Suttree. Circondato da ladri, puttane, paria e balordi. Un palcoscenico raccapricciante, squallido, alla periferia dei buoni sentimenti.
Buddy è un pescatore, un mestiere difficile soprattutto se il fiume che ti dà lavoro è paragonabile solo allo Stige. Ma a Suttree non interessano i soldi, vive in una baracca e sembra essere disinteressato alla sua condizione di morto di fame. Come se non volesse cambiarlo, come se l'avesse scelto. 
Il protagonista è avvolto dalla foschia, il suo passato è lacunoso, i contorni non verranno mai definiti del tutto. Quello che sappiamo è che è diverso da tutti i suoi sodales disperati. Il romanzo si concentra su altro. Viviamo con Suttree la quotidianità: la pesca con lo "schifo", la sua imbarcazione mal messa, le lunghe passeggiate sotto la pioggia, il suo manipolo di amici sciagurati. La sua storia, quindi, dobbiamo faticosamente ricostruirla noi, attraverso stralci di conversazioni, intuizioni, piccoli indizi sparsi.  
Chi è in realtà Cornelius Suttree? Di estrazione borghese, colto, ha deciso di rinnegare la famiglia, ha lasciato tutto:  casa, lavoro, moglie, figlio e sicurezze. Un San Francesco maledetto, o meglio, "un bastardo a diciotto carati". Ma questa non è la storia di un irresponsabile che abbandona la sua famiglia come l'ultimo degli stronzi. Almeno, non solo.
Le motivazioni che hanno spinto Suttree a trascinarsi negli abissi dell'alcool, dello squallore, risucchiato dal fiume e dai rimorsi, non sono chiare. Apparentemente non ce ne sono.
Soltanto scavando a fondo, riusciamo ad intuire cosa muove Suttree. Motivazioni esistenziali, non logiche, non razionali. Un' irrequietezza di fondo lo spinge.
Quando con grande sforzo va a trovare sua zia Martha, sfoglia un album di foto della sua famiglia, da lui rinnegata. "Richiuse la copertina su questa galleria di infelici. Sollevando una leggera polvere gialla. Via questi primati dalle mascelle di pietra e i loro annali di vie senza sbocchi e definitiva oscurità. Quale divinità nei regni della demenza, quale feroce dio generato da lobi fumanti di rabbia avrebbe potuto concepire una custodia per anime meschina quanto questa carne".
Suttreee non riesce a sopportare tutto questo dolore. Non riesce ad accettare la sua storia già scritta, il suo vicolo cieco.  Si è ripiegato su se stesso. Così si giustifica anche il rapporto quasi panico che intrattiene con la natura. Si muove in tutt'uno con il paesaggio, a tratti, è il paesaggio stesso. "Che gli elementi della terra mi avvolgano, sarò sempre più granitico. La mia faccia dirotterà la pioggia come le pietre". 
Quasi volesse raggiungere l'atarassia, fondendosi con la natura. Chissà se McCarthy ha mai letto "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello. Ma Suttree non riuscirà mai a rinunciare alla sua umanità, non riuscirà mai a "lasciarsi vivere". Consapevole della sua condizione umana, si dibatte alla ricerca di senso. Vorrebbe raggiungere una sorta di stoicismo, ma è costretto a girovagare, condannato all'irrequietezza.

"Questo è il supplizio dei mortali. Speranze distrutte, amore naufragato. Guarda il dolore di una madre. Come tutto ciò su cui mi avevano messo in guardia, è accaduto"
McCarthy racconta la sofferenza atavica, ci fa gustare il senso del tragico, il sapore salato del dolore. La sua scrittura è magniloquente, epica. Ogni dettaglio è suggestivo, potente e ci incatena ad una storia che non ha svolte ma soltanto salite ripide.

Accanto al pescatore esistenzialista, c'è Gene Harrogate, il suo opposto, completamente inconsapevole, immerso nella sua follia. Suttree lo incontra nella casa di correzione, dove Harrogate è finito per aver stuprato delle angurie. Avete capito bene. Una sorta di Huckleberry Finn. Un ribelle, in lotta contro il mondo."Sornione, un muso da ratto, un criminale pervertito con inclinazioni botaniche. Che tornato a piede libero avrebbe fatto di peggio. Garantito. Eppure in lui c'era qualcosa di così trasparente, qualcosa di vulnerabile".
Ecco, quel qualcosa di trasparente e vulnerabile è quello da cui siamo sopraffatti.
Il fatto è che Suttree, nonostante racconti le (dis)avventure di un'America sprofondata in  una "melma cieca", è un romanzo pieno di bellezza, è un romanzo luminoso. La prosa sontuosa, poetica, a tratti epica, con stralci di crudissima meraviglia, lo grida con voce roca. Nonostante si accenni alla "disaffezione congenita" del protagonista, in realtà, Suttree si prende cura degli ultimi, suoi compagni di sorte: Harrogate, il cieco, il capraio, il vecchio ferroviere. Quasi a sottolineare che Suttree non ha perso quel senso paterno, perdendo suo figlio.
 La bellezza la ritroviamo ovunque, anche nelle azioni più basse, più comuni. Il rapporto tra Gene Harrogate e Suttree, in particolare, è meraviglioso. Il modo in cui si cercano, il fatto che non si lascino morire di fame (sì, questo è il massimo che puoi chiedere in questa valle di lacrime che è Knoxville) è struggente. Niente riesce a darti la misura dell'affetto tra un padre e un figlio come quando Suttree va a raccattare letteralmente Gene dal pavimento ghiacciato e lo porta a mangiare qualcosa in una squallida mensa il giorno di Capodanno. Altro che partite di baseball.  
Booth l'ha definito il romanzo più esilarante di McCarthy perché in tutta questa disperazione, non c'è pietismo o rassegnazione silenziosa. Al contrario, non stonano gli elementi carnevaleschi: il grottesco Gene Harrogate, con la sua folle caccia ai pipistrelli, i siparietti comici degli ubriachi, la saggezza e l'astuzia popolare: "Gesù pianse per Lazzaro, disse il capraio. Non c’è scritto, ma suppongo che anche Lazzaro deve aver pianto quando si ritrovò di nuovo in questa valle di lacrime dopo essere stato bello morto per quattro giorni".
È il tono, lo spirito di Suttree ad essere vitale, magmatico. Intendiamoci, è pur sempre un macigno che ti arriva addosso, un pugno in pieno volto, ti procura agonia prolungata insopprimibile mal d'anima. Ma è bellissimo. 
Suttree è come un treno dirottato, in fiamme. Uno spettacolo magnifico e terribile.  

"Uno che sputa sangue per arrivare, per esempio. Che pensa che quando sarà arrivato andrà tutto alla grande. Ma non arriva mai. Non importa chi siamo. Una mattina ti guardi e sei vecchio (...) Quello è stato il mio primo contatto con la furia della vita. Ormai sono quaranta fottuti anni che dura e ancora non ha nessun senso"


Suttree prosegue nell'oscurità, cammina, corre, prende treni, va avanti, anche se mal ridotto. Suttree è sempre e solo di passaggio. Bisogna andare. Bisogna continuamente domandarsi. Quante cose condividono il buon vecchio blasfemo Suttree e il pastore di Leopardi che interroga la Luna! Entrambi condividono il rapporto panico con la natura, entrambi erranti, presi dalla quest, dalla ricerca di senso. La domanda stessa commuove e muove le fila della narrazione (in senso filosofico, la vita stessa) e non la risposta (che non arriverà mai). 

Insomma, la bellezza è una ferita pulsante. E Suttree è bello da morire.

Note sparse: mi sono dimenticata di citare quel gigantesco personaggio che, ahimè, appare poco, pochissimo nel romanzo: Ab Jones, in lotta contro i pregiudizi razziali, la polizia e l'ingiusta giustizia dell'ordine costituito.

12 commenti:

  1. Romanzo difficilissimo e illuminante, semplice e terribile.
    Bellissimo.

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  2. un romanzo che ho in casa ma la cui trama non i aveva condotta alla curiosità tale da leggerlo... forse hai fatto tu tutto il lavoro...

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    1. Ti ringrazio per la fiducia. In realtà, come hai visto, la trama è l'ultima cosa che noterai, essendo anche abbastanza scarna.

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  3. Deve essere molto bello... Credo però che vada latto in momenti della propria condizione esistenziale ben precisi!

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  4. amo (alla follia) la scrittura di McCarthy.

    e questo romanzo è (semplicemente) il geroglifico di quel mio sentimento.

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  5. suttree e' uno dei prossimi libri che leggero'! (bel blog, by the way, ti aggiungo al blogroll)

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  6. Bellissimo post. McCarthy è il mio scrittore preferito: la sua scrittura, il suo minimalismo magico come lo chiamo io, è importante per me quanto l'aria indispensabile che i libri mi fanno respirare.

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  7. Anch'io penso sarà il mio prossimo libro... Grazie del post, degli spunti e della passione che ci metti. :)

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  8. Bellissimo post.
    Degno di Cormac, che sa intingere come nessuno la penna nella bellezza.
    Ho amato molto anche "Oltre il confine", penso ne portero' i segni per sempre.
    Quando la lettura diventa un privilegio.
    Diego F.

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  9. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  10. McCarthy, rencarnazione proprio di Dostoievskij, Tolstoj e Faulkner.....

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