
Esistono romanzi che non appartengono agli anni in cui sono stati
concepiti. Appartengono al futuro. Cosmopolis di Don DeLillo è uno
di questi. Il 2003 è l'anno in cui è stato scritto. Quasi dieci
anni fa DeLillo ha caricato la pistola e ha sparato. Dieci anni dopo
è arrivato il proiettile che ci ha perforato il polmone sinistro, a
pochi centimetri dal cuore. Non è un caso che Cronenberg ne abbia
tratto un film proprio in questo frenetico 2012 mentre l'economia
barcolla e gli stati corrono ai ripari.
Ci sono diversi punti di contatto tra la parabola discendente che
ha attraversato Eric Packer nella sua piccola Odissea in una
labirintica New York futuristica e l'uragano doloroso che sta
spazzando via la nostra realtà durante questi anni di crisi. È
difficile non associare i rivoltosi, comparse distruttive nel romanzo
di DeLillo, al movimento capillare di protesta, Occupy Wall Street,
nato per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario. Sembra
aver già previsto tutto, Don DeLillo, persino la torta in faccia a
Murdoch.
"Uno spettro si aggira per il mondo" è la cantilena che
ringhiano i protestanti. Lo spettro del capitalismo. Lo slogan
marxista non ha perso il suo fascino dal 1848. DeLillo ironicamente
si chiede in che stato di decomposizione si trovi il corpo, allora.
Ma il cadavere non c'è
ancora. Potremmo farne una questione
semantica: uno spettro in quanto fantasma? No. Proviamo a cercare
un'accezione diversa, trasversale: uno spettro in quanto
ombra,
doppione, l'altra faccia della moneta, la metà di qualcosa.
Infatti non sono i “topi” che distruggono le strade ad innescare
l'apocalisse. Non saranno le rivolte dal basso a far collassare il
capitalismo. Quelle fanno parte del sistema. Sono loro gli spettri,
le proiezioni dello stesso mostro.
« – Tu sai cosa produce il capitalismo. Secondo Marx e Engels.
– I suoi seppellitori – disse lui.
– Ma questi non sono i seppellitori. Questo non è altro che il
libero mercato. Questa gente è un’invenzione del libero mercato.
Non esistono fuori dal mercato. Non possono starne fuori. Non esiste
un fuori. […] –
La cultura del mercato è totale.
Questi uomini e queste donne sono un suo prodotto. E sono necessari
al sistema che disprezzano. Gli forniscono energia e definizione.
Sono manovrati dal mercato. Vengono scambiati sui mercati mondiali.
E’ per questo che esistono, per rinforzare e perpetuare il sistema»
.
Allora, chi sono “i seppellitori”? La domanda cruciale.
Poiché, nonostante l'ampiezza e la complessità del viaggio, il
romanzo è essenzialmente una spirale di morte. La morte metaforica
non solo di un sistema economico ma di un'intera civiltà avida e
vorace. “La cultura del mercato è totale”.
Chi è Eric?
Prima di capire, chi sarà a seppellire il capitalismo, dobbiamo
rispondere ad una domanda più urgente: chi è davvero Eric Packer?
Il ventottenne multimiliardario è un concentrato di potenza.
Incarna tutti i valori del cybercapitalismo: aggressivo, rapace,
perfettamente efficiente, funzionale. Giovane, invincibile,
avvenente. La personificazione dell'economia vincente del XXI secolo:
il culto del giovanilismo, del pionierismo, del denaro. Ed è sempre
affamato, vorace. Innumerevoli gli spezzoni narrativi che hanno come
oggetto Eric che si nutre, senza mai saziarsi.
“ - È
odore di fame, - disse lui. - Ho voglia di mangiare. Tu hai
voglia
di mangiare. Siamo persone nel mondo. Abbiamo bisogno di mangiare
e
parlare”.
Eric insomma è tutto ciò che deve essere ucciso. Il superuomo
deve morire.
Eric non è solo una metafora impalpabile,incorporea. È un
personaggio nudo, soggetto al cambiamento. La giornata che ci
descrive DeLillo, un'unica giornata nell'Aprile 2000, rappresenta un
momento di svolta nella vita di Packer. Cominciano ad apparire delle
bollicine
anomale sulla superficie perfetta dell'acqua. Al
centro del romanzo infatti c'è il viaggio e ogni viaggio è
un'evoluzione, per quanto tutto nelle narrazioni del Postmoderno sia
ambiguo e virtuale.
Il vampiro dalla coscienza ipermaniacale, la gazza ladra attratta
dal “bagliore del cybercapitale”, il santone devoto al progresso
e all'accumulo, decide di
tornare indietro.
Eric Packer decide di andare a tagliarsi i capelli dal barbiere di
suo padre, a Hell's Kitchen, dall'altro lato della città. Un gesto
quotidiano che si trasformerà in un'Odissea, e proprio con l'opera
di Omero Cosmopolis instaura una relazione d'identità, a partire
dalla struttura circolare: il viaggio di ritorno,
all'inverso,
il nostos. Già una prima anomalia nel sistema perfetto di Eric. Il
mondo si precipita verso il futuro, lui
torna indietro. Un
viaggio regressivo che segnala la volontà di
ricongiungersi al padre, morto quando Eric aveva appena cinque anni.
Il secondo elemento disarmonico è l'azzardato investimento di
Eric sullo yen. Potrebbe sembrare coerente con il sistema scellerato
della speculazione, a cui Eric è avvezzo, ma sembra più un gesto
volontariamente distruttivo.
Il percorso di Eric sarà costellato dalle discromie, dalle
alterazioni, l'anomalia sarà la costante compagna del suo viaggio: è
ossessionato dall'orrido, dal grottesco, dalla morte, tutto ciò che
non appartiene all'invincibile Packer. Eppure, non riesce a
distogliere lo sguardo dall'occhio devastato del suo autista né
dalla menomazione di un uomo (“
Eric osservò il
moncherino, impressionante, una cosa seria, una rovina
corporea che portava con sé storia e dolore”); Il video
dell'assassinio del suo avversario Kaganovic è riprodotto
ininterrottamente negli schermi della limousine.
"Eric provava piacere nel vederlo così, con innumerevoli
ferite d'arma da fuoco al corpo e alla testa. Era un placido
appagamento, la liberazione da un peso inspiegabile che gli opprimeva
le spalle e il petto. Lo rilassava, la morte di Nikolajj Kaganovic.
Non lo disse a Kinski. Poi cambiò idea. Perchè no? Era la sua
esperta di teoria. che teorizzasse pure.
-Il tuo talento è
sempre stato strettamente legato alla tua animosità, - disse lei.
-La tua mente si nutre di ostilità verso gli altri”.
Sono tutti riflessi
dell'asimmetria che percorre il profilo di Eric. Nel romanzo di
DeLillo lo spazio esteriore non è che un'ombra del personaggio. Gli
avvenimenti a tinte fosche, le prove a cui è sottoposto Eric/Ulisse
si collocano in una dimensione onirica, proiezioni di un magmatico
dinamismo interno.
Lo stesso senso di
ambivalenza è sentito nei confronti della rivolta. Ormai hanno
circondato la limousine, sono soggetti pericolosi, potrebbero mettere
a repentaglio la sua vita ma la domanda è un'altra: “Eric li
invidiava?”. Perché Eric Packer dovrebbe invidiare i
dimostranti no-global? C'era qualcosa che lo attirava, la distruzione
che stavano producendo, l'adrenalina che stavano provando. Eric è
alla ricerca di un “sussulto vero”.
Sta cercando di dare
un'altra direzione alla sua vita. Il suo stesso matrimonio è
anomalo, alla luce della natura algida di Eric.
“Lì trovava bellezza e
precisione, nei ritmi nascosti, nella fluttuazione di una certa
moneta”.
Un uomo con questa
mentalità perché dovrebbe sposare una poetessa (termine
che viene costantemente ribadito nella descrizione di Elise Shifrin)?
Per lo stesso motivo per cui
vuole disperatamente avere un Rothko. Vuole appropriarsi, possedere
qualcosa che non ha, che gli è estranea: l'arte. Il rapporto
sessuale con Elise infatti è sistematicamente posticipato, Eric è
costretto alla non-azione.
“Sono spietatamente efficiente. Tutto questo
talento. Questa grinta. Utilizzati”.
La sua consulente
d'arte sembra aver capito che dentro Eric si sta insinuando il dubbio
sulla sua identità.
“Una parte di te è ricettiva i misteri (…)
Il talento è più erotico quando è sprecato”.
Eric è alla ricerca di
quello che Dostoevskij chiama “il rovinoso elemento fantastico”.
La promessa di un “sussulto vero” si profila quando Eric viene
informato che una minaccia incombente grava su di lui. Una minaccia
di morte, qualcuno vuole ucciderlo. La rovina diventerà, da questo
momento in poi, la vera meta del viaggio.
“Temeva che la notte
fosse finita. Lui cominciava a pensare che non sarebbe accaduto mai.
Quella era la prospettiva più tetra di tutte, che là fuori non ci
fosse nessuno (…) Indistinta rovina alle sue spalle ma nessun
momento culminante”.
“La pioggia era
assolutamente perfetta, ma la minaccia era ancora meglio”.
Eric è percorso da
irresistibili pulsioni di morte che lo porteranno a liberarsi man
mano di tutte le sue difese in un climax ascendente di paranoie e
ansie che culmineranno nell'uccisione della sua guardia del corpo,
Torval, ultima barriera difensiva.
Ecco, chi è il
seppellitore.
Nella narrazione,
l'assassino di Eric porta il nome di Benno Levin. Ma noi sappiamo che
in realtà si tratta di un suicidio indotto.
Chi è Benno Levin?
Benno Levin, che ci viene
presentato attraverso una narrazione parallela - intitolata Le
confessioni di Benno Levin e incastonata tra i capitoli dedicati al
protagonista - è la nemesi di Eric. È il suo contrario ma ne è
anche il doppio, l'ombra, lo spettro. Eric e Benno si equivalgono, si
incastrano, si corrispondono. L'unica cosa che li congiunge è un
dettaglio fisico: la prostrata asimmetrica, come a suggerire che
condividono lo stesso corpo con due distinte anime. L'immagine è
quella della lingua di fuoco biforcuta, nel ventiseiesimo canto
dell'Inferno di Dante.
Se Eric è l'incarnazione
del successo, Benno Levin è il ritratto del fallimento. Vive in un
appartamento squallido, sporco, lurido, solo, senza famiglia, senza
connessioni con il mondo, senza lavoro. Uno degli ultimi. Mentre Eric
gode di ottima salute, Benno è ipocondriaco, oltre che folle.
D'altra parte, anche Eric nella sua freddezza, è instabile. Il
legame di Benno e Eric non è solo metaforico: Benno è un ex
impiegato nell'impero di Eric. Dipendeva da lui ma è stato
licenziato. Nel confronto finale la situazione è rovesciata, è
Benno ad avere il controllo, ad avere tra le mani la vita di Eric.
In realtà, Benno si
finge rivoluzionario, tant'è che usa uno pseudonimo (il suo vero
nome è Richard Sheets), si protegge dietro un'ideologia
anticapitalista ma è solo amareggiato e frustrato dal suo
fallimento. Odia Eric perché vorrebbe essere come lui. Credeva che
lui “l'avrebbe salvato”.
Entrambi sono
personaggi in declino, alla deriva, decadenti. Ancora una volta,
un'immagine speculare. Il fatto che uno abbia un enorme
successo e l'altro non ne abbia alcuno non cambia nulla, l'esito è
identico: “il dolore era il mondo”.
Una narrazione che procede per simmetrie, o meglio, asimmetrie ma
che è comunque difficile ricondurre ad uno schema preciso, talmente
è carica di suggestioni ed enigmi. DeLillo costruisce un intreccio
labirintico, giocando con le categorie di tempo e spazio.
Lo spazio
Gli scenari che dipinge DeLillo sono fortemente caratterizzanti.
La New York che ci descrive è tappezzata da schermi, dove scorrono i
dati, vera cifra stilistica del nostro tempo: l'informazione.
L'ambientazione principale, tuttavia, è la claustrofobica limousine,
che è al tempo stesso rifugio per Eric ma anche il mezzo che lo
condurrà verso l'autodistruzione, in uno dei tanti gironi
dell'inferno, ironicamente il quartiere in cui risiede il barbiere è
Hell's Kitchen (Hell in inglese significa, appunto, inferno).
Da un lato, l'automobile è in linea con il carattere del giovane
multimiliardario: "voleva la macchina perché non solo era
smisurata, ma lo era in modo aggressivo e sdegnoso, un enorme oggetto
mutante che sovrasta ogni obiezione". Eric e la sua ossessione
per la grandezza. Una delle regole fissate dalla New Economy ( Kevin
Kelly in "New rules for a new economy") è "puntare al
massimo". Dall'altro lato, la limousine è ciò che si avvicina
di più ad una casa. Una casa galleggiante in una società "liquida"
(acuto termine di Bauman). Tutto è mobile, fugace, scivoloso. I dati
fluttuano, le monete oscillano, Eric viaggia. Altra regola della New
Economy: "Niente armonia, tutto flusso". In questo senso,
possiamo affermare che la limousine è a tutti gli effetti quel che
in letteratura si definisce: cronotopo. Luoghi contaminati dal tempo.
Man mano che il percorso di Eric diventa più irrazionale,
allucinato e paranoico anche i luoghi vengono deformati dalla sua
soggettività. Si susseguono scene grottesche e oniriche come quella
del funerale di un rapper Sufi, accompagnato da riti ancestrali e
nenie ripetute ossessivamente (siamo precipitati in un Signore delle
Mosche ambientato tra le strade di una New York sull'orlo del
baratro?) o la fiumana di comparse nude durante la preparazione di un
film.
Il tempo
Tutti corrono verso il futuro. Non a caso, Eric incontra la sua
analista durante la sua corsa giornaliera. Lei interrompe il suo
esercizio per entrare nella limousine. C'è uno scarto, quindi, tra
il tempo esterno di un mondo frenetico, isterico, razionalmente
organizzato, compresso, costretto in tempi rigidi e il tempo interno,
estremamente dilatato e lento della giornata di Eric, quasi
interamente trascorsa in viaggio, proprio all'interno della
limousine. Il tempo non è solo una categoria essenziale di
narrazione ma anche materia narrativa. La concezione del tempo nella
società postmoderna emerge in maniera agghiacciante: "il tempo
è un bene aziendale. Appartiene al sistema del libero mercato. Il
presente è più difficile da trovare. Lo stanno risucchiando fuori
dal mondo per far posto ad un futuro di mercati incontrollati ed
enormi potenziali d'investimento".
Conclusioni:
Fin ora, semplificando, si è posto al centro del viaggio di Eric,
il suo cambiamento. Non è del tutto onesto. Eric non cambia, Eric è
già Benno Levin, solo che non lo sapeva ancora. Ecco perché è lui
stesso a parlare di “cambiamento” ma in realtà intende la presa
di coscienza, la rivelazione, l'epifania. Dialettica che soggiace
all'intero romanzo e che permette un continuo alternarsi di
opposizioni, conflitti, scontri che muovono la narrazione. È di
questo che si nutre la civiltà occidentale, laddove ormai, il
termine occidentale calza decisamente stretto. Concetto che ritorna
costantemente nel romanzo, l'esempio che spicca su tutti è proprio
il più estremo: la morte per conflitto. L'uccisione di Kaganovic
profetizza (attraverso un'immagine riprodotta su uno schermo,
indirettamente, come se fosse una premonizione) quella di Eric, i
loro assassini sono spinti dalle stesse motivazioni. “È morto
perché tu possa vivere”. Mors tua, vita mea. Lo stesso Benno Levin
è sicuro di non poter vivere senza che Eric muoia: “Ma come posso
vivere se lui non è morto?”. Una visione tragica, hegeliana della
storia. “È l'atto di violenza che fa la storia e cambia tutto
quello che c'è stato prima”.
Siamo così concentrati ad andare avanti che non ci accorgiamo
cosa ci stiamo lasciando dietro, chi ci stiamo lasciando dietro. Così
convinti della nostra razionalità, che rifiutiamo l'idea che essa
sia così strettamente legata al concetto di violenza, di lotta. Si
instaura un forte parallelismo tra la distruzione e il sistema, come
se dipendessero l'una dall'altro.
“
Sai qual è il difetto della razionalità umana? Che finge
di non vedere l'orrore e la morte con cui si concludono le sue
macchinazioni”.