mercoledì 16 dicembre 2015

Consigli per non rovinare il Natale ad un lettore


Una guida economica (o quasi) per restare incolumi dinnanzi la Grande Impresa di fine anno: non rovinare il natale ad un lettore. 
Sì, sto parlando con voi. Mendaci creature convinte che basti una spruzzata d'inchiostro e una rilegatura per far contento chi ama leggere. Non è così. Manifestiamo il nostro diritto di rimostranza. Allora, partecipate anche voi alla campagna: salva un lettore da un abominevole regalo natalizio. Per dire NO a Fabio Volo e Paolo Coehlo. Per la libertà d'indignazione, per il diritto di critica, perché è ora di ribellarsi, amici.



Ora, io sono una grande amante delle liste. Ne scrivo a milioni: sul pc, sui post-it, sulla mano, su foglietti volanti, sul tavolo. Ovunque. Placano la mia angoscia. Mi sento più soddisfatta nello scrivere le cose da fare che nel farle. Lo so, è follia. Benvenuti nella contemporaneità, in cui abbiamo accolto il nostro disturbo ossessivo compulsivo come una cosa bella (Instagram, amici) anziché aiutarci con le pillole. Non lamentatevi della Kondo, giapponesina rassetta tutto, in testa alle classifiche dei libri più venduti. è colpa nostra. Ad ogni modo, non potevo quindi esimermi dal fare una wishlist natalizia, che naturalmente è valida tutto l'anno (il 30 Gennaio è il mio compleanno, friendly reminder). A dire il vero ne ho fatte due. Una su aNobii e l'altra sul social che mi sta rovinando la vita: Pinterest. A cosa serve Pinterest se non a creare utopiche liste desideri che vadano a colmare il vuoto di noi figli del materialismo più becero? Ma so che anche voi bramate l'unicorno di Tiger, suvvia. 



Posto che consultare le wishlist dei vostri benamati, resta la soluzione migliore, passiamo ad elencare la vasta gamma di titoli (sì, i libri belli esistono ancora e sono pure tanti) che attendono solo di essere comprati e impacchettati da voi. 



Per chi non abbia la forza (né la volontà) di sorbirsi stoicamente ventisei minuti di video (a mia discolpa posso dire che prima del montaggio erano quaranta), a seguire l'elenco dei titoli citati (e relativi approfondimenti video o recensioni). 

Quando siete felici fateci caso - Kurt Vonnegut, min 01:58
Espiazione - Ian McEwan (qui la recensione), min 03:56
La breve favolosa vita di Oscar Wao - Junot Diaz (qui il video in cui ne parlo), min 04:45
Il signore degli orfani - Adam Johnson (qui la recensione), min 05:51
La porta - Magda Szabo, min 06:50
Pastorale Americana - Philip Roth, min 08:08 (dell'autore vi ho già parlato qui e qui e qui) 
Marcello Fois - Stirpe, Nel tempo di mezzo, Luce perfetta, min 09:27 (qui la recensione) 
L'amica geniale - Elena Ferrante, min 11:16 (ve ne ho parlato copiosamente qui)
La gigantesca barba malvagia - Stephen Collins, min 12:24
Dimentica il mio nome - Zerocalcare, min 13:53
I figli del capitano Grant - Alexis Nesme, min 15:02
Raccontare il mare - Bjorn Larsson, min 16:21
Leviatano - Philip Hoare, min 16:49
Abbiamo sempre vissuto nel castello - Shirley Jackson, min 17:08
Annientamento - Jeff Vandermeer, min 18:26 (già parlato della trilogia dell'area x qui, qui, qui e qui
A pesca nelle pozze più profonde - Paolo Cognetti, min 19:18 
Il mestiere di scrivere - Raymond Carver, min 20:05
La morte del padre - Karl Ove Knausgard, min 20:20 (ve ne ho parlato qui
Vari Bur classici, edizioni illustrate, min 21:25 
Harry Potter e la pietra filosofale (versione illustrata), min 22:11 
Middlemarch - George Eliot, min 22:31 (ve ne ho parlato qui
Villette - Charlotte Bronte, min 22:50
Il grande mare dei sargassi - Jean Rhys, min 23:04
Chi ti credi di essere - Alice Munro, min 24:07 (ve ne ho parlato qui)
La boutique del mistero - Dino Buzzati, min 24:54 (citato innumerevoli volte, tra cui qui)
Sillabari - Goffredo Parise, min, min 25:30 (anche lui sempre qui

Dopo avervi intontito più del cenone e dei sollazzi di fine anno, mi eclisso. Ma non prima di avervi augurato buone feste, di tutto cuore. Grazie per seguirmi sempre con lo stesso entusiasmo ogni anno. Un bacione alla mamma (e questa volta anche ai vostri cari). 

martedì 15 dicembre 2015

"Sie breve et arguto". Ci riproviamo.

Questa è la terza sfolgorante puntata di una rubrichina pigrissima che vuole ricapitolare in poche righe (ci proviamo) l'opinione che mi son fatta di alcuni titoli letti nelle ultime settimane (o se siete in perenne ritardo, come me, negli ultimi secoli). Senza alcun ordine d'importanza, come al solito. Non prendetela sul personale. Diamo il via alle danze. 


"I fratelli Karamazov" di Dostoevskij

Come rovinare uno dei libri più belli letti nella vita? Scrivendo una recensione cretina, che domande! 
Con più di qualche licenza poetica, da piccolo demone quale io sono, rigorosamente in disordine (“amate il disordine?”).
Un personaggio ha un minimo di sei nomi.
Tutti odiano Fedor Pavlovic. Hanno ragione.
Tremila rubli.
Pasticcio di pesce (quasi sempre freddo).
Il sangue dei Karamazov porta sfiga.
“Anche in te che sei un angelo vive questo insetto e suscita nel tuo sangue delle tempeste”.
L’eredità va sudata.
Caccia i tremila rubli o succede un bordello.
Gente ubriaca.
Jurodivyj.
Dio esiste. Forse.
Dio non esiste.
E Gesù?
E allora i bambini?
“Tutto è permesso”. Con la coscienza degli altri.
Questo è figlio di quale delle trentotto madri?
"Una belva non può esser mai crudele come un uomo, così raffinatamente, così artisticamente crudele". Vero.
Lo starec fa miracoli.
Inchini.
Lo starec dice cose sulla sua vita (leggermente peso ma ok).
Lo starec fa puzza, Alesa è turbato.
Il classico momento: “mo’ chi è questo?” (problema manifestatosi già da pagina 30).
Il calvario di un’anima. Tribolazione prima (e poi a seguire).
Smerdjakov suona le serenate (secondo me, è innamorato di Ivan).
Il grande inquisitore. Resistete.
Ivan è intelligente e laconico. Non ha preso dal padre.
Grusenka urla (Grusenka è diminuitivo di Agrafena, per qualche motivo…).
La febbre nervosa.
“è libero un uomo simile?”. Non è una domanda.
I tremila rubli.
La febbre cerebrale.
I cinquemila rubli.
La crisi isterica.
Rubli.
Malattie varie (tra cui alcune paralisi).
I lavori in miniera.
Grusenka, sei tu? O è il vento?
I segnali alla porta. Fedor, c’hai un’età, sei ridicolo. Mi pari Berlusconi, mi pari.
Maniaci, ossessionati, indemoniati. Insomma, la gente non si sente tanto bene.
Non ha cacciato i tremila rubli e succede il bordello.
Tutti si credono Sherlok Holmes.
Katja o Grusa? Ambarabaciccicoccò.
L’attacco epilettico di tre giorni. L’alibi di topo gigio.
Bambini si tirano sassi. Anche loro con problemi comportamentali.
Tutti a casa della signora Chochlakova, festa a sbarco.
In provincia le porte degli appartamenti sempre aperte, open bar, tutta notte.
L’unica porta chiusa è quella che vede Grigorij (mortaccitua).
“Detestava le tenerezze vitelline”. In compenso amava molto i binari.
“Vile, vile, vile!”.
Dimitrij, che cazzo fai, buon’anima? (buono sempre).
Dannata coscienza.
I due abissi. Sopra e sotto. Senza scampo.
"I rettili si divorano a vicenda".
Dio esiste. Oppure no.
Gesù c’entra, comunque.
M’ama o non m’ama?
“Ho scoperto il mio caro Alesa in flagrante gesuitismo”.
Ve l’avevo detto che Gesù c’entrava.
“Non sei tu che l’hai ucciso”.
Dire a cani e porci di volersi macchiare di parricidio.
“Non sono colpevole del sangue di mio padre” (mo’ è tardi).
“Credi che io l’abbia ucciso?” (eri tu quello che gridava “al lupo, al lupo”).
Scrivere lettere ad ex amanti incazzate confessando di voler uccidere il proprio padre (bravo).
“Non sei tu che l’hai ucciso”.
Ho stato io.
Un uomo nuovo.
"Disperazione e pentimento sono due cose completamente diverse". Vero.
Rakitin è un po’ Alfonso Signorini.
Lise, lo Xanax l’hai provato?
Il processo. (Sarà doloroso).
I tremila rubli.
I millecinquecento rubli.
Testimoni esagitati.
Testimoni ubriachi.
Bordello in aula.
In fondo tutti vogliamo uccidere il papà, non c’è bisogno di prendersela tanto.
Perry Mason.
“Avete la testa a posto?”. “Certo che ce l’ho a posto…ed è una testa ignobile”.
I lavori in Siberia (immancabili).
Ancora rubli.
“Che tu mi perdoni o no, resterai per tutta la vita nella mia anima come una piaga”. E questo è certo, Katja.
L’America (ma che c’annamo a fà in ameriga? poi che famo? siamo russi fino al midollo)
Si è trovato il cane mangiachiodi?
Ammaestrare il cane.
Umiliati, offesi e trascinati per la barba.
Funerali e grossi lacrimoni.
I bambini sono innocenti.
"C'è Dio, sì o no?". 
Ho voluto fare caciara. La verità è che questo romanzo è tutto. Fede, Libertà, coscienza, invidia, disgusto, desiderio, fratellanza, vizio, amore, Mistero, Bene, Male, Assoluto, Altro.

"A little life" di Hanya Yanagihara 


Un libro celebrato dall'intera community anglosassone di You Tube con pochissime voci fuori dal coro. Anche le recensioni della stampa non si sono risparmiate. Mi sono sentita un'aliena, insieme alla minoranza di Goodreads che ha impietosamente relegato questo romanzo nello scaffale "la vita è troppo breve per leggere libri brutti". Incompresa e confusa, fino a quando non è uscita la recensione più onesta e dettagliata che esista del libro sul New York Reviews of Books. In effetti, l'impressione, leggendo alcune opinioni (ogni riferimento NON è puramente casuale), è che molti si siano limitati a leggere solo la prima parte del romanzo. Mentre la recensione accuratissima di Daniel Mandelsohn ne svela tutte le contraddizioni e debolezze. Non dico che sia il Vangelo ma è un parere molto oggettivo. Ecco, se volete una recensione seria, andate sul NYROB. Qui, invece i miei due cent su questo mattone di settecento pagine: 
La quantità di dolore che si raccoglie durante tutta una vita rende quest'ultima più significativa? No, Hanya Yanagihara, no. La quantità di sofferenza che proviamo ci guasta di più o di meno? Io direi che anche un singolo episodio può modificare per sempre tutta la tua psiche. Ma Hanya Yanagihara non la pensa così. Non c'è bisogno di inserire miliardi (ed inverosimili) traumi, facendo scadere tutto in una semiparodia grottesca in cui ogni evento si scolla da qualsiasi parvenza di significato, talmente è artificioso e posticcio. I protagonisti, per quanto all'inizio meravigliosi e complessi, restano per sempre uguali, questa è la filosofia per me inaccettabile (se ne può discutere) della Yanagihara. Quando hanno cinquant'anni sono identici a quando ne hanno venti. Le loro carriere, persino, non serbano nessuna sorpresa, seguono parabole già prestabilite, un percorso a tappe, quasi fosse una raccolta punti, anziché qualcosa di reale, faticoso, VISSUTO. E anche gli eventi (si legge, LE SFIGHE) che colpiscono i personaggi sono vittime di questa spirale in cui tutto ritorna, tutto si ripete. Il protagonista evidentemente è una calamita vivente per la stessa tipologia di pedofilo psicopatico (pensate che ce ne siano pochi in giro? Vi sbagliate, il mondo della Yanagihara pullula di sadici). Infine, la lunghezza del libro è assolutamente ingiustificata. Vengono ripetuti allo sfinimento gli stessi pensieri, gli stessi riti, gli stessi Natali e Giorni del Ringraziamento, le stesse scene a lavoro, gli stessi ricordi, gli stessi nomi. Questo libro è eccessivo, claustrofobico, angosciante. Volutamente fuori dalle righe, intenso fino alla nausea. Sicuramente è un'esperienza forte, la Yanagihara ha tentato di creare un intero mondo che durasse quanto la vita dei suoi protagonisti. Ma questo universo si regge (quasi esclusivamente) su un perno emotivo che spesso diventa pornografia dei sentimenti, ricatto, scacco matto contro il lettore. Niente a che vedere con esperimenti letterari altrettanto totalizzanti ma del tutto riusciti come quello di Knausgard (autore svedese di un'autobiografia in sei volumi).


Hannah Coulter di Wendell Berry


Anche questo romanzo, avvolto da una valanga d'entusiasmo. Per me, del tutto inspiegabilmente. Non è affatto brutto, anzi. è un libro molto introspettivo e delicato sulla vita di una comunità rurale che fronteggia i cambiamenti del mondo, senza perdere il suo spirito. Purtroppo a me in letteratura piacciono i bastardi. E in questo libro invece si parla solo di purezza e beatitudine, o quasi. Certo, c'è il dolore, la perdita, la malinconia. Ma resta molto più vicino ad un manifesto che ad una narrazione. Manca una dose necessaria di conflitto, una manciata di disgraziati, un pizzico di squallore, insomma. Qui si parla di "brava gente di campagna". Bello, per carità. Però. Solo io ho desiderato che qualcuno, in questa splendida e bucolica cittadina immaginaria, dove tutto è oro quel che luccica, improvvisamente impazzisse e, brandendo un'ascia, sgozzasse il pastore o - chessoio - diventasse uno stupratore di ortaggi (per citare un'immagine aulica di McCarthy) o si scopasse la sorella, avvelenato da un'orribile e biblica maledizione di famiglia, come ci ha insegnato il buon Faulkner?
Più che un romanzo - per quanto pieno di momenti commoventi e intenti nobili sul senso di comunità e serenità interiore - mi è sembrato un pamphlet conservatore, a tratti moralista, senza la minima traccia di ironia, dallo stile talmente delicato da risultare impalpabile.
I personaggi sembrano tutti partoriti dalla stessa madre(ovviamente un angelo del focolare), si distinguono appena, nessuno commette una cattiva azione, si vogliono tutti bene e sognano di vivere nello stesso luogo per sempre, con molta prole e una bella fattoria. Chi lascia la scuola prematuramente è più felice. E udite, udite, chi tradisce la moglie lo fa perché "non è abbastanza stanco". Se si fosse rotto la schiena zappando la terra invece di essere un insegnante di storia scansafatiche, irretito dal temibile mondo moderno, avrebbe tenuto a bada il pitone.
Che bel posto in cui vivono i tuoi personaggi, Wendell, davvero. Peccato che non esista.
Forse la mia idea di campagna americana è stata traviata dalla lettura di Flannery O'Connor.
Forse sono solo una malvagia e corrotta ragazza di città con il cuore nel frigorifero.
Ma lo devo dire: una partita a bocce con mio nonno riserva più sorprese di questo romanzo.
Du'palle, Hannah. Ma un po' di cocaina per raccontarci della tua lunghissima vita fatta di "lunghe e placide conversazioni", duro lavoro in campagna, scambi di cortesie, dolori che son sempre descritti nello stesso modo, di qualsiasi cosa si stia parlando, l'eternità e l'amore paragonati ad una "colomba avvolta di luce"?
Capisco la difesa di un mondo di frontiera che sta scomparendo, capisco la nostalgia, capisco l'incrollabile volontà di rendere onore ai solidi principi morali che governano la tua vita ma veramente mi hai appallato, Wendell. Si badi che quando uso il termine "appallare" non intendo il "verbo gergale dei cacciatori della Garfagnana, "un colpo così preciso e centrato da fulminare un animale".
Occhi al cielo, tante volte. Ma proprio tante.

giovedì 10 dicembre 2015

Miscellanea, nelle puntate precedenti...

Non faccio in tempo a prepararvi un post sul ritorno a Milano, l'inizio delle lezioni, i grandi propositi per l'Autunno, che è già tutto finito e siamo sotto Natale. Ok, in realtà ho avuto tre mesi ma sapete il demone dell'inadempienza...Ed eccoci arrivati ad un punto meraviglioso per il blog: il grande ritorno del post scazzone!Un mappazzone (pronunciato con la z sorda di Bruno Barbieri) sgangherato su TUTTO ciò che mi è successo in questi mesi di puro delirio.
Foto dell'Autunno, a casaccio
Ho ricominciato e terminato il mio secondo (e si spera ultimo) anno all'università. E conseguentemente ho ricominciato e terminato il lavoro part-time nella biblioteca dell'università. Ormai tra un post e l'altro passa così tanto tempo che ho addirittura già compilato la domanda per ricominciare a lavorare part-time. Il cerchio della vita. In realtà dovrei concentrarmi sulla tesi durante il secondo semestre ma ehi, SOLDI.

Sono stata a Dublino per quattro meravigliose giornate. Le quattro giornate di Dublino, le vogliamo ricordare così. Bella, bellissima e carissima Dublino (nel senso che tutto costa un occhio della testa). Momenti di estasi all'interno della biblioteca del Trinity College, passeggiate nel fango di Merrion Square, itinerari basati sulla quantità di porte colorate fotografabili, musica dal vivo ad ogni angolo di Grafton Street, i graffiti del coloratissimo quartiere di Temple Square etc. Ma non voglio tediarvi anche perché potete vedere tutto qui. Ho documentato tutta (o quasi) la nostra esperienza (c'era anche la mia amica ERASMUS, chi non ha un amico erasmus di cui ha approfittato per viaggiare?) attraverso diversi vlog, raccolti in una scoppiettante (no, non è vero, non so vloggare) playlist, molto originalmente chiamata "Gente di Dublino". Se non avete nulla da fare e volete vedere qualche scorcio di Dublino con sottofondo la mia vocina nasale da cartone animato. A voi, miei prodi:


Ok, adesso due cosine che questa volta potrebbero interessarvi davvero. La prima è che sono uscite diverse recensioni per il sito Una casa sull'albero, un posticino bello che mi piace frequentare di tanto in tanto. Ho parlato de "Nel tempo di mezzo" di Marcello Fois, scrittore sardo che scrive meravigliose storie familiari, edite da Einaudi. E più recentemente, ho scritto de "Il meraviglioso viaggio di Octavio" di Miguel Bonnefoy, scrittore francovenezuelano, edito da 66thadn2nd.

A proposito di quest'ultimo titolo, vi ricordate la libraia Ludovica? Sì, la ragazza che mi ha dato la bellissima opportunità di presentare un romanzo per la prima volta nella mia vita. Ecco, lei mi ha proposto un altro bellissimo progetto: #Sceglindipendente .
Ogni mese, Ludovica mi invierà, a sua scelta, un romanzo edito da una casa editrice indipendente e io mi preoccuperò di recensirlo (con la massima onestà) sul mio canale. L'idea è quella di dare più visibilità al circuito indipendente (sia editoriale che libraio, visto che sono legati a doppio filo). Spero nel mio piccolo di contribuire a far crescere queste realtà.
Se anche voi, volete partecipare, potete usare l'hashtag ogni volta che comprate un libro in una libreria indipendente e vi va di condividere il vostro bottino con una foto sui social.




Infine, ho partecipato sul blog di Ophelinha P., al Calendario dell'Avvento Letterario. Ogni giorno, da qui a Natale (riuscirà la nostra eroina a pubblicare questo post prima del 25 Dicembre?), c'è un post a tema natalizio sulla nostra cara Letteratura. Io ho parlato dell'atroce (ma supercommovente) Natale in Casa Lambert, una famiglia americana disfunzionale e imperfetta. Spero di avervi fatto odiare abbastanza i pasti delle Feste, descrivendovi i momenti di estremo disagio che ci fa vivere il caro Jonathan.

Il post scazzone è finito, andate in pace AKA non so scrivere le conclusioni.

mercoledì 9 dicembre 2015

Leggere non solo con gli occhi

Vi siete mai soffermati su che cosa voglia dire “leggere”? Dimenticate l’aforisma di Kafka (“un libro deve essere l'ascia che rompe il mare ghiacciato che è dentro di noi”) o le frasi slogan che fanno vendere tanto merchandising all’interno delle Feltrinelli (“Leggo perché sono libera” e affini). Mi riferisco alla prassi, all’azione concreta della lettura. Aprire un libro, sfogliarlo, visualizzarne ogni singola parola, seguire con gli occhi le frasi da un capo all’altro della pagina. Il canale di comunicazione: dagli occhi alla mente. Avete mai pensato al fatto che ci sono persone che non possono “leggere” in questo modo perché questo canale gli è precluso? Probabilmente no. Raramente ammetto di averlo fatto io. La realtà è che spesso ignoriamo del tutto che le stesse storie che amiamo possono essere conosciute in maniera completamente diversa, diventare accessibili attraverso altre strade, che non partono dagli occhi per arrivare a noi. 
Sapevate che le persone non vedenti e ipovedenti sono tra i lettori più forti in Italia? Eppure non godono di “parità” effettiva per ciò che riguarda la lettura, almeno non ancora. 
Ho conosciuto uno spicchio del loro mondo, attraverso un reading al buio, organizzato dalla Fondazione LIA (Libri Italiani Accessibili), tenutosi nella cornice del Laboratorio Formentini per l’editoria. 
Cos’è un reading al buio? è l’incontro con la quotidianità dei lettori non vedenti. L’occasione per scoprire come si legge un libro, non attraverso gli occhi. In condizioni di semioscurità, Paolo Colagrande - autore di “Senti le rane” (edito da Nottetempo), tra i finalisti del Campiello di quest’anno - con l’aiuto di Antonino Cotroneo, lettore ipovedente, ha letto alcuni passi del suo romanzo. 


Antonino, al termine del reading, ha spiegato davanti alla classe di ragazzi chiamata all’ascolto, i diversi strumenti utilizzati per la lettura. Oggi la tecnologia permette di leggere in maniera più rapida e semplice, addirittura attraverso lo smarthphone (e i suoi processi di sintesi vocale), non soltanto in braille. Sapete quanto è difficile (e costoso) realizzare un libro in braille? Pensate che la saga di Harry Potter potrebbe occupare un’intera stanza di carta. La Fondazione LIA, coordinata dall’AIE e finanziata dal Ministero dei Beni Culturali, si occupa appunto di sfruttare le nuove tecnologie per realizzare ebook (il loro catalogo è di oltre 9 mila e-book accessibili) che rendano possibile la lettura alla comunità di lettori italiani con disabilità visive.
Personalmente, il modo in cui ho “letto” il testo di Paolo Colagrande ha suscitato sensazioni diverse rispetto alla mia solita esperienza di lettura. Ha dato un’altra dimensione alle parole, quasi più concreta. Le frasi assumevano una sostanza sonora, non si limitavano ad esistere solo nella mia immaginazione. Il reading al buio non è servito semplicemente a sensibilizzare su una realtà “difficile” ma, al contrario, ha dimostrato prima di tutto come accessi diversi alle stesse risorse (le storie) non diano come risultato la stessa esperienza. L’uguaglianza (parità di accesso, stesse possibilità di leggere per tutti) non è sinonimo di omologazione. L’ascolto non è lo stesso senso della vista, così come il tatto - decifrare ogni puntino con le dita (per chi legge in braille) - non equivale al seguire ogni frase con lo sguardo. Per tale motivo non si parla di sostituibilità ma di accessibilità. Sono due mondi diversi, due linguaggi diversi, due traduzioni diverse della stessa storia.


Dopo il reading, Antonino Cotroneo ha fatto un esempio illuminante. La classe di ragazzi che hanno partecipato all’incontro frequenta un istituto tessile. Antonino ha chiesto loro: “E se improvvisamente foste costretti a cucire solo vestiti della stessa taglia? O della stessa fantasia?”. 
Sarebbe un mondo piatto, privo di immaginazione. E così è per i libri. Leggere è diverso per i lettori non vedenti o ipovedenti, non migliore o peggiore. Dipende solo da noi rendere per loro l’esperienza della lettura facile o molto difficile. La Fondazione LIA si occupa proprio di questo e spero che possiate seguirla e supportarla nel suo percorso (sempre in crescendo) verso l’uguaglianza. 
Ormai è strabusato l’esercizio di retorica superficiale su quanto la lettura ci renda migliori, più felici, più bravi, più belli. Suggerisco di abbandonare gli slogan e di concentrarsi su cosa la lettura sia prima di tutto: un diritto. Facciamo in modo che sia accessibile a tutti.