venerdì 23 ottobre 2015

"Sie breve et arguto", o quasi.

Una recensione per ogni libro che leggo, se vivessi in un mondo ideale. Nella prosaica vita reale invece ho giusto il tempo di rifarmi il letto al mattino. Eppure, ci sono dei momenti gloriosi - per quanto rari - in cui riesco a scrivere due-tre striminziti righini su Goodreads riguardo le ultime letture. E poi dopo settimane di distanza, le pubblico sul blog - in stagnazione millenaria - per questa rubrica che vanta soltanto due dignitosissimi post: "sii breve et arguto". Con una citazione si esce da qualsiasi pantano.

Ordunque, bando alle ciance, ignoriamo bellamente il fatto che io abbia dimenticato di avere un blog per MESI e iniziamo! 

Everyman di Philip Roth 















Oramai nella mia vita da lettrice disordinata e anarchica esiste un appuntamento fisso: un Roth al mese. Dopo La macchia umana e Pastorale, era arrivato il momento di Everyman, scelto A CASO tra i titoli disponibili in biblioteca. Perché tanto devo leggere tutto di lui, quindi che senso ha imporsi un ordine da seguire? Mi è andata comunque bene. 


"-Sai cosa mi farebbe bene? - disse lei. 
- Il suono della voce che è scomparsa". 

Sai cosa mi lascia attonita di Philip Roth? La sua assoluta semplicità. Sembra sempre di leggere la stessa storia, quando leggi un romanzo di Roth. Ma non è mai la stessa, anche se in fondo è sempre la stessa storia di solitudine, rimpianto, orgasmi poderosi ecc...
Everyman è la storia di - appunto - un uomo qualunque (o almeno, un uomo qualunque dei personaggi di Philip Roth: maschio, ebreo, numerosi matrimoni, figli più o meno livorosi, solo come un randagio) che si trova a dover esaminare l'estratto conto della sua vita, adesso che sull'uscio di casa si presenta l'oscura signora. Lacrime amare assicurate. 



L'uomo che cade, Don DeLillo  




A Settembre ho letto Rumore Bianco. Credetemi, non si può uscire tutti interi dopo essere finiti nelle fauci di questo autore. Ho proseguito con un titolo che stazionava nella mia libreria da secoli (credo sia stato il primo romanzo che ho acquistato dopo aver letto Cosmopolis aka la folgorazione). 
C'è qualcosa di opaco ne "L'uomo che cade". Il lettore è investito da un senso di disorientamento, di ottundimento, come dopo un grande trauma. La ferita dell'America, post 11 Settembre, è esposta. Meno in rilievo risultano molti dei tratti distintivi dell'autore: i dialoghi cerebrali, la riflessione sui media. Più respiro alla sofferta intimità dei personaggi. Credo che sia il più triste, il più emotivo dei romanzi di DeLillo (tra quelli letti). La crepa che minaccia le vite dei personaggi stavolta sembra troppo profonda per portare ad un nuovo equilibrio. Più onestamente, come il protagonista, ci convertiamo al gioco d'azzardo, ci rassegniamo a situazioni temporanee, ogni stabilità distrutta, ogni armonia da ricostruire.
Un DeLillo anomalo, almeno per l'idea che mi sono fatta di lui come lettrice, ma sempre con tre dita, la pelle grigia e gli occhi spropositatamente grandi e senza pupille. Alieno. 

Sembrava una felicità, Jenny Offill 




Un romanzo per frammenti dallo stile audace che ricorda un po' la Didion, un po' la Paley. I pensieri di una donna dalla testa alveare che ronzano ininterrottamente. Il titolo originale è Dept of Speculation, ed è infatti la speculazione (poco hegeliana) su un amore assediato dalle cimici, la pantomima di un matrimonio pericolante in scena nel "piccolo teatro dei sentimenti feriti". Una mistura efficace tra nozionismo, citazioni e essenziale quotidianità. Una lettura sperimentale, nebulosa, a tratti brillante. Ma si può amare un libro così? Un pochino. Ino. Ino. 

P.S Riletto due volte perché la prima mi aveva lasciato un senso di vuoto nauseante. E lei mi sembrava una cretina con delle arie. La seconda volta ha sempre delle arie ma meno cretina.Mi ha comunque lasciato la voglia di rileggerlo una terza volta. Sarà che il meccanismo del rispecchiamento è la forza di questo libro? E con questo voglio dire che nonostante la protagonista sia un po' cretina, mi ci rivedo, dolorosamente. 

Dottor Zivago, Borìs Pasternàk 




Antipov e Lara, questa è la vera storia d'amore del romanzo, amici. 
A parte le baggianate, me lo aspettavo molto diverso. Magnifiche, le vivide immagini del poeta Pasternak, frammenti di una Russia perduta e di una Russia sopravvissuta. Il sordomuto che parla, il soldato bianco ucciso in un barile, settecento passeggeri del treno che spalano neve dalle rotaie di una stazione bruciata, biancospini, la taiga, la casa delle statue. A livello narrativo, questa dispersione però è pesante, artificiosa e genera un distacco imperdonabile dai protagonisti (quanti sono? chi sono? vince una medaglia chi riesce ad impiegare meno di trenta pagine a capire ogni volta a chi si riferisca l'autore). L'Individuo contro la Storia. Un medico progressista che fa i conti con la forza cieca di un evento ciclopico come la Rivoluzione, l'inondazione che ha spazzato via un mondo, il suo mondo. Questa l'idea del romanzo che però è spesso troppo esposta dall'autore, troppo ingombrante, tanto da non lasciare spazio e respiro ai personaggi, schiacciati e privi di agency. Sì, quest'atmosfera fa parte della grandezza del romanzo. Il manto mortale della neve che fiocca su questa Atlantide che sta per essere sommersa. La tormenta che trascina i protagonisti da un luogo ad un altro, profughi, estranei alla loro stessa terra. Il romanzo è proprio incentrato su questo senso di estirpazione, ingiusta ma perentoria. Brevi parentesi felici, come mozziconi di candela, non fanno che preannunciare l'inevitabile fine. Non so perché venga venduto come un'epica storia d'amore. D'epico c'è ben poco, anzi, Zivago è propriamente un antieroe, indeciso, disperso. Il finale poi è l'antiepica per eccellenza. L'amore per la donna e per la natura, poi, più che passioni sono consolazioni. Il personaggio migliore difatti è Antipov che è molto più vicino agli scalmanati di Dostoevskij. Un romanzo triste e cupo e proprio per questo poteva benissimo rientrare tra i miei libri preferiti eppure non è stato così. Sì, lo so che così descritto è meraviglioso e lo è infatti ma è più bello parlarne che leggerlo. Leggerlo invece è una gran fatica. Troppi salti temporali, troppe coincidenze artificiose (eh, lo so che non è questo il punto, lo so che ci posso passare sopra però intanto ho storto il naso, che posso farci?). Eppure, lo rileggerò. Magari non a Luglio. Questo è un libro per Gennaio, ragazzi miei.

Tutto quel che è la vita, James Salter





Ho sentito grandi cose su questo libro. Elogi, critiche adulatorie, ululati alla luna e così via. Tra me e voi, sono rimasta del tutto indifferente all'uso sapiente della prosa unicamente perché è del tutto accondiscendente nei confronti del lettore. Tutto è molto elegante, raffinato, banale, perbene. Badate, l'indifferenza (come le donne di questo libro d'altronde, "indifferenti ma consenzienti" - anche voi state facendo una smorfia? Buono a sapersi) vi vincerà solo nei passaggi più alti e riusciti del romanzo. Per il resto, oltre ad un mare di noia e tremendo materialismo (qualcuno salvi la letteratura dalla descrizione dei vestiti e dell'arredamento delle persone abbienti, per carità, sembra di leggere un atto di onanismo), c'è ben poco altro. Il romanzo vorrebbe parlare del vuoto e infatti ci riesce in maniera inversa, diventando vuoto. A ciò subentrerà l'irritazione. Fin sopra i capelli. Quando va bene, il quadro è sempre abbozzato, mai profondo. Sì, mi piacciono i racconti, Salter possiede la tecnica pittorica per le short stories. Non è che mi metta a tremare per una bella prosa, soprattutto se gira a vuoto. Ma torniamo all'irritazione. Irritazione perché? A parte l'autoreferenzialità assoluta della scrittura, il protagonista ha uno sguardo talmente ottuso da non generare neppure pena, soltanto astio. Cominciamo e concludiamo - perché davvero non vale la pena addentrarsi troppo - con il ruolo assegnato ai personaggi femminili in questo romanzo. Vi giuro che ho letto più acume nella descrizione di un maglione da cavallerizza che nella psicologia di una donna nella scrittura di quest'uomo. La sfilza di amanti che il protagonista vorrebbe educare con la luce della sua cultura (queste povere ma ricche borghesi illetterate senz'anima! Lui che invece vorrebbe solo possederle per la loro avvenenza invece è un cavaliere arturiano). A parte che in un romanzo in cui ad una festa gli uomini vengono presentati come "un giudice", "un amico di ", "un editore" e le donne invece vengono COSTANTEMENTE presentate PRIMA come belle o non brutte e poi FORSE, se ci va bene, possono anche essere "figlie di qualche padre". Poi sono sempre "biondissime", "divinità pagane" e altre scempiaggini simili. Non hanno mai un punto di vista ma a questo punto ci tocca gioire perché se Salter riesce a dipingere un soldato, colto e di bell'aspetto come un rimbambito morto di figa con ben poco d'interessante da dirci sul mondo tranne la sua boria, immaginate quanti meravigliosi e sottili sentimenti attribuirebbe ad una diciottenne che fa andare a letto con un signore più maturo. Ce lo risparmiamo, grazie. Ripeto: Salter potrà anche scrivere bene e non lo nego ma questo non impedisce ad un romanzo di essere assolutamente insopportabile e compiacente.