martedì 15 dicembre 2015

"Sie breve et arguto". Ci riproviamo.

Questa è la terza sfolgorante puntata di una rubrichina pigrissima che vuole ricapitolare in poche righe (ci proviamo) l'opinione che mi son fatta di alcuni titoli letti nelle ultime settimane (o se siete in perenne ritardo, come me, negli ultimi secoli). Senza alcun ordine d'importanza, come al solito. Non prendetela sul personale. Diamo il via alle danze. 


"I fratelli Karamazov" di Dostoevskij

Come rovinare uno dei libri più belli letti nella vita? Scrivendo una recensione cretina, che domande! 
Con più di qualche licenza poetica, da piccolo demone quale io sono, rigorosamente in disordine (“amate il disordine?”).
Un personaggio ha un minimo di sei nomi.
Tutti odiano Fedor Pavlovic. Hanno ragione.
Tremila rubli.
Pasticcio di pesce (quasi sempre freddo).
Il sangue dei Karamazov porta sfiga.
“Anche in te che sei un angelo vive questo insetto e suscita nel tuo sangue delle tempeste”.
L’eredità va sudata.
Caccia i tremila rubli o succede un bordello.
Gente ubriaca.
Jurodivyj.
Dio esiste. Forse.
Dio non esiste.
E Gesù?
E allora i bambini?
“Tutto è permesso”. Con la coscienza degli altri.
Questo è figlio di quale delle trentotto madri?
"Una belva non può esser mai crudele come un uomo, così raffinatamente, così artisticamente crudele". Vero.
Lo starec fa miracoli.
Inchini.
Lo starec dice cose sulla sua vita (leggermente peso ma ok).
Lo starec fa puzza, Alesa è turbato.
Il classico momento: “mo’ chi è questo?” (problema manifestatosi già da pagina 30).
Il calvario di un’anima. Tribolazione prima (e poi a seguire).
Smerdjakov suona le serenate (secondo me, è innamorato di Ivan).
Il grande inquisitore. Resistete.
Ivan è intelligente e laconico. Non ha preso dal padre.
Grusenka urla (Grusenka è diminuitivo di Agrafena, per qualche motivo…).
La febbre nervosa.
“è libero un uomo simile?”. Non è una domanda.
I tremila rubli.
La febbre cerebrale.
I cinquemila rubli.
La crisi isterica.
Rubli.
Malattie varie (tra cui alcune paralisi).
I lavori in miniera.
Grusenka, sei tu? O è il vento?
I segnali alla porta. Fedor, c’hai un’età, sei ridicolo. Mi pari Berlusconi, mi pari.
Maniaci, ossessionati, indemoniati. Insomma, la gente non si sente tanto bene.
Non ha cacciato i tremila rubli e succede il bordello.
Tutti si credono Sherlok Holmes.
Katja o Grusa? Ambarabaciccicoccò.
L’attacco epilettico di tre giorni. L’alibi di topo gigio.
Bambini si tirano sassi. Anche loro con problemi comportamentali.
Tutti a casa della signora Chochlakova, festa a sbarco.
In provincia le porte degli appartamenti sempre aperte, open bar, tutta notte.
L’unica porta chiusa è quella che vede Grigorij (mortaccitua).
“Detestava le tenerezze vitelline”. In compenso amava molto i binari.
“Vile, vile, vile!”.
Dimitrij, che cazzo fai, buon’anima? (buono sempre).
Dannata coscienza.
I due abissi. Sopra e sotto. Senza scampo.
"I rettili si divorano a vicenda".
Dio esiste. Oppure no.
Gesù c’entra, comunque.
M’ama o non m’ama?
“Ho scoperto il mio caro Alesa in flagrante gesuitismo”.
Ve l’avevo detto che Gesù c’entrava.
“Non sei tu che l’hai ucciso”.
Dire a cani e porci di volersi macchiare di parricidio.
“Non sono colpevole del sangue di mio padre” (mo’ è tardi).
“Credi che io l’abbia ucciso?” (eri tu quello che gridava “al lupo, al lupo”).
Scrivere lettere ad ex amanti incazzate confessando di voler uccidere il proprio padre (bravo).
“Non sei tu che l’hai ucciso”.
Ho stato io.
Un uomo nuovo.
"Disperazione e pentimento sono due cose completamente diverse". Vero.
Rakitin è un po’ Alfonso Signorini.
Lise, lo Xanax l’hai provato?
Il processo. (Sarà doloroso).
I tremila rubli.
I millecinquecento rubli.
Testimoni esagitati.
Testimoni ubriachi.
Bordello in aula.
In fondo tutti vogliamo uccidere il papà, non c’è bisogno di prendersela tanto.
Perry Mason.
“Avete la testa a posto?”. “Certo che ce l’ho a posto…ed è una testa ignobile”.
I lavori in Siberia (immancabili).
Ancora rubli.
“Che tu mi perdoni o no, resterai per tutta la vita nella mia anima come una piaga”. E questo è certo, Katja.
L’America (ma che c’annamo a fà in ameriga? poi che famo? siamo russi fino al midollo)
Si è trovato il cane mangiachiodi?
Ammaestrare il cane.
Umiliati, offesi e trascinati per la barba.
Funerali e grossi lacrimoni.
I bambini sono innocenti.
"C'è Dio, sì o no?". 
Ho voluto fare caciara. La verità è che questo romanzo è tutto. Fede, Libertà, coscienza, invidia, disgusto, desiderio, fratellanza, vizio, amore, Mistero, Bene, Male, Assoluto, Altro.

"A little life" di Hanya Yanagihara 


Un libro celebrato dall'intera community anglosassone di You Tube con pochissime voci fuori dal coro. Anche le recensioni della stampa non si sono risparmiate. Mi sono sentita un'aliena, insieme alla minoranza di Goodreads che ha impietosamente relegato questo romanzo nello scaffale "la vita è troppo breve per leggere libri brutti". Incompresa e confusa, fino a quando non è uscita la recensione più onesta e dettagliata che esista del libro sul New York Reviews of Books. In effetti, l'impressione, leggendo alcune opinioni (ogni riferimento NON è puramente casuale), è che molti si siano limitati a leggere solo la prima parte del romanzo. Mentre la recensione accuratissima di Daniel Mandelsohn ne svela tutte le contraddizioni e debolezze. Non dico che sia il Vangelo ma è un parere molto oggettivo. Ecco, se volete una recensione seria, andate sul NYROB. Qui, invece i miei due cent su questo mattone di settecento pagine: 
La quantità di dolore che si raccoglie durante tutta una vita rende quest'ultima più significativa? No, Hanya Yanagihara, no. La quantità di sofferenza che proviamo ci guasta di più o di meno? Io direi che anche un singolo episodio può modificare per sempre tutta la tua psiche. Ma Hanya Yanagihara non la pensa così. Non c'è bisogno di inserire miliardi (ed inverosimili) traumi, facendo scadere tutto in una semiparodia grottesca in cui ogni evento si scolla da qualsiasi parvenza di significato, talmente è artificioso e posticcio. I protagonisti, per quanto all'inizio meravigliosi e complessi, restano per sempre uguali, questa è la filosofia per me inaccettabile (se ne può discutere) della Yanagihara. Quando hanno cinquant'anni sono identici a quando ne hanno venti. Le loro carriere, persino, non serbano nessuna sorpresa, seguono parabole già prestabilite, un percorso a tappe, quasi fosse una raccolta punti, anziché qualcosa di reale, faticoso, VISSUTO. E anche gli eventi (si legge, LE SFIGHE) che colpiscono i personaggi sono vittime di questa spirale in cui tutto ritorna, tutto si ripete. Il protagonista evidentemente è una calamita vivente per la stessa tipologia di pedofilo psicopatico (pensate che ce ne siano pochi in giro? Vi sbagliate, il mondo della Yanagihara pullula di sadici). Infine, la lunghezza del libro è assolutamente ingiustificata. Vengono ripetuti allo sfinimento gli stessi pensieri, gli stessi riti, gli stessi Natali e Giorni del Ringraziamento, le stesse scene a lavoro, gli stessi ricordi, gli stessi nomi. Questo libro è eccessivo, claustrofobico, angosciante. Volutamente fuori dalle righe, intenso fino alla nausea. Sicuramente è un'esperienza forte, la Yanagihara ha tentato di creare un intero mondo che durasse quanto la vita dei suoi protagonisti. Ma questo universo si regge (quasi esclusivamente) su un perno emotivo che spesso diventa pornografia dei sentimenti, ricatto, scacco matto contro il lettore. Niente a che vedere con esperimenti letterari altrettanto totalizzanti ma del tutto riusciti come quello di Knausgard (autore svedese di un'autobiografia in sei volumi).


Hannah Coulter di Wendell Berry


Anche questo romanzo, avvolto da una valanga d'entusiasmo. Per me, del tutto inspiegabilmente. Non è affatto brutto, anzi. è un libro molto introspettivo e delicato sulla vita di una comunità rurale che fronteggia i cambiamenti del mondo, senza perdere il suo spirito. Purtroppo a me in letteratura piacciono i bastardi. E in questo libro invece si parla solo di purezza e beatitudine, o quasi. Certo, c'è il dolore, la perdita, la malinconia. Ma resta molto più vicino ad un manifesto che ad una narrazione. Manca una dose necessaria di conflitto, una manciata di disgraziati, un pizzico di squallore, insomma. Qui si parla di "brava gente di campagna". Bello, per carità. Però. Solo io ho desiderato che qualcuno, in questa splendida e bucolica cittadina immaginaria, dove tutto è oro quel che luccica, improvvisamente impazzisse e, brandendo un'ascia, sgozzasse il pastore o - chessoio - diventasse uno stupratore di ortaggi (per citare un'immagine aulica di McCarthy) o si scopasse la sorella, avvelenato da un'orribile e biblica maledizione di famiglia, come ci ha insegnato il buon Faulkner?
Più che un romanzo - per quanto pieno di momenti commoventi e intenti nobili sul senso di comunità e serenità interiore - mi è sembrato un pamphlet conservatore, a tratti moralista, senza la minima traccia di ironia, dallo stile talmente delicato da risultare impalpabile.
I personaggi sembrano tutti partoriti dalla stessa madre(ovviamente un angelo del focolare), si distinguono appena, nessuno commette una cattiva azione, si vogliono tutti bene e sognano di vivere nello stesso luogo per sempre, con molta prole e una bella fattoria. Chi lascia la scuola prematuramente è più felice. E udite, udite, chi tradisce la moglie lo fa perché "non è abbastanza stanco". Se si fosse rotto la schiena zappando la terra invece di essere un insegnante di storia scansafatiche, irretito dal temibile mondo moderno, avrebbe tenuto a bada il pitone.
Che bel posto in cui vivono i tuoi personaggi, Wendell, davvero. Peccato che non esista.
Forse la mia idea di campagna americana è stata traviata dalla lettura di Flannery O'Connor.
Forse sono solo una malvagia e corrotta ragazza di città con il cuore nel frigorifero.
Ma lo devo dire: una partita a bocce con mio nonno riserva più sorprese di questo romanzo.
Du'palle, Hannah. Ma un po' di cocaina per raccontarci della tua lunghissima vita fatta di "lunghe e placide conversazioni", duro lavoro in campagna, scambi di cortesie, dolori che son sempre descritti nello stesso modo, di qualsiasi cosa si stia parlando, l'eternità e l'amore paragonati ad una "colomba avvolta di luce"?
Capisco la difesa di un mondo di frontiera che sta scomparendo, capisco la nostalgia, capisco l'incrollabile volontà di rendere onore ai solidi principi morali che governano la tua vita ma veramente mi hai appallato, Wendell. Si badi che quando uso il termine "appallare" non intendo il "verbo gergale dei cacciatori della Garfagnana, "un colpo così preciso e centrato da fulminare un animale".
Occhi al cielo, tante volte. Ma proprio tante.

11 commenti:

  1. Altro che cretina, quella dei fratelli Karamazov è la recensione definitiva. Leggendola mi è davvero tornato in mente il romanzo! Secondo me questo nuovo format dovresti usarlo anche con altri libri ;-) Anche io avevo provato (pazzo) a recensire i Fratelli, per fortuna ho lasciato perdere due minuti dopo. Battute a parte, a me è capitato spesso con i romanzi russi (Dostoevskij, Tolstoj) di trovarmi di fronte a organismi così compatti che ogni parola di commento la sentivo superflua. Questa è forse la caratteristica che più mi affascina di questi autori.

    A little life me l'ero procurato appena era uscita la cinquina del Man Booker, poi non l'ho letto proprio perché ho cominciato a sentire giudizi molto più freddi (o optato per The Fishermen, strepitoso). Se proprio mi venisse lo schizzo di leggere in inglese un libro così imponente, probabilmente adesso punterei su City of Fire di Garth Risk Hallberg, non so se ti è capitato di leggere qualcosa al riguardo...

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    1. Ciao, Riccardo. Anche a me i romanzi russi lasciano sempre questa sensazione. Mi sento quasi superflua rispetto a loro. Eppure, non credo che la letteratura (e in generale l'Arte) debba intimorirci, si crea una distanza che è la negazione stessa dei propositi da cui partono gli artisti. Ecco il motivo da cui nasce la recensione goliardica. A little life è stato davvero un mattone difficile da digerire, per usare un'espressione comune che però non rende la faticaccia (soprattutto la seconda parte, un vero stillicidio). Se ti preoccupa l'inglese comunque non è quello il problema. Io, che non ho un livello alto, l'ho capito benissimo perché è un linguaggio che resta focalizzato sugli stessi stati d'animo, francamente non è che ci sia tutto questo lavoro sulla lingua. è molto semplice e scorrevole. Non avevo mai sentito nominare Hallberg (mi devo mortificare?), che si dice su di lui? :)

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    2. P.S. Del Man Booker io volevo leggere sia The Fisherman che Brief history of seven killings (lì sì, però, che l'inglese mi sta mettendo in difficoltà). Vedo di recuperarlo in queste settimane natalizie anche se devo studiare :(

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    3. The Fishermen, come inglese, non dovrebbe risultarti difficile, dato che anche io non sono un asso dell'inglese eppure non ho avuto problemi. Su Hallberg no, non serve che ti bacchetti sulle mani ;-), da quello che ho letto il romanzo è un'opera prima, quindi lui era praticamente sconosciuto; è stato fortemente sponsorizzato da una delle critiche letterarie più influenti del New York Times (che deve essere proprio un personaggio!). Per recensirlo ha scomodato scrittori come Fitzgerald e Salinger, insomma, due autori che a te fanno schifo ;-). Certo, il rischio fregatura immane secondo me c'è...ma anche una certa curiosità.
      Qui dovrebbe esserci qualche cosa in più:
      http://www.ilpost.it/2015/10/06/garth-risk-hallberg-libro/

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  2. Sei veramente un genio di donna! Leggendo la tua Rec dei fratelli Karamazov mi è venuto in mente i miei inizi xD quando volevo fare Rec divertenti, definitive, e sincere (secondo il mio parere ovviamente), perciò ti scongiuro fallo anche con altri classici! Ti seguo sempre con immenso entusiasmo!!!

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    1. Oh, vedrò di replicare, allora :D Grazie mille!

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  3. Che spasso questo post, mi hai fatto iniziare bene la giornata! XD

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  4. Ciao! Mi è piaciuto molto questo post, soprattutto perché conclusa la lettura di "A little life", mi sono messa alla ricerca di commenti in proposito e l'entusiasmo collettivo attorno a questo titolo mi ha lasciata un po' spiazzata. Potrei definirla la mia lettura dell'anno passato perché ho impiegato così tanto tempo a leggere le ultime 300 pagine che mi è sembrato di aver impiegato tutto il 2015 per finirlo. Ti dirò, all'inizio mi stava piacendo molto. La parte dedicata agli anni in università mi è sembrata godibile e ho provato una forte simpatia per Willem e Malcolm, poi ho cominciato a pensare di essere salita di mia volontà su un'ambulanza contro la quale l'autrice stava sparando colpi all'impazzata. Credevo che l'autrice avesse in mente di lasciare qualcosa di positivo ai lettori, ma arrivata alla fine l'unico pensiero che la mia mente ha scaturito è stato "ma avete mai pensato di fare un viaggetto a Medjugorje e tentare di chiedere aiuto alla madonna?"
    Sei stata più che chiara: altro che "eventi", ciò che scandisce la vita di questi poveri martiri, è la sfiga nera. Sfiga nera e fine a se stessa che rende il libro gratuitamente angosciante. Mi è proprio parso che l'autrice abbia scritto tristezze solo per avventarsi emotivamente sui lettori senza lasciar loro altro che una gran tristezza su tutti i fronti.

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  5. A leggere quello che hai scritto di A little life, mi viene in mente quello che ho pensato leggendo La solitudine dei numeri primi!

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    1. ahahaha, anche a me! (La solitudine dei numeri primi è uno dei libri più brutti che ho letto! e non ho mai capito le ragioni del suo successo))

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