mercoledì 12 febbraio 2014

I fantasmi della psiche: Shirley Jackson, L'incubo di Hill House



 Shirley Jackson è una scrittrice statunitense conosciuta in Italia soprattutto per l’influenza che ha esercitato su scrittori del calibro di Stephen King e Richard Matheson.
In patria, i suoi lavori sono riconosciuti come dei veri e propri classici del genere horror. Le sue storie sinistre, tuttavia, benché affondino le radici nella letteratura gotica e trattino di fantasmi e stregoneria, travalicano il genere per penetrare nel più torbido realismo psicologico. 
Come la Jackson usa il soprannaturale.
Le formule classiche della letteratura dell’orrore sono rispettate da Shirley Jackson ma marginalizzate e usate come pretesto, per far emergere i tratti ben più interessanti delle psicosi. La scrittrice utilizza la carica simbolica dei più pigri modelli della letteratura soprannaturale come funzioni al servizio del personaggio. Mi spiego meglio. 
Nei romanzi della Jackson il protagonista (anzi, la protagonista) è il narratore in prima persona della vicenda. Come è ovvio, quindi, tutto è nella prospettiva del soggetto. Poiché le narrazioni della Jackson sono esasperate dalla soggettività della protagonista, ne consegue che tutta la realtà diventa una sorta di riflesso della sua coscienza. Gli elementi soprannaturali quindi non sono semplicemente un “contesto”, non servono a creare atmosfera. Sono metafore, simboli della condizione della protagonista. 
Ne “L’incubo di Hill House”, la Jackson ripropone un topos della letteratura soprannaturale: la casa infestata. Cerchiamo di capire perché un romanzo dove i fantasmi sono del tutto trascurati e la narrazione è prepotentemente incentrata sui rapporti personali tra i personaggi viventi, sia invece diventato un classico della ghost story. 
Nessuno sa spiegare perché certe case vengono definite "Stregate".
— E come altro si potrebbe definire Hill House? — domandò Luke.
Be’...forse disturbata, lebbrosa, malata o con ogni altro eufemismo
popolare atto a definire l'insania. La casa della follia, forse può rendere l'idea.

Il Dr. Montague - pomposo accademico che cerca di ridurre ai termini del razionalismo scientifico il soprannaturale - decide di trascorrere l’estate in una casa apparentemente stregata, Hill House, per investigare su fenomeni psichici. Invita ad unirsi al suo esperimento un gruppo di estranei che hanno avuto in passato contatti con il soprannaturale: Eleonor, Theodora e Luke (quest’ultimo erede di Hill House). 
Hill House sembra la classica casa infestata: cupa, spettrale, isolata. Al suo nome (che da solo basta a far venire in mente l’insania) si accompagna persino la tipica storia sugli abitanti precedenti, intessuta di morte e follia. Tuttavia Hill House si contraddistingue per la stridente disarmonia dell’architettura. Tutto è sgraziato, sbilenco e fuori centro. La struttura di base è completamente illogica, labirintica. Una metafora perfetta per la follia, l’irrazionale e il caos. L’immagine del castello gotico, in letteratura, è il simbolo di una personalità solitaria, impenetrabile. Una metafora che si adatta bene a chi, dunque? Come abbiamo detto prima, le narrazioni della Jackson sono incardinate sulla personalità del narratore, nonché protagonista degli eventi. In questo caso, Eleonor. è nel suo carattere che si fondono perfettamente i due filoni stilistici della Jackson: il soprannaturale e la psicologia. L’uno al servizio dell’altro. 


Cosa a che fare Eleonor con Hill House? 
Eleonor Vance è la tipica protagonista dei racconti della Jackson: è una giovane donna disadattata e isolata dal mondo. Per anni si è dovuta prendere cura della madre malata, rinunciando di fatto alla propria vita. è bloccata in una fase infantile, prepubertà. La ostacolano una sorta di inadeguatezza e il rifiuto di accedere al rapporto adulto e maturo con il mondo esterno. Continua ad essere succube nonostante la morte - di cui si sente in parte responsabile - dell’autorità materna e lotta tra il desiderio di liberazione sessuale e la repressione di sé. 
Infatti all’inizio Eleonor accoglie l’avventura che propone il Dr. Montague come un’occasione di riscatto sociale, addirittura compie il trasgressivo gesto di rubare l’auto alla sorella per arrivare ad Hill House. è pronta ad iniziare la sua nuova vita adulta, senza il peso dei vecchi legami, da sola. Durante il viaggio in macchina, Eleonor si ferma ad un piccola locanda. Qui assiste ad una scena familiare che apparentemente non ha nulla di straordinario ma che produce nella mente fragile ed ipersensibile di Eleonor un grande effetto. Una bambina si rifiuta di bere la sua razione di latte dal normale bicchiere. Vuole la sua “cup of stars” ovvero la tazza che usa quotidianamente, il cui fondo è decorato da stelline disegnate. La madre infine si arrende al capriccio della bambina ed ecco ciò che pensa Eleonor: 
Don't do it, Eleanor told the little girl; insist on your cup of stars; once they have trapped you into being like everyone else you will never see your cup of stars again; don't do it; and the little girl glanced at her, and smiled a little subtle, dimpling, wholly comprehending smile, and shook her head stubbornly at the glass. Brave girl, Eleanor thought; wise, brave girl”.
“Non farlo, disse Eleonor alla bambina; insisti per avere la tua tazza di stelle; una volta che ti hanno incastrata e costretta ad essere come loro, non vedrai mai più la tua tazza di stelle; non farlo; e la bambina le lanciò un’occhiata e le fece un sorrisetto scaltro, tutto fossette, assolutamente consapevole e scosse la testa in direzione del bicchiere, cocciuta. Intrepida bambina, pensò Eleonor; saggia, intrepida bambina”.
Eleonor proietta nella bambina il suo passato da succube, a cui ormai non può porre rimedio. Ammira la bambina per la sua capacità di ribellarsi e di non sottostare alle leggi repressive dei genitori. Al contrario, Eleonor è una personalità debole, alla ricerca continua di conferme. In parte, queste conferme arrivano dall’attività creatrice della sua mente, barricata ad un livello infantile e irrazionale. Eleonor si appropria di formule verbali che ripete come se avessero straordinari poteri magici. “Journeys ends in lovers meetings” è il ritornello che attraversa tutta la narrazione. Inoltre quando finalmente giunge ad Hill House e si presenta al gruppo, mente sulla sua vita, dicendo che possiede un piccolo appartamento (non è vero, vive con la sorella) e che beve ogni giorno da una “cup of stars”, una tazza di stelle. La sua è una logica confusiva che mescola i ricordi e le fantasie e che crea incessantemente rassicurazioni illusorie che in parte l’alienano dal mondo reale.  
Da subito, poi, diventa amica con Theodora che rappresenta il suo doppelgänger. Tra le due nasce una complicità ambigua, civettuola, tanto da riscontrare anche una sorta di omosessualità latente. Theodora è l’opposto di Eleonor: libertina, solare, indipendente, materialista, bellissima. All’inizio Eleonor tende a farsi eclissare dalla personalità di Theodora, che da un lato ammira, dall’altro teme. Si instaura così una dinamica pericolosa: quella della nemica/amante. 
L’arrivo di Luke, giovane e attraente erede di Hill House, introduce nel loro rapporto rivalità, tensione e crudeltà. 
Quello che prima era visto come un gesto di intimità complice (lo scambio di vestiti) diventa un motivo di turbamento. Quando Eleonor vede Theodora con indosso il suo maglione rosso, se ne risente. Lo percepisce come un gesto di invasione. 
Eleonor si sente minacciata da Theodora che si rivela tutt’altro che amabile. è una donna disincantata e cinica, una donna insomma del mondo reale, forgiata dalla vita. Al contrario, la repressa Eleonor è influenzabile ed indifesa. 
Le cose peggioreranno quando Hill House comincerà a far sentire la sua presenza e si imporrà con più decisione proprio sull’elemento psicologicamente più debole del gruppo: Eleonor. 
La presenza soprannaturale della Casa
Il paranormale nel romanzo avviene sempre dietro le quinte, non è mai posto in scena. è elusivo, indiretto, inspiegabile: correnti d’aria fredda, risatine inquietanti, porte che sbattono, scritte rosse sui muri ecc… Niente di particolarmente sconvolgente o spaventoso.  
La pressione che esercita sugli inquilini infatti non riesce a schiacciare lo spirito dei personaggi (tranne quello della protagonista, naturalmente); lo stesso Montague è abbastanza deluso dalle rivelazioni psichiche. 
Insomma, L’incubo di Hill House non sta nella maledizione che la infesta (per quanto la presenza soprannaturale sia certa nel romanzo). Ma è la storia di un’alienazione, della frammentazione del sé. 
Allora come mai è classificata come una delle più celebri e riuscite ghost story? Perché cosa c’è di più inquietante della follia? Quale spettro è più spaventoso dei fantasmi mai rimossi della nostra mente?
Cosa rappresenta davvero Hill House? E perché riesce ad assoggettare Eleonor? 
Quando Eleonor arriva ad Hill House non ha più a tutti gli effetti una casa dove andare. Ha raccattato i suoi pochi effetti personali e rubato l’auto della sorella dalla quale è irrimediabilmente lontana e dalla quale non ritornerà. Hill House fin dall’inizio rappresenta per lei il futuro, un punto di partenza per la sua nuova identità. Naturalmente però non si possono cancellare gli undici anni che ha trascorso “fuori” dalla vita per prendersi cura della madre, che ha da sempre rappresentato per lei tutto il suo mondo.  
Lo sbandamento di Eleonor, la sua debolezza, sono immediatamente percepiti nel rapporto che instaura con Theodora. Una relazione simbiotica in cui la sua identità svanisce spesso per confondersi con quella della compagna, e in cui Eleonor riproduce simbolicamente il rapporto totalizzante che aveva con la madre/casa. è proprio a Theodora che Eleonor chiede di andare a vivere insieme, una volta terminato l’esperimento. In lei cerca una casa. Ma non la troverà perché Theodora è un essere dionisiaco, libertina, cinica e disincantata. 
Eleonor soffre di una mancata maturazione, di un conflitto con la propria identità che non ha mai trovato. Ecco perché Hill House esercita immediatamente su di lei un influsso così potente. Lo spirito della casa si impone su di lei come la madre si è imposta su di lei in passato. Il romanzo ricalca la dinamica casa-madre, madre-figlia. Doppio piano: soprannaturale (i fantasmi la tormentano) e psicologico (lo spettro della autorità repressiva materna). In entrambi i casi assistiamo impotenti alla vessazione dell’individualità di Eleonor, alla dissoluzione del proprio ego. 
Hill House è il rifugio, è la madre che la chiama. E l’influsso si fa più forte proprio quando gli altri incominceranno ad escluderla. Pian piano Eleonor verrà allontanata dal gruppo, emergeranno l’egoismo e cinismo degli altri che cominciano a comprendere la debolezza della psiche della giovane donna tormentata. 
La lotta interna ad Eleonor è tra tendenze regressive forti, aggravate dal senso di colpa - crede che sia colpa sua la morte della madre - e tentativi goffi di liberazione sessuale e individuale.
Se non volete che vi venga rivelato il finale, interrompete ora la lettura. 

Alla fine, il suo debole io si arrende e si abbandona a Hill House. E tanto più forte diventa il rapporto con la Casa, tanto più debole diventa il rapporto con gli altri. Hill House è una madre esigente. Pretende tutte le attenzioni. Come la madre di Eleonor in passato, anche la Casa chiede assoluta devozione, isolamento, un rapporto assoluto, esclusivo. Richiesta è l’abdicazione della sua individualità, una perfetta arrendevolezza. 
A questo punto, il conflitto tra lei e gli altri è insanabile. Eleonor ormai è Hill House, il gruppo del Dr. Montague invece è l’intruso. Quando l’alienazione di Eleonor diventa ormai evidente, gli altri la mandano via. 
“Non possono mandarmi via, non possono chiudermi fuori dalla porta, non possono ridere di me, non possono nascondersi ai miei occhi. Io non andrò via, Hill House mi appartiene”. 
E dove potrebbe andare Eleonor? Non c’è alcun posto al mondo per lei. La sua solitudine e schizofrenia trovano un alleato perfetto nel caos di Hill House, che la accoglie come una figlia. Le forze oscure della sua psiche hanno la meglio e si va a schiantare contro un albero con la macchina. 
Abbiamo voluto provare una tesi: la funzionalità dell’elemento soprannaturale, strumento per evidenziare la psicologia dei personaggi. 
I fantasmi di Hill House sono le voci dell’aldilà, le voci degli esclusi, dei non-partecipanti al mondo che inevitabilmente richiamano i personaggi come Eleonor. 
“Nessun fantasma ha mai fatto del male a qualcuno fisicamente. L’unico danno fatto è quello della vittima a se stessa”.
Shirley Jackson dipinge nelle sue opere ritratti di giovani donne in preda a disordini mentali, che sono stati causati o esacerbati dalle loro famiglie. In particolare è messa a nudo la fase cruciale della maturazione, l’ultimo gradino che ci immetterà nel mondo adulto da persone indipendenti. Questo passaggio è sempre problematico nell’opera della scrittrice statunitense. 
Al centro delle sue storie vi è l’impossibilità di uscire dal proprio ego e l’azione invasiva dell’Altro. Questo conflitto è ben sviluppato nel romanzo “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, ultimo romanzo della scrittrice, che esaminerò prossimamente. Sì, avete capito bene, vorrei dedicare una serie di post a questa magnifica scrittrice. L’intento è quello di invogliarvi alla lettura, di convivervi ad inoltrarvi nel mondo della Jackson così da scoprire altri affascinanti temi qui non approfonditi a rigore come la discussione sul genere, i rapporti con la psicanalisi, l’autorità oppressiva dei genitori, l’omosessualità latente, la repressione sessuale, il sadismo… 
D’intralcio vi è la scarsa fortuna di cui gode Shirley Jackson in Italia. La pubblicazione della sua opera infatti è limitata ai due romanzi già citati e al celebre racconto “La lotteria”. 

Probabilmente se non fosse per la casa editrice Adelphi, e alle sue scelte di nicchia, non avremmo nemmeno questi titoli. Speriamo che l’editore si interessi alla pubblicazione degli altri lavori della scrittrice.

7 commenti:

  1. Mamma mia quanto e come hai sviscerato bene, bravissima!
    Mi sono fermata dove hai detto tu, perché devo ancora leggere il libro che ho preso in biblioteca, ma conto di farlo al più presto.
    Brava ancora! :)


    Valentina
    www.peekabook.it

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    1. Grazie mille!! Attendo anche il tuo parere <3

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  2. Questa autrice mi piace molto ho letto entrambi i suoi romanzi pubblicati in italia ( grande Adelphi) e anche la Lotteria, il più disturbante per me è "Abbiamo sempre vissuto al castello", a parte la splendida descrizione di una "follia a due" ,è la "follia" dei paesani che mi ha colpita... aspetto la tua analisi , la leggerò con gran piacere! :-)

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    1. Benvenuta :) Sì, anche per me "Abbiamo sempre vissuto nel castello" è il più disturbante, oltre ad essere il mio preferito, fin ora, soprattutto per il discorso sessuale tutto sottaciuto. Mi ha davvero colpita, non vedo l'ora di approfondire! Grata che ti sia piaciuta la mia analisi :) Ti aspetto al prossimo appuntamento.
      P.S. Per ciò che riguarda "La lotteria": hai notato come Eleonor sia stata scelta dal Dr. Montague proprio per essere stata vittima di una sassiola ininterrotta sulla sua casa? Ironico, no? :)

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  3. Ti riferisci ad un parallelismo inverso tra la pioggia d'oro fecondatrice tramite cui Zeus celebra la vita con Danae?
    Interessante! Nell'Incubo... la sassaiola ( una pioggia sterile e dannosa) porta alla fine alla morte e comunque verso la zona oscura... eros e thanatos insomma ...

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  4. E lo stesso dopo l'attacco dei paesani in "Abbiamo...", da lì in poi le protagoniste cadono definitivamente e senza ritorno ...

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  5. Domanda un po' fuori luogo: hai mai letto nulla di Stephen King?

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