giovedì 14 marzo 2013

La piramide del caffè di Nicola Lecca, romanzi scaccia crisi


"La piramide del caffè" è arrivato quasi per caso tra le mie mani. Per un equivoco. Due amiche mi hanno regalato un libro che possedevo già, così si è presentata l'occasione di poterlo cambiare con una novità. La mia condizione di studentessa universitaria quasi squattrinata, non mi permette spesso di rischiare, di puntare su un autore giovane, magari italiano. Nicola Lecca si è rivelato un buon investimento.

La storia è concentrata su Imi, diciottenne, appena trasferitosi nella grigia e caotica Londra, dopo essere cresciuto in un orfanotrofio poverissimo dell'Ungheria. Alla ricerca di un futuro più radioso, Imi trova immediatamente lavoro in una caffetteria della grande catena Proper Coffee, rigidamente gerarchizzata in una struttura piramidale. Non del tutto consapevole delle dinamiche del capitalismo rapace e della mentalità arrivista dell'Occidente, Imi idealizza la compagnia in cui lavora, credendo in un'illusoria mobilità sociale. In realtà, indifferenza ed efficienza sembrano andare di pari passo alla Proper Coffee. Tutto è scandito dai tempi di produzione e consumo. Un approccio asettico e razionale che esclude la componente umana dall'equazione. Imi, umile e ingenuo, dovrà fare i conti con una realtà fredda e ipocrita. Un protagonista atipico. La scelta di una visione "incontaminata" dalla disillusione e dalla sfiducia è il motore del romanzo. Imi è colui che ricerca bellezza anche dove non ce n'è.    

"In un Paese in cui tutto avviene secondo regole e manuali che elencano le possibilità A, B, C e D, un ragazzo arguto come Imi è prezioso: perché ha la prontezza necessaria a risolvere anche i casi E, F e G, e cioè tutti quelli che nessun manuale riuscirà mai a contemplare".

La narrazione è bipartita tra la vita di Imi e delle persone che conoscerà a Londra e i ricordi dell'orfanotrofio. La contrapposizione non è solo tra il mondo dell'infanzia e la più ambigua metropoli ma anche tra il ricordo mitico che Imi ha dell'Ungheria - di quel paese onestissimo in cui nessuno rubava, nonostante la povertà, la vita semplice dei bambini che trovavano conforto e gioia nelle piccole cose - e invece la realtà ben più problematica dell'orfanotrofio, di cui Imi conserva memoria monca. Particolarmente riuscita è la narrazione dedicata agli orfani, delle loro famiglie problematiche, dei loro tentativi di fuga, di autolesionismo, delle opportunità negate. Rappresentano la parte più dura e realistica del racconto.

"I sogni sono la droga dei poveri. E i poveri ne diventano dipendenti"

Non è un romanzo dall'architettura labirintica, segnato dall'introspezione e dall'approfondimento. La struttura è apparentemente corale ma l'autore decide di non scavare nella psiche dei personaggi. Il motivo è semplice: "la piramide del caffè" è una favola moderna. Ognuno rappresenta un approccio diverso alla complessità della contemporaneità. La vicina di casa impaurita, confinata in casa, diffidente e infelice. Morgan e Jonathan, due stranieri a Londra che vivono in maniera diversa le scottanti delusioni dell'emarginazione, le trappole, le false promesse del processo di integrazione. Entrambi consapevoli dei meccanismi che muovono l'ingranaggio della globalizzazione. Margaret, scrittrice eremita, esausta dell'ipocrisia del successo, scossa dalla malattia, che preferisce la rinuncia alla lotta. Lynne, la padrona di casa che ospita Imi, al di fuori delle logiche economiche, solare e piena di vita. Ma queste figure non sono solo simboli spenti, rigidi. L'autore ci offre anche immagini che ci dicono qualcosa in più. Piccoli scorci: Margaret che tiene nascosto nell'armadio un abito speciale, come un punto di luce, un residuo di bellezza da custodire gelosamente, da tenere nascosto alla vista, quasi come se non ci fosse più spazio nella sua vita per il colore.  

Il finale che potrebbe apparire buonista, in realtà, rappresenta il rifugio della letteratura, la volontà di dare una possibilità a qualcosa che non trova quasi mai spazio nella realtà: un personaggio come Imi, ingenuo, candido. Che possa per una volta vincere. Anche solo dentro una storia. La risoluzione fantastica di conflitti e dinamiche incontrollabili. Ma la letteratura non dovrebbe proporre interrogativi più che soluzioni? E chi dice che La piramide del caffè non lo faccia? è un romanzo cosmopolita, che accoglie più identità, più punti di vista sul mondo, capace di svelare le quinte di un palcoscenico artificialmente illuminato. Realizza questo intento con una prosa chiara, lineare, un approccio narrativo volutamente "spoglio".
Semplicità e fantasia sono i segnali con cui l'autore risponde ai tempi di crisi, la risposta letteraria ad un mondo sempre più incerto e "liquido".
Il recupero dei buoni sentimenti può infine essere considerato su due livelli: con positività e fiducia verso una realtà che può essere cambiata, grazie anche ai messaggi morali della letteratura, o con amarezza e sconforto verso un mondo che offre un riscatto solo nella finzione. Il giudizio è sospeso.  

Indicato a chi cerca una pausa, senza rinunciare ad uno sguardo attento alla società e alle sue trappole.

P.S. A proposito di scrittori italiani interessanti, scoperti nell'ultimo periodo, vi consiglio vivamente di leggere "Sofia si veste sempre di nero" o qualsiasi altra cosa scritta da Paolo Cognetti, edito da minumum fax. Qui il suo blog.

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